La vitamina D in gravidanza può influenzare l’intelligenza dei figli? Lo studio che sorprende i ricercatori

Dr. Marcello Agosta Medico Chirurgo
Redatto scientificamente da Dr. Marcello Agosta, Chirurgo Generale, Medico Generale |
A cura di Emanuela Spotorno
Seguici su Google Discover

Data articolo – 21 Maggio, 2026

bimbo che legge

Che la vitamina D fosse importante per le ossa lo si sapeva da tempo, ma che una sua integrazione durante la gravidanza potesse lasciare un'impronta duratura sulle capacità di memoria dei figli, fino all'età di dieci anni, è una scoperta che apre scenari del tutto nuovi.

È quanto emerge da una ricerca pubblicata su JAMA Network Open da un gruppo di scienziati del Copenhagen Prospective Studies on Asthma in Childhood (COPSAC), condotta nell'ambito del progetto COPSAC2010 dell'Università di Copenaghen.

Lo studio: 500 bambini seguiti per un decennio

La ricerca ha coinvolto 498 bambini monitorati dalla nascita fino al compimento del decimo anno di vita. Durante la gravidanza, le madri erano state suddivise in due gruppi: un primo gruppo assumeva la dose standard di vitamina D3 (400 UI al giorno), mentre al secondo veniva somministrata una dose sette volte superiore, pari a 2.800 UI quotidiane, a partire dalla ventiquattresima settimana di gestazione e fino a una settimana dopo il parto.

A dieci anni, i bambini sono stati sottoposti a una batteria di undici test neuropsicologici per misurare funzioni cognitive quali memoria, attenzione, velocità di elaborazione, pianificazione e flessibilità cognitiva.

I risultati hanno mostrato che i bambini esposti in utero alla dose più alta di vitamina D3 hanno ottenuto punteggi superiori nei test di memoria verbale e visiva rispetto ai coetanei del gruppo a basso dosaggio. 

Gli autori hanno anche rilevato una tendenza positiva per la flessibilità cognitiva, ovvero la capacità di adattare strategie e comportamenti in risposta a situazioni nuove, sebbene questo dato non abbia raggiunto la significatività statistica dopo le correzioni per associazioni casuali.

Nessuna differenza significativa è invece emersa per il quoziente intellettivo, l'attenzione sostenuta, la velocità di reazione o la memoria di lavoro. La vitamina D, in altre parole, non sembra in grado di potenziare l'intelligenza in senso generale, ma potrebbe contribuire a rafforzare processi mnemonici specifici.

Perché la vitamina D influisce sul cervello

La vitamina D è in grado di attraversare la barriera ematoencefalica e raggiungere il fluido cerebrospinale. Le cellule cerebrali, inoltre, possiedono gli enzimi necessari per trasformare la pro-vitamina D nel suo metabolita attivo. 

La presenza di recettori specifici (VDR) e di enzimi correlati in diverse regioni cerebrali ha chiarito il ruolo di questa molecola come ormone neuroattivo, coinvolto in processi di neuroprotezione, neurogenesi e neuro-immunomodulazione.

Non solo: uno studio del 2023 ha dimostrato che l'esposizione cronica alla forma attiva della vitamina D aumenta la capacità dei neuroni in via di sviluppo di produrre e rilasciare dopamina, il neurotrasmettitore cruciale per apprendimento e memoria. I recettori per questa molecola sono presenti in tutto il sistema nervoso centrale, inclusi ippocampo e corteccia, aree fondamentali per i processi di memorizzazione. 

Durante la gravidanza, questi meccanismi potrebbero rivelarsi particolarmente decisivi. Gli autori dello studio danese parlano di una vera e propria "finestra critica" dello sviluppo cognitivo: gli effetti di una carenza o di un'integrazione nella vita prenatale potrebbero non manifestarsi subito, ma emergere chiaramente soltanto quando le reti neurali coinvolte nella memoria raggiungono livelli più maturi di sviluppo, ossia in età scolare avanzata.

I limiti e la cautela necessaria

Come ogni ricerca scientifica, anche questo lavoro presenta dei limiti che impongono prudenza nell'interpretazione. Si tratta di un'analisi secondaria di un trial originariamente concepito per valutare altri outcome clinici. 

Inoltre, la popolazione studiata era composta prevalentemente da donne con livelli di vitamina D già nella norma all'inizio della gravidanza e da un campione quasi esclusivamente caucasico. 

Entrambi questi fattori potrebbero aver ridotto l'entità dei benefici osservati: in popolazioni con carenza più diffusa, gli effetti della supplementazione potrebbero essere ben più marcati.


Potrebbe interessarti anche:


Verso nuove raccomandazioni?

Gli autori sono cauti, ma ottimisti. I risultati si affiancano alle numerose evidenze già disponibili sui benefici della vitamina D in gravidanza per la salute ossea e metabolica del nascituro, aprendo la questione se i dosaggi raccomandati per la supplementazione prenatale siano ancora adeguati. Serviranno ulteriori studi per confermare i dati e identificare i livelli ottimali nelle diverse popolazioni.

Ciò che questo lavoro suggerisce, però, è che prendersi cura della salute cognitiva di un bambino potrebbe iniziare molto prima che quel bambino venga al mondo.

Fonti

  • JAMA Network Open - High-Dose Vitamin D3 Supplementation During Pregnancy and Test-Based Cognitive Performance at Age 10 Years
  • Journal of Neurochemistry - Vitamin D: A potent regulator of dopaminergic neurondifferentiation and function
Le informazioni proposte in questo sito non sono un consulto medico. In nessun caso, queste informazioni sostituiscono un consulto, una visita o una diagnosi formulata dal medico. Non si devono considerare le informazioni disponibili come suggerimenti per la formulazione di una diagnosi, la determinazione di un trattamento o l’assunzione o sospensione di un farmaco senza prima consultare un medico di medicina generale o uno specialista.
Contenuti correlati
ragazza con cappello e bermuda, guarda di spalle, il mare
Il segreto anti-età che nessuno si aspettava: la scienza svela cosa succede al corpo quando si viaggia

Secondo uno studio australiano, viaggiare potrebbe rallentare alcuni processi dell’invecchiamento. Ecco cosa succede a metabolismo, stress e sistema immunitario.

uomo-in-ufficio-stressato
Lo stress da lavoro potrebbe essere contrastato più dal sonno che dall’attività fisica, secondo uno studio

Una ricerca durata dieci anni su quasi 3 mila lavoratori canadesi suggerisce che alcune abitudini proteggano più di altre dagli effetti dello stress cronico, ecco cosa bisogna sapere.