La menopausa compare in media intorno ai 50-51 anni. Quando la funzione ovarica si interrompe prima dei 40 anni, si parla di insufficienza ovarica prematura, una condizione che riguarda circa l’1% delle donne. Se invece la menopausa avviene tra i 40 e i 45 anni, viene definita menopausa precoce, una situazione più frequente, che può interessare fino al 10% delle donne in postmenopausa.
Al congresso 2026 della International Society of Gynecological Endocrinology, tenuto a Roma, gli specialisti hanno sottolineato un punto centrale: la menopausa precoce non va considerata come un evento riproduttivo anticipato. Può avere conseguenze importanti su cuore, ossa, metabolismo, muscoli e cervello, soprattutto se non viene riconosciuta e gestita in modo adeguato.
Il rischio cardiovascolare aumenta
Le donne con insufficienza ovarica prematura hanno un rischio più alto di malattie cardiovascolari, sia fatali sia non fatali, in particolare malattia coronarica e ictus. Anche nella menopausa precoce il rischio resta significativo, pur con un impatto generalmente meno marcato.
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Uno dei motivi riguarda la maggiore presenza di fattori di rischio. Una meta-analisi del 2019 ha mostrato che le donne con menopausa precoce hanno un aumento del 12% del rischio di diabete di tipo 2, mentre nelle donne con insufficienza ovarica prematura l’aumento arriva al 50%. Anche l’ipertensione arteriosa risulta più frequente nella menopausa precoce, con un incremento di circa il 10%.
Gli estrogeni svolgono un ruolo cruciale nella produzione di ossido nitrico da parte dell'endotelio (il rivestimento interno dei vasi). Questa molecola è un potente vasodilatatore che mantiene le arterie elastiche e previene l'adesione delle placche aterosclerotiche. Nella menopausa precoce, la perdita prematura di questo 'scudo' biochimico accelera l'irrigidimento arterioso e l'infiammazione vascolare, spiegando l'incremento del 50% del rischio di malattie coronariche osservato nelle donne con insufficienza ovarica prematura.
Gli esperti hanno richiamato l’attenzione anche su problemi meno considerati, come scompenso cardiaco e fibrillazione atriale, che sembrano aumentare sia nella menopausa precoce sia nell’insufficienza ovarica prematura.
Ossa più fragili e ruolo della massa muscolare
La perdita anticipata degli estrogeni può avere effetti importanti anche sul sistema muscolo-scheletrico. Secondo i dati dell’Australian Longitudinal Study on Women’s Health, le donne con insufficienza ovarica prematura hanno un rischio di osteoporosi aumentato di 2,5 volte. Anche nella menopausa precoce il rischio cresce, sebbene in misura più contenuta.
Un’analisi condotta su circa 500.000 donne in menopausa ha inoltre rilevato che la menopausa precoce è associata a un aumento del 36% del rischio di fratture. Qui entra in gioco anche la sarcopenia, cioè la perdita di massa e funzione muscolare. Ridotta forza, minore performance fisica e fragilità generale possono aumentare il rischio di cadute e, di conseguenza, di fratture.
Terapia ormonale: non solo trattamento dei sintomi
Nelle donne con insufficienza ovarica prematura, la terapia ormonale sostitutiva viene raccomandata almeno fino all’età media della menopausa naturale, salvo controindicazioni. Le dosi suggerite sono spesso più alte rispetto a quelle usate nella menopausa fisiologica: 100 microgrammi al giorno di estradiolo transdermico oppure 2-4 mg al giorno di estradiolo orale, associati a un progestinico nelle donne con utero integro.
Il razionale è semplice: non c’è solo una riduzione di vampate o disturbi del sonno, ma un ripristino dei livelli fisiologici di estrogeni e una riduzione dei rischi a lungo termine. Alcuni dati indicano benefici sulla densità ossea e possibili effetti favorevoli anche sul profilo cardiovascolare.
