Per anni le microplastiche sono state raccontate soprattutto come un’emergenza ambientale: frammenti minuscoli dispersi nei mari, nei fiumi, nel suolo, nell’aria e nella catena alimentare. Oggi la questione si è spostata anche dentro il corpo umano. Queste particelle, definite in genere come frammenti di plastica inferiori a 5 millimetri, sono state rilevate in diversi tessuti e fluidi biologici, dal sangue alla placenta, fino a organi e campioni anatomici analizzati in laboratorio.
La domanda, quindi, non è più soltanto se le microplastiche possano entrare nell’organismo. La domanda più urgente è un’altra: che cosa fanno una volta entrate? Sono solo presenze passive, destinate a essere eliminate, oppure possono interferire con processi biologici importanti?
Un lavoro pubblicato nel 2024 sul Journal of Hazardous Materials ha aggiunto un tassello significativo a questo quadro. I ricercatori hanno analizzato campioni di arterie umane raccolti durante interventi chirurgici e hanno trovato microplastiche in tutti i campioni esaminati.
Lo studio su 17 campioni di arterie
La ricerca, guidata da studiosi della Capital Medical University in Cina, ha preso in esame 17 campioni arteriosi umani. I tessuti provenivano da tre aree diverse: arterie coronarie, arterie carotidi e aorta.
I campioni coronarici e carotidei provenivano da pazienti con placche aterosclerotiche, cioè accumuli di grasso e materiale infiammatorio all’interno delle arterie. I campioni di aorta, invece, erano privi di placche e sono stati usati come confronto.
Il risultato più immediato è stato netto: microplastiche sono state rilevate in tutti i campioni. La concentrazione media riportata nello studio era di 118,66 ± 53,87 microgrammi per grammo di tessuto. È un dato piccolo nei numeri assoluti, ma rilevante perché riguarda tessuti profondi e biologicamente delicati, non superfici esposte all’ambiente esterno.
Quali plastiche sono state trovate
I ricercatori hanno identificato quattro tipi principali di microplastiche. Il materiale più frequente era il PET, cioè polietilene tereftalato, che rappresentava il 73,70% delle plastiche rilevate. È una plastica molto diffusa, usata per bottiglie, imballaggi alimentari, tessuti e diversi prodotti di consumo.
Gli altri materiali individuati erano PA-66, una poliammide, pari al 15,54%; PVC, cioè polivinilcloruro, pari al 9,69%; e PE, cioè polietilene, pari all’1,07%.
Il fatto che il PET fosse dominante non sorprende del tutto, perché è tra i polimeri più presenti nella vita quotidiana. Ma proprio questa familiarità rende il dato più difficile da ignorare: molte delle plastiche che usiamo ogni giorno possono frammentarsi, disperdersi e potenzialmente contribuire all’esposizione umana.
Il dato più delicato: più microplastiche nelle arterie con placche
Uno degli aspetti più discussi dello studio riguarda la differenza tra i campioni. Le arterie con placche aterosclerotiche, cioè coronarie e carotidi, mostravano livelli di microplastiche circa doppi rispetto ai campioni di aorta senza placche.
Questo può suggerire un possibile collegamento tra microplastiche e malattia vascolare, ma non basta a stabilire una causa. Le arterie analizzate erano diverse tra loro per sede, storia clinica e condizioni patologiche. È possibile che le microplastiche si accumulino più facilmente nelle placche, oppure che le placche favoriscano la ritenzione di particelle già presenti nel sangue. Ma è anche possibile che entrino in gioco altri fattori non controllati.
La prudenza è fondamentale. Lo studio non dimostra che le microplastiche provochino aterosclerosi, infarto o ictus. Mostra però che queste particelle possono essere presenti nei tessuti arteriosi e che la loro distribuzione merita indagini più ampie.
Perché le arterie sono un punto critico
Le arterie non sono semplici tubi. Sono tessuti vivi, regolati da cellule, segnali chimici, risposta immunitaria e processi infiammatori. Quando si sviluppa l’aterosclerosi, le pareti arteriose si modificano: si accumulano lipidi, cellule immunitarie e materiale fibroso, formando placche che possono restringere il passaggio del sangue.
Se una placca si rompe o diventa instabile, può favorire la formazione di un coagulo. È uno dei meccanismi alla base di eventi gravi come infarto e ictus ischemico.
Per questo trovare microplastiche in tessuti arteriosi suscita attenzione. Non perché ogni particella sia automaticamente pericolosa, ma perché le arterie sono coinvolte in processi molto sensibili. Anche una piccola interferenza con infiammazione, stress ossidativo o funzione delle cellule vascolari potrebbe avere significato, se confermata da ulteriori studi.
Come potrebbero agire le microplastiche
Le ipotesi biologiche sono diverse. Studi sperimentali, soprattutto su animali e cellule, suggeriscono che le microplastiche possano contribuire a stress ossidativo, danno cellulare, alterazioni del metabolismo lipidico ed energetico e risposta immuno-infiammatoria.
