Perché è facile ingrassare e difficile dimagrire: cosa dice la scienza al congresso mondiale sull'obesità

Dr. Christian Raddato Medico Chirurgo
Redatto scientificamente da Dr. Christian Raddato, Medico Generale |
A cura di Emanuela Spotorno
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Data articolo – 22 Luglio, 2026

ragazza mangia cibo ultra-processato

Al congresso mondiale sull'obesità di Città del Messico è stata presentata una teoria che ribalta la lettura tradizionale del problema. 

Secondo un docente di Nutrizione di popolazione dell'Università di Auckland, l'aumento dei casi di obesità non deriva da un malfunzionamento, ma dall'incontro tra due sistemi complessi che lavorano esattamente come previsto: l'industria alimentare, che negli ultimi decenni ha messo a punto prodotti sempre più densi dal punto di vista energetico e gradevoli al palato, e la fisiologia umana, che si è evoluta in un contesto di scarsità di cibo e continua quindi a favorire l'accumulo di riserve piuttosto che la loro perdita. 

Nessuno dei due sistemi è difettoso: è proprio questa la parte più difficile da accettare, perché significa che il problema non si risolve semplicemente correggendo un errore, ma agendo su due meccanismi che, ciascuno per proprio conto, fanno esattamente quello per cui sono stati progettati o selezionati dall'evoluzione.

Il corpo ingannato in pochi minuti

Il nodo centrale riguarda la velocità di assunzione del cibo. Gli alimenti ultra-processati vengono ingeriti così rapidamente da anticipare il segnale di sazietà, che il cervello elabora in circa venti minuti. 

A questo si aggiunge la loro elevata densità energetica e la palatabilità costruita in laboratorio, pensata per rendere il consumo il più piacevole e continuativo possibile. Il risultato è un consumo calorico eccessivo che avviene senza una reale percezione di aver mangiato troppo, rendendo il controllo del peso una sfida non solo comportamentale ma fisiologica, difficile da contrastare con la sola forza di volontà.

L'impatto sul cuore, in numeri

Un secondo studio, condotto da un gruppo dell'Università di Montréal e pubblicato sull'American Journal of Preventive Medicine, ha stimato che tra il 23% e il 38% dei decessi cardiovascolari in Canada sarebbe collegabile al consumo di cibi ultra-processati. Una quota simile, tra il 23% e il 37%, riguarderebbe anche le nuove diagnosi di cardiopatia ischemica e ictus. 

Gli autori della ricerca stimano che dimezzare il consumo di questi prodotti su scala nazionale potrebbe evitare diverse migliaia di decessi ogni anno, con proporzioni verosimilmente simili in altri Paesi ad alto reddito, dove la diffusione di questi alimenti nella dieta quotidiana segue andamenti paragonabili a quelli canadesi.

Quando l'industria minimizza i rischi

Un terzo filone di ricerca, sempre presentato al congresso, ha esaminato le strategie comunicative di alcuni settori dell'industria alimentare

Emerge una tendenza a presentare singole categorie di ultra-processati come "più sane" rispetto ad altre, pur trattandosi in entrambi i casi di prodotti formulati industrialmente a partire da grassi, amidi e zuccheri estratti, oltre ad additivi come aromi, coloranti ed emulsionanti. 

Questa narrazione, secondo gli autori dello studio, contribuisce a confondere chi acquista, spostando l'attenzione dal problema di fondo, il grado di lavorazione industriale, a differenze percepite come qualitative tra un prodotto e l'altro.


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Cosa cambia nella pratica quotidiana

I tre studi convergono su un punto: la difficoltà nel controllare il peso non dipende solo da scelte individuali, ma da un ambiente alimentare progettato per favorire un consumo rapido ed eccessivo. Questo aiuta a spiegare perché le diete basate unicamente sulla riduzione delle porzioni falliscono spesso: il problema non è solo quanto cibo viene assunto, ma quanto velocemente e con quale grado di appetibilità industriale.

Privilegiare alimenti freschi o minimamente lavorati, allungare i tempi del pasto e leggere con attenzione le etichette restano le indicazioni pratiche più condivise dagli esperti

Il confronto con un professionista della nutrizione resta comunque il riferimento più affidabile per impostare un percorso sostenibile nel tempo, soprattutto quando le difficoltà nel gestire il peso persistono nonostante i cambiamenti nello stile di vita.

Fonti

  • PubMed - Estimating the preventable burden of cardiovascular disease attributable to ultra-processed dietary patterns in Canada: A modeling study
  • University of Auckland - Junk food designed to make us eat more, study finds
  • World Obesity Federation (WOF) - How ultra-processed food firms hoodwink us into thinking their products are 'healthier' than others
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