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Trapiantato un cuore che aveva smesso di battere

Vincenzo Russo | Blogger

Ultimo aggiornamento – 17 Novembre, 2014

Trapiantato un cuore che aveva smesso di battere

Sto bene e mi sento diverso, come se avessi 10 anni di meno”. Queste le prime parole pronunciate da Michelle Gribilas, un paziente australiano 57enne affetto da grave insufficienza cardiaca congenita, e sottoposto a un trapianto di cuore.

Niente di strano, si direbbe, i trapianti di cuore sono una realtà che ha fatto molta strada da quel 3 dicembre 1967, quando il pioniere dr. Christiaan Barnard effettuò il primo intervento, a Città del Capo.

Quello effettuato in Australia, all’ospedale St. Vincent di Sydney, potrebbe però rappresentare una nuova pietra miliare nella storia della medicina, perché l’equipe che l’ha eseguito ha trapiantato un cuore che aveva già smesso di battere, quindi morto, da circa 20 minuti.

Come è stato possibile?

Il cuore è l’unico organo, fino a oggi, trapiantato solo da “vivo”.  La tecnica corrente prevede che l’espianto dell’organo venga effettuato da un donatore, il cui stato di morte cerebrale sia stato certificato quando ancora batte. L’organo espiantato viene tenuto in ghiaccio per un massimo di 4 ore, fintanto che non giunge a destinazione per venire trapiantato.

I cardiochirurghi di Sydney hanno utilizzato una tecnica del tutto diversa, resa possibile dalle caratteristiche del cuore e dall’utilizzo di una tecnologia nota come “hearth in a box”, letteralmente “cuore in scatola”. Il cuore è l’unico organo del corpo in grado di “vivere” autonomamente, senza l’apporto dei tessuti nervosi, e può riprendere a battere, se opportunamente stimolato, anche dopo brevi arresti cardiaci, come si fa utilizzando un defribillatore.

“Hearth in box” funziona sfruttando queste proprietà. L’organo espiantato viene inserito nel macchinario che lo mantiene alla normale temperatura corporea e inietta un particolare fluido che ne impedisce il deterioramento. Al momento dell’impianto viene rivitalizzato per essere trapiantato.
Potrebbero essere salvati almeno il 30% in più dei pazienti in attesa di trapianto, spiegano i chirurghi australiani, dal momento che la platea dei possibili donatori aumenterebbe considerevolmente.

“Hearth in a box” è attualmente in fase sperimentale in diversi centri cardiologici mondiali e la British Hearth Foundation ha salutato l’intervento come un “evento significativo” per la medicina, augurandosi che al più presto questa nuova tecnologia possa diventare la prassi nei trapianti cardiaci e trovi sviluppi anche per i trapianti di altri organi delicati, come polmoni o fegato.

 

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