Sono meccanismi già importanti nella salute cardiovascolare. L’infiammazione cronica e lo stress ossidativo, per esempio, partecipano alla formazione e alla progressione delle placche aterosclerotiche. Se le microplastiche dovessero amplificare questi processi, potrebbero diventare un fattore di rischio aggiuntivo.
Ma il condizionale resta necessario. Capire cosa accade in laboratorio o in modelli animali non equivale a sapere esattamente cosa avviene in una persona, con esposizioni reali, tempi lunghi e molti fattori di rischio contemporanei.
Lo studio del New England Journal of Medicine
Un altro lavoro molto citato, pubblicato nel 2024 sul New England Journal of Medicine, ha analizzato placche carotidee rimosse durante interventi di endoarteriectomia. Tra i 257 pazienti seguiti per una media di circa 33,7 mesi, il polietilene è stato rilevato nelle placche di 150 persone, pari al 58,4%. In 31 pazienti, cioè il 12,1%, erano presenti anche quantità misurabili di PVC.
Durante il follow-up, eventi come infarto non fatale, ictus non fatale o morte per qualsiasi causa si sono verificati nel 20% dei pazienti con microplastiche o nanoplastiche nelle placche, rispetto al 7,5% di chi non mostrava queste particelle.
È un dato molto importante perché collega la presenza di particelle plastiche a esiti clinici nel tempo. Tuttavia, anche questo studio non dimostra che le microplastiche siano la causa diretta degli eventi cardiovascolari. Può esistere un’associazione, ma servono ulteriori ricerche per capire il nesso biologico e il peso reale del rischio.
Da dove arrivano nel corpo
Le vie di ingresso più probabili sono più di una. Le microplastiche possono essere ingerite attraverso cibo e bevande, soprattutto quando entrano in contatto con imballaggi, acqua in bottiglia o alimenti contaminati. Possono anche essere inalate, perché particelle plastiche sono presenti nella polvere domestica e nell’aria.
Una volta entrate nell’organismo, alcune particelle potrebbero attraversare barriere biologiche, raggiungere il sangue e distribuirsi in tessuti diversi. Non è ancora chiaro quanto contino dimensione, forma, tipo di plastica, additivi chimici e durata dell’esposizione.
Questo è uno dei punti aperti più importanti. Sapere che le microplastiche sono presenti nelle arterie è solo il primo livello della domanda. Bisogna capire come ci arrivano, quanto vi restano e se modificano davvero la funzione dei vasi.
Il problema dei limiti metodologici
Gli studi sulle microplastiche nel corpo umano sono difficili da condurre. Il rischio di contaminazione è alto, perché la plastica è ovunque: nei laboratori, negli strumenti, nell’aria, nei contenitori, nei materiali chirurgici. Per questo servono procedure molto rigorose, controlli ambientali e metodi di analisi capaci di distinguere ciò che era davvero nel campione da ciò che potrebbe essersi aggiunto durante la raccolta o l’esame.
Lo studio sulle 17 arterie è piccolo e non può rappresentare da solo tutta la popolazione. Inoltre, i campioni provenivano da persone sottoposte a interventi chirurgici, quindi non da individui scelti casualmente. È probabile che avessero già condizioni vascolari o cliniche specifiche.
Questi limiti non cancellano il risultato, ma ne definiscono il peso. La presenza di microplastiche nelle arterie è un segnale da approfondire, non una conclusione definitiva sul rischio individuale.
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Cosa significa per la salute cardiovascolare
Per il momento, nessuna linea guida può dire che ridurre l’esposizione alle microplastiche abbassi direttamente il rischio di infarto o ictus. Le prove non sono ancora a quel livello. I fattori cardiovascolari più consolidati restano altri: fumo, pressione alta, colesterolo, diabete, sedentarietà, obesità, alimentazione squilibrata, familiarità e età.
Detto questo, le microplastiche stanno diventando un tema sempre più rilevante anche in medicina. Se ulteriori studi confermeranno un ruolo nella formazione delle placche, nell’infiammazione vascolare o nella loro instabilità, la prevenzione cardiovascolare dovrà probabilmente includere anche una riflessione più ampia sull’ambiente.
Non si tratta solo di comportamento individuale. La plastica è parte dell’organizzazione produttiva, alimentare e urbana. Ridurre l’esposizione richiede scelte personali, ma anche politiche pubbliche, controllo degli imballaggi, gestione dei rifiuti e miglioramento della ricerca.
Il messaggio da portare a casa
Lo studio del Journal of Hazardous Materials ha trovato microplastiche in tutti i 17 campioni arteriosi analizzati, compresi tessuti di arterie coronarie, carotidi e aorta. Il PET era il materiale più frequente, pari al 73,70% delle plastiche rilevate. Le arterie con placche mostravano livelli più alti rispetto ai campioni senza placche.
Questi dati non dimostrano che le microplastiche causino infarti o ictus, ma rafforzano un sospetto ormai difficile da ignorare: le particelle plastiche possono entrare in distretti profondi del corpo e comparire anche nei tessuti vascolari.
Fonti
Journal of Hazardous Materials - Microplastics in three types of human arteries detected by pyrolysis-gas chromatography/mass spectrometry (Py-GC/MS)