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Stop al diabete di tipo 1: potrebbe essere bloccato grazie alle cellule staminali

Ultimo aggiornamento – 22 febbraio, 2016

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I pazienti con diabete di tipo 1 sono obbligati a convivere quotidianamente con le iniezioni di insulina, per andare a sopperire alle mancanze che si sono generate nel loro organismo. I ricercatori del Massachusetts Institute of Technology (MIT) sono vicini a una scoperta che potrebbe stravolgere questa abitudine.

Lo studio

Un recente studio, pubblicato sulla rivista Nature Medicine, ha mostrato come le cellule beta (cellule beta delle isole di Langerhans situate nel pancreas), le produttrici dell’insulina, a base di cellule beta ottenute in vitro a partire da cellule staminali di origine umana, siano state capaci di spegnere il diabete nei topi in un periodo massimo di sei mesi. Nel pancreas di una persona sana sono i gruppi di cellule beta che producono l’insulina per combattere l’aumento dei livelli di zucchero nel sangue. Nei soggetti che soffrono di diabete di tipo 1, il sistema immunitario attacca e distrugge queste cellule.

Questa patologia costituisce il 10% dei casi totali di diabete, una patologia purtroppo ancora cronica. Nel 2014, un team dell’università di Harvard ha usato cellule staminali per produrre un gran numero di cellule beta, che sono state poi iniettate in topolini iperglicemici, al fine di osservare se fossero capaci di ridurre i livelli di zucchero nel sangue.

Purtroppo, però, il sistema immunitario difettoso del topo le ha attaccate, andando ad azzerarne i risultati. I nuovi studi del MIT hanno trovato un modo per nascondere queste nuove cellule al sistema immunitario distruttivo dei topolini affetti da diabete di tipo 1. Si era notato come il gel alginato, un materiale ricavato dalle alghe brune, fosse in grado di celare, anche se per breve tempo, la presenza delle cellule beta.

I ricercatori del MIT sono andati a lavorare sulla struttura chimica degli alginati (utilizzati in ambito medico per trattamento di reflusso gastro-esofageo o più semplicemente di bruciore di stomaco) per potenziarne le caratteristiche. Il dottor Arturo Vegas, il principale autore dello studio, ha affermato che “siamo andati a prendere tutti questi derivati di alginato collegando diverse molecole di piccole dimensioni per creare una catena”.

Gli studiosi speravano che uno di questi 800 derivati potesse avere la capacità di impedire il riconoscimento delle cellule staminali da parte del sistema immunitario. Il triazolotiomorfolina diossido pare aver funzionato, almeno così sembra, nei topi e nei primati non umani.

Dopo il trapianto, le cellule beta hanno iniziato a produrre insulina e fatto tornare gli zuccheri nel sangue a livelli normali in 174 giorni al massimo. Manca ancora la fase di sperimentazione sull’uomo, l’ultimo passo necessario per comprenderne la reale efficacia, ma le premesse sembrano buone.

 

 

 

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