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Setticemia: un biomarker potrebbe salvare la vita di molte persone

Ultimo aggiornamento – 23 maggio, 2017

Setticemia: un biomaker per diagnosticarla
Indice

La setticemia, detta anche sepsi, è causa della metà di tutti i decessi ospedalieri. Qualsiasi tipo di patogeno – batteri, funghi, parassiti e virus – può provocare questa pericolosa infezione del sangue.

Questa, in particolare, si verifica quando i microrganismi patogeni (batteri, funghi, virus o parassiti), che hanno causato un’infezione, passano dalla sede dell’infezione al sangue. Anche il sistema immunitario ha un grande peso nel decorso della sepsi. Se non curata in tempo con la somministrazione di antibiotici, antimicotici o antivirali e liquidi, tramite fleboclisi, la setticemia può trasformarsi in shock settico, una condizione potenzialmente fatale.

Purtroppo, la sepsi è difficile da diagnosticare e ancora più difficile da curare. Ma forse le cose stanno cambiando. Un gruppo di studiosi ha infatti scoperto un biomarker della risposta immunitaria che potrebbe migliorare la diagnosi precoce, la prognosi e il trattamento per la setticemia.

Come reagisce il sistema immunitario alla setticemia?

A complicare la condizione c’è il sistema immunitario che, reagendo esageratamente, determina una risposta infiammatoria importante, con possibile formazione di coaguli di sangue che danneggiano gli organi impedendo all’ossigeno e alle sostanze nutritive di raggiungerli.

Nelle prime fasi della setticemia, il sistema immunitario immette in circolo grandi quantità di proteine infiammatorie note come citochine, alcune delle quali richiedono l’attivazione attraverso un’altra classe di proteine chiamate caspasi. Le caspasi, a loro volta, possono anche innescare una forma esplosiva di morte cellulare chiamata piroptosi, che aiuta a distruggere i patogeni, ma può esacerbare i danni all’ospite stesso provocando gravi conseguenze a organi e apparti.

La piroptosi è una morte cellulare che differisce dall’apoptosi, ovvero il classico “suicidio programmato” a cui vanno incontro fisiologicamente tutte le cellule normali. La piroptosi, innescata dunque dalla caspasi, è una morte legata a una eccessiva risposta infiammatoria. L’attivazione della caspasi non solo evoca la piroptosi, ma avvia anche l’attivazione di citochine infiammatorie quali l’interleuchina 1β (Il-1β) e l’interleuchina 18 (Il-18), che causano notevoli danni cellulari.

Scoperto un biomarker per diagnosticare la setticemia

Come già sottolineato, la setticemia non è una condizione la cui diagnosi è immediata. Gli studiosi hanno scoperto un nuovo biomarker, una molecola chiamata metil-tio-adenosina o MTA, che può prevedere quali pazienti sono più a rischio di morte a causa della sepsi.

I risultati, pubblicati sulla rivista Science Advances, potrebbero anche aiutare a determinare se i pazienti potrebbero o meno beneficiare di terapie che rafforzano o sopprimono il sistema immunitario, aprendo la strada a nuovi trattamenti.

In genere, i pazienti affetti da sepsi sono trattati attraverso una combinazione di antibiotici e farmaci che mirano a ridurre il danno d’organo e a distruggere i germi offensivi, senza agire nei confronti del sistema immunitario che, in questo caso, risulta più dannoso dell’infezione stessa.

Gli studiosi hanno cercato delle varianti genetiche che potrebbero predisporre gli individui a diversi livelli di piroptosi. I risultati hanno indicato una variazione, tra i pazienti, dei livelli di metil-tio-adenosina, o MTA, che risultava elevata in coloro che, purtroppo, non erano sopravvissuti alla sepsi.

L’MTA potrebbe servire da biomarker affidabile di sepsi, e ci si interroga sulla eventuale possibilità di manipolazione dei suoi livelli per cambiare il decorso dell’infezione.

Nonostante non sia un percorso semplice, gli autori dello studio hanno affermato che i biomarcatori potrebbero essere utili strumenti predittivi, diagnostici e potrebbero indicarci trattamenti adeguati e studiati a su misura

Diagnosi e trattamento della sepsi

Ad oggi, diagnosticare la setticemia, e l’origine dell’infezione, è una delle più grandi sfide che i medici devono affrontare, in quanto la maggior parte dei sintomi potrebbero essere causati anche da altre malattie. La diagnosi di solito comporta una vasta gamma di test come:

  • Esami del sangue che mettono in luce disturbi della coagulazione, anomalie nella funzionalità epatica o renale, carenza di ossigeno e squilibri elettrolitici
  • Esame dell’espettorato per verificare che si tratti di un’infezione respiratoria
  • Esame delle urine per evidenziare l’eventuale presenza di batteri nelle vie urinarie (possibile origine dell’infezione)
  • Tampone di una lesione per poter poi eseguire un esame colturale e identificare eventuali germi patogeni

Quando la localizzazione dell’infezione non è evidente si ricorre agli esami di imaging quali:

  • RX al torace
  • TAC all’addome
  • Ecografia all’addome
  • RMN per la diagnosi di infezioni dei tessuti molli

Solo un trattamento tempestivo e adeguato aumenta le probabilità che il paziente sopravviva all’infezione. Di solito si interviene con una terapia antibiotica.

I pazienti con grave setticemia o shock settico devono, invece, essere ricoverati in ospedale, in terapia intensiva, per sottoporsi a terapie tramite flebo. E’ possibile che siano utili procedure di rianimazione, l’uso di ossigeno e la dialisi nel caso in cui si verifichi insufficienza renale.

Inoltre, il trattamento della setticemia prevede l’utilizzo di diversi tipi di farmaci:

  • Antibiotici – inizialmente il paziente viene trattato con un antibiotico ad ampio spettro (efficace contro diversi batteri), poi l’antibiotico si sostituisce con uno specifico contro il batterio che ha causato l’infezione
  • Vasopressori – vengono somministrati per fare incrementare la pressione sanguigna nel caso in cui i valori pressori scendano eccessivamente
  • Corticosteroidi (in minime dosi) – per sopprimere in parte l’attività del sistema immunitario
  • Insulina – per mantenere sotto controllo il livello di glucosio nel sangue
  • Analgesici – per attenuare il dolore

Nel caso in cui si verifichi un ascesso è, invece, necessario un intervento chirurgico per rimuoverlo.

La scienza, anche questa volta, sta andando nella direzione giusta. Attendiamo ora nuove conferme.

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