Il problema è che l’uso a lungo termine resta limitato. Anche se circa il 70% delle donne inizia la terapia ormonale, solo una su quattro la prosegue per oltre 5 anni e appena il 6% per più di 10 anni.
La menopausa come transizione del cervello
Una parte centrale del confronto è stata dedicata alla salute cerebrale. Roberta Brinton, dell’Università dell’Arizona, ha ricordato che le donne hanno un rischio circa doppio di sviluppare la malattia di Alzheimer e che nel mondo ci sono oggi circa un miliardo di donne in menopausa.
Secondo questa visione, la transizione dalla perimenopausa alla menopausa non riguarda soltanto la fertilità. È anche una fase di profondo cambiamento per il cervello. Molti sintomi tipici, come disturbi del sonno, calo dell’umore, difficoltà cognitive e vampate, sono collegati a processi neurobiologici.
Gli estrogeni, infatti, regolano il metabolismo del glucosio nel cervello. Quando diminuiscono, il cervello può entrare in una sorta di risposta da “carestia energetica”, cercando carburanti alternativi. In questa fase può aumentare l’uso di corpi chetonici e, secondo gli studi discussi, il cervello può arrivare a utilizzare lipidi della sostanza bianca come fonte energetica.
Energia, infiammazione e rischio neurologico
Questo riadattamento metabolico può avere un prezzo. La degradazione di componenti lipidiche della sostanza bianca può produrre frammenti di mielina, che vengono intercettati dalla microglia, cioè dalle cellule immunitarie del cervello. Questo può attivare una risposta infiammatoria e, in alcuni casi, un meccanismo simile a una reazione autoimmune.
Gli esperti hanno collegato questi cambiamenti anche alla comparsa delle vampate. L’ipotesi è che la produzione di calore possa essere legata a una risposta mitocondriale inefficiente e a un’attivazione della microglia durante la transizione menopausale.
La sequenza proposta è complessa: prima si attiva il sistema immunitario innato, poi diminuisce il metabolismo del glucosio, aumenta l’uso di aminoacidi e acidi grassi, cambiano i mitocondri e cresce la produzione di corpi chetonici. È un processo che può influenzare memoria, energia cerebrale e vulnerabilità neurologica.
Il nodo del momento giusto
Uno dei messaggi più importanti riguarda il timing della terapia ormonale. Se introdotta precocemente, durante la transizione menopausale, la terapia con estrogeni può contribuire a sostenere la salute cerebrale. Se invece viene iniziata quando il processo è già avanzato, la risposta può essere diversa e meno favorevole.
In un’analisi retrospettiva su 379.352 donne, la terapia ormonale è stata associata a una riduzione del rischio di Alzheimer, Parkinson, demenza, sclerosi multipla e sclerosi laterale amiotrofica. Una durata più lunga della terapia risultava collegata a una maggiore riduzione del rischio, con un calo complessivo del rischio di Alzheimer stimato intorno al 50-60%.
Tuttavia, gli esperti hanno chiarito che la terapia non va interpretata come una cura delle malattie già stabilite. Può essere utile come intervento precoce e personalizzato, ma non come soluzione universale.
Una fase da riconoscere prima e meglio
Il congresso ha rafforzato un concetto ormai sempre più evidente: la menopausa è una transizione biologica complessa. Quando arriva troppo presto, può incidere su più sistemi dell’organismo e aumentare il rischio di malattie cardiovascolari, osteoporosi, fratture, sarcopenia e possibili disturbi neurologici.
Per questo gli esperti propongono un approccio più attento e personalizzato, soprattutto per le donne con menopausa precoce o insufficienza ovarica prematura. Riconoscere il problema, valutare i fattori di rischio e intervenire nei tempi giusti può diventare una parte importante della prevenzione a lungo termine.
FONTI:
European Medical Journal - Early Menopause and Brain Health: From Clinical Risk to Neuroscience