Quando il Parkinson è ancora invisibile: esistono tracce biologiche che anticipano la malattia

Mattia Zamboni | Autore e divulgatore esperto in salute, nutrizione e psicologia applicata al benessere quotidiano
A cura di Mattia Zamboni
Autore e divulgatore esperto in salute, nutrizione e psicologia applicata al benessere quotidiano

Data articolo – 30 Gennaio, 2026

Le mani di un anziano

Il Parkinson è tradizionalmente identificato attraverso i suoi sintomi motori più evidenti: tremore, rigidità, lentezza nei movimenti. Tuttavia, da anni la ricerca scientifica sta spostando l’attenzione su ciò che accade molto prima della diagnosi clinica.

È in questo spazio temporale che si colloca lo studio pubblicato su npj Parkinson’s Disease, dedicato all’analisi dei segnali biologici precoci legati alla riparazione del DNA e alla risposta cellulare allo stress.

L’obiettivo è quello di comprendere se esistano tracce molecolari riconoscibili nelle fasi prodromiche della malattia, quando i sintomi motori non sono ancora presenti ma i processi patologici sono già in corso.

Il ruolo della riparazione del DNA e della risposta allo stress

Con il termine fase prodromica si indica il periodo che precede l’esordio clinico del Parkinson: in questa fase possono comparire segnali aspecifici come:

Dal punto di vista biologico, però, il cervello e altri tessuti stanno già affrontando uno stress progressivo.

La ricerca parte da una domanda centrale: esistono cambiamenti misurabili nel sangue che riflettano questi processi precoci? Per rispondere, i ricercatori hanno analizzato nel tempo l’espressione genica di soggetti sani, individui in fase prodromica e pazienti con Parkinson già diagnosticato.


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Due sistemi cellulari sono stati messi sotto la lente:

  • i meccanismi di riparazione del DNA, fondamentali per correggere i danni accumulati nel materiale genetico;
  • la Integrated Stress Response (ISR), una rete di segnali che aiuta la cellula a reagire a condizioni avverse come stress ossidativo, infiammazione o accumulo di proteine danneggiate.

Entrambi questi sistemi sono da tempo sospettati di avere un ruolo nella neurodegenerazione.

Tuttavia, raramente erano stati osservati in modo dinamico, cioè seguendo la loro evoluzione nel tempo, soprattutto nelle fasi iniziali della malattia.

Segnali distintivi nelle fasi precoci

A differenza di molte ricerche basate su un singolo momento di osservazione, questo studio utilizza dati longitudinali: l’espressione genica nel sangue è stata misurata in più momenti, permettendo di osservare come i segnali biologici cambiano nel tempo.

Questo approccio ha consentito di cogliere non solo le differenze tra gruppi, ma anche le traiettorie dei cambiamenti molecolari, un aspetto cruciale quando si studiano malattie progressive come il Parkinson.

Il dato più rilevante emerso è che i geni coinvolti nella riparazione del DNA e nella risposta allo stress cellulare distinguono in modo significativo i soggetti in fase prodromica dai controlli sani.

Questa distinzione non è statica: tende, anzi, a diventare più marcata nel tempo, suggerendo che i cambiamenti biologici si accumulano gradualmente prima della diagnosi clinica. In altre parole, il sangue sembra “raccontare” una storia che inizia ben prima dei sintomi motori.

Un aspetto interessante, e per certi versi controintuitivo, riguarda i pazienti con Parkinson già diagnosticato: in questo gruppo, i profili di espressione genica legati a DNA e stress non risultano nettamente diversi da quelli dei soggetti sani.

Questo non significa che i meccanismi non siano coinvolti nella malattia, ma suggerisce che:

  • i cambiamenti più informativi avvengono primadella stabilizzazione clinica;
  • una volta raggiunta una certa fase della malattia, il sistema biologico può aver attivato adattamenti o compensazioni che rendono meno evidenti queste differenze nel sangue.

Dal punto di vista clinico, il messaggio è chiaro: la “finestra” più promettente per individuare biomarcatori è quella precoce.

Un’espressione genica dinamica e non lineare

Un altro risultato chiave riguarda la natura dei cambiamenti osservati: nei soggetti in fase prodromica, l’espressione dei geni analizzati non segue un andamento semplice, lineare.

Circa la metà dei geni coinvolti nella riparazione del DNA e oltre due terzi di quelli legati alla risposta allo stress mostrano andamenti non lineari nel tempo: aumenti, riduzioni e fasi di stabilizzazione che si alternano.

Questo dato rafforza l’idea che la fase prodromica non sia un periodo di declino uniforme, ma piuttosto un processo dinamico, fatto di tentativi di adattamento cellulare a uno stress crescente.

All’interno di questo panorama complesso, alcuni geni emergono come particolarmente informativi.

Le mani di un anziano e quelle di un medico all'interno di un ospedale

Tra questi:

  • ERCC6, coinvolto nella riparazione del DNA danneggiato;
  • PRIMPOL, che partecipa alla replicazione del DNA in condizioni di stress;
  • NEIL2 e NTHL1, entrambi associati alla riparazione delle basi ossidate.

La loro espressione contribuisce in modo significativo a distinguere i soggetti prodromici dai controlli sani. È importante sottolineare che lo studio non propone questi geni come test diagnostici pronti all’uso, ma come candidati promettenti per future ricerche sui biomarcatori precoci del Parkinson.

Implicazioni per la ricerca e la pratica clinica

Nel suo insieme, lo studio rafforza una visione sempre più condivisa: la malattia di Parkinson inizia molto prima di quanto mostrino i sintomi motori.

Comprendere cosa accade in questa fase significa aprire la strada a:

  • strategie di identificazione precoce delle persone a rischio;
  • studi su interventi preventivi o modificanti la malattia;
  • una nuova lettura del Parkinson come processo sistemico, non limitato al solo sistema nervoso centrale.

È un cambio di prospettiva che richiede tempo, dati longitudinali e cautela interpretativa, ma che appare sempre più necessario.

Questo studio offre un contributo solido alla comprensione delle fasi iniziali della malattia di Parkinson, mostrando come alterazioni nei meccanismi di riparazione del DNA e di risposta allo stress siano già presenti prima della diagnosi clinica.

Non si tratta di una scoperta sensazionalistica, ma di un tassello importante che si inserisce in un quadro di ricerca in evoluzione.

Il messaggio finale è chiaro: per capire davvero il Parkinson, bisogna imparare a osservare ciò che accade quando la malattia è ancora invisibile.

Fonti:

  • npj Parkinson’s diseaseLongitudinal assessment of DNA repair signature trajectory in prodromal versus established Parkinson’s disease
  • Chalmers UniversityEarly signs of Parkinson’s can be identified in the blood
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