Menopausa, la terapia passa dalla pelle o dallo stomaco? Perché questa differenza può contare

Dr. Marcello Agosta
Revisionato da Dr. Marcello Agosta — Chirurgo Generale, Medico Generale
A cura di Emanuela Spotorno
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Data articolo – 29 Settembre, 2026

donna si applica cerotto sulla pancia

Una compressa e un cerotto possono avere lo stesso obiettivo: portare gli estrogeni nell'organismo per contrastare alcuni sintomi della menopausa. Il percorso che compiono, però, non è lo stesso.

Nel primo caso l'ormone viene assorbito dall'apparato digerente e passa attraverso il fegato prima di raggiungere la circolazione generale; nel secondo attraversa la pelle ed entra direttamente nel sangue, evitando in larga parte questo passaggio.

Una differenza apparentemente tecnica che potrebbe avere conseguenze anche sul rischio di trombosi e di alcuni eventi cardiovascolari.

A riportare l'attenzione sulla via di somministrazione è un ampio studio pubblicato il 23 settembre 2026 sul BMJ, basato sui registri sanitari nazionali danesi. I risultati suggeriscono infatti un'associazione diversa tra eventi trombotici e cardiovascolari e terapia ormonale a seconda che gli estrogeni vengano assunti per bocca oppure attraverso la pelle.

Cosa cambia tra estrogeni per bocca e attraverso la pelle

I ricercatori hanno studiato donne tra i 50 e i 69 anni residenti in Danimarca tra il 2003 e il 2021, identificando 9.807 casi di tromboembolia venosa, 18.460 ictus ischemici e 11.974 infarti del miocardio.

L'obiettivo non era semplicemente capire se la terapia ormonale fosse associata a un aumento del rischio, ma verificare quanto potessero incidere via di somministrazione, dose e durata del trattamento.

Rispetto alle donne che in quel momento non utilizzavano una terapia ormonale, l'assunzione di estrogeni per via orale, da soli o associati a un progestinico, risultava associata a un aumento del rischio relativo di circa il 60% per la tromboembolia venosa, del 30% per l'ictus ischemico e del 20% per l'infarto.

Percentuali che possono sembrare elevate, ma che acquistano un significato diverso se tradotte in numeri assoluti.

Quanto aumenta davvero il rischio

Tra le donne che non assumevano terapia ormonale si registravano ogni 10.000 anni-persona circa 16 tromboembolie venose, 20 ictus ischemici e 13 infarti.

Secondo le stime degli autori, la terapia orale corrispondeva quindi, ogni 10.000 donne trattate per un anno, a circa 9 episodi di tromboembolia venosa, 6 ictus ischemici e 3 infarti aggiuntivi.

Non tutte le formulazioni orali mostravano però lo stesso andamento.

Per la tromboembolia venosa, la terapia ormonale orale risultava associata a un aumento del rischio indipendentemente dalla dose e dalla durata del trattamento. Per ictus e infarto, invece, il segnale diventava particolarmente evidente con dosi di estradiolo orale superiori a 1 mg al giorno utilizzate per più di un anno.

Con l'aumentare della durata cresceva anche l'associazione osservata: dopo oltre cinque anni di trattamento ad alte dosi, il rischio relativo di ictus ischemico e infarto risultava circa 1,8 volte quello osservato nelle donne che non utilizzavano terapia ormonale.

E quando gli estrogeni passano attraverso la pelle?

Il quadro appariva differente per le formulazioni transdermiche, come quelle somministrate attraverso la pelle.

Nel complesso, lo studio non ha rilevato un aumento statisticamente significativo del rischio di tromboembolia venosa, ictus ischemico o infarto associato alla terapia transdermica, fatta eccezione per un segnale relativo all'infarto osservato con uno specifico regime combinato ciclico e basato su dati più limitati.

Questo non significa che le formulazioni transdermiche siano prive di rischi o rappresentino automaticamente la soluzione migliore per tutte. Il risultato suggerisce piuttosto che la via attraverso cui gli estrogeni entrano nell'organismo potrebbe contribuire a modificarne il profilo di rischio.

Perché passare dal fegato potrebbe fare la differenza

È qui che il diverso percorso seguito dall'ormone diventa importante.

Gli estrogeni assunti per bocca vengono assorbiti dall'intestino e raggiungono il fegato prima di entrare nella circolazione sistemica, attraverso quello che viene definito metabolismo di primo passaggio epatico.

Questo processo può modificare alcuni fattori della coagulazione e altri parametri metabolici.

Con le formulazioni transdermiche, invece, l'estradiolo viene assorbito attraverso la pelle e raggiunge direttamente la circolazione, evitando in larga parte il primo passaggio attraverso il fegato.

Non si tratta di un'ipotesi nata con il nuovo studio. Una grande ricerca pubblicata sul BMJ nel 2019, che aveva confrontato oltre 80.000 donne con tromboembolia venosa con più di 390.000 controlli, aveva già riscontrato un aumento del rischio associato alle formulazioni orali, ma non a quelle transdermiche.


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Pillola o cerotto? La scelta non dipende da un solo fattore

Anche le linee guida tengono conto della modalità di somministrazione.

Il NICE britannico indica che il rischio di tromboembolia venosa è maggiore con la terapia ormonale orale rispetto a quella transdermica e suggerisce di considerare quest'ultima nelle persone che presentano già un rischio aumentato di trombosi.

Indicazioni nella stessa direzione arrivano dalla European Society of Endocrinology: nelle donne con una precedente tromboembolia venosa, quando la terapia ormonale risulta indicata dopo una valutazione individuale dei rischi e dei benefici, vengono raccomandati estrogeni transdermici a basse dosi.

I risultati non autorizzano però a concludere che il cerotto sia sempre preferibile alla compressa, né che una terapia già prescritta debba essere modificata autonomamente.

Lo studio danese è infatti osservazionale e ha incluso una popolazione selezionata, escludendo per esempio donne con precedenti eventi trombotici, tumori, epatopatie o trombofilia. Questo significa che permette di individuare associazioni, ma non di dimostrare un rapporto diretto di causa-effetto né di estendere automaticamente le stime a tutte le donne.

La scelta della terapia ormonale della menopausa richiede quindi una valutazione individuale che tenga conto, tra gli altri fattori, dell'età, del tempo trascorso dall'inizio della menopausa, dei sintomi, della presenza dell'utero, della storia clinica e familiare e del rischio cardiovascolare e trombotico.

Il nuovo studio aggiunge però un elemento importante a questa valutazione: non conta soltanto quale ormone viene utilizzato o a quale dose, ma anche la strada che percorre per entrare nell'organismo.

Fonti

  • BMJ - Contemporary menopausal hormone therapy and thrombotic disease: nationwide nested case-control study
  • NICE - Menopause: identification and management
  • BMJ - Use of hormone replacement therapy and risk of venous thromboembolism: nested case-control studies using the QResearch and CPRD databases
  • European Journal of Endocrinology - European Society of Endocrinology clinical practice guideline for evaluation and management of menopause and the perimenopause
Le informazioni proposte in questo sito non sono un consulto medico. In nessun caso, queste informazioni sostituiscono un consulto, una visita o una diagnosi formulata dal medico. Non si devono considerare le informazioni disponibili come suggerimenti per la formulazione di una diagnosi, la determinazione di un trattamento o l’assunzione o sospensione di un farmaco senza prima consultare un medico di medicina generale o uno specialista.
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