Chi invecchia, perché invecchia e quali segnali biologici anticipano il declino dell'organismo? A queste domande ha cercato di rispondere un gruppo internazionale di ricercatori che, nel 2026, ha pubblicato su Nature uno dei più ampi studi mai realizzati sull'invecchiamento nei mammiferi.
Analizzando oltre 11.000 campioni biologici provenienti da esseri umani e animali, gli scienziati hanno identificato una sorta di "impronta molecolare" condivisa che potrebbe aiutare a prevedere l'età biologica, il rischio di malattia e perfino la mortalità.
Un archivio genetico senza precedenti
Lo studio, pubblicato su Nature ha raccolto dati provenienti da più di 11.000 trascrittomi, ovvero le fotografie dell'attività dei geni in un determinato momento.
I ricercatori hanno esaminato campioni ottenuti da esseri umani, topi, ratti e macachi, confrontando oltre 25 tipi di tessuti differenti. Numeri enormi per questo settore della ricerca.
Il risultato? Nonostante le differenze tra specie e organi, emergono schemi sorprendentemente simili.
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"Abbiamo identificato – scrivono gli autori dello studio – caratteristiche trascrittomiche universali associate all'invecchiamento e alla mortalità nei mammiferi".
Un dato che colpisce perché suggerisce che il processo di invecchiamento segue regole biologiche condivise lungo milioni di anni di evoluzione.
I geni che cambiano con l'età
Quando passano gli anni, il corpo non si limita ad accumulare rughe o perdere massa muscolare. Cambia il modo in cui i geni lavorano.
Secondo lo studio aumentano progressivamente:
- i segnali infiammatori;
- l'attivazione delle risposte immunitarie;
- i marcatori della senescenza cellulare;
- le alterazioni della matrice extracellulare.
Diminuiscono invece:
- l'attività dei mitocondri;
- la produzione energetica;
- alcuni meccanismi di regolazione del DNA.
Il punto è che questo schema compare sia nei roditori sia nell'uomo.
Due proteine sotto osservazione
Tra i protagonisti della ricerca emergono due nomi già noti ai biologi dell'invecchiamento:
- CDKN1A, conosciuto anche come p21, un gene coinvolto nell'arresto del ciclo cellulare e nella senescenza;
- LGALS3, che codifica per la proteina Galectina-3, associata a infiammazione e fibrosi.
Va detto che Galectina-3 non è una novità assoluta. Da anni viene studiata anche in cardiologia come possibile biomarcatore di insufficienza cardiaca e danno tissutale.
Nello studio i livelli elevati di queste molecole risultano associati non solo all'età avanzata ma anche a una maggiore probabilità di sviluppare più malattie contemporaneamente.
Un dettaglio interessante, perché collega direttamente il processo biologico dell'invecchiamento allo stato di salute complessivo.
Nasce un nuovo orologio biologico
Negli ultimi anni si è parlato molto degli "orologi biologici", strumenti capaci di stimare quanto un organismo sia realmente invecchiato.
Il più famoso resta l'orologio epigenetico sviluppato da Steve Horvath nel 2013, basato sulle modifiche chimiche del DNA.
Questa nuova ricerca propone un approccio diverso. Gli autori hanno costruito un modello fondato sull'espressione genica, capace di:
- stimare l'età biologica;
- funzionare in più tessuti;
- essere applicabile a specie diverse;
- prevedere il rischio di mortalità.
In pratica, non si limita a dire quanti anni "dimostra" un organismo, bensì cerca di capire quanto bene sta invecchiando.
Una differenza non da poco.
Quando il corpo ringiovanisce
La parte, forse, più affascinante riguarda i processi di ringiovanimento biologico.
I ricercatori hanno osservato che questa firma genetica dell'invecchiamento tende a ridursi durante alcuni fenomeni già noti alla ricerca biomedica.
Tra questi:
- la riprogrammazione cellulare;
- alcune fasi dello sviluppo embrionale;
- la parabiosi eterocronica.
Quest'ultima è una tecnica curiosa e controversa. Consiste nel collegare il sistema circolatorio di un animale giovane con quello di uno anziano.
Nel 2014 uno studio pubblicato su Nature Medicine aveva mostrato che il sangue giovane poteva migliorare alcuni parametri biologici nei topi anziani.
Ciò non toglie che siamo ancora lontani da applicazioni cliniche nell'uomo. Però il fatto che i nuovi marcatori si muovano nella direzione opposta durante questi processi rafforza l'idea che stiano davvero misurando l'età biologica.
Cosa cambia per la medicina del futuro
A conti fatti, questo studio non promette elisir di lunga vita. E forse è proprio questo il suo punto di forza.
La ricerca offre, piuttosto, una mappa dettagliata dei meccanismi che accompagnano l'invecchiamento.
Se questi biomarcatori verranno confermati da ulteriori studi, i medici potrebbero un giorno utilizzarli per identificare precocemente chi sta andando incontro a un declino accelerato, valutare l'efficacia di terapie anti-aging o monitorare l'impatto di nuove strategie preventive.
La sfida successiva sarà capire se modificare questi segnali molecolari possa davvero cambiare il destino biologico delle persone. È una domanda aperta. Ma oggi abbiamo qualche indizio in più per provare a rispondere.
Fonti:
- Nature – Universal transcriptomic hallmarks of mammalian ageing and mortality
- Springer Nature Link – DNA methylation age of human tissues and cell types
- Nature Medicine – Young blood reverses age-related impairments in cognitive function and synaptic plasticity in mice