L’età anagrafica racconta solo una parte della storia. Due persone nate nello stesso anno possono avere condizioni fisiche molto diverse, una maggiore o minore forza muscolare, una diversa capacità di affrontare uno sforzo e caratteristiche metaboliche lontane tra loro. È da questa differenza che nasce il concetto di età biologica, cioè il tentativo di descrivere quanto velocemente o lentamente stia invecchiando l’organismo rispetto agli anni indicati sui documenti.
Un gruppo internazionale di ricercatori ha provato a misurarla osservando le proteine presenti nel sangue e verificando come questo profilo cambiasse in relazione all’attività fisica. I risultati suggeriscono che alcuni segnali molecolari associati all’invecchiamento possono rispondere all’esercizio anche nell’arco di pochi mesi.
Lo studio ha analizzato oltre 45mila persone
La prima parte della ricerca ha utilizzato i dati di 45.438 partecipanti alla UK Biobank, una delle più grandi raccolte di informazioni sanitarie al mondo. Il gruppo coordinato da Sindre Lee-Ødegård dell’Università di Oslo ha confrontato il profilo delle proteine presenti nel sangue con i livelli di attività fisica, alcune caratteristiche corporee e diversi indicatori metabolici.
Le persone più attive tendevano ad avere un profilo proteomico associato a un’età biologica più favorevole, mentre gli individui con segnali di invecchiamento biologico più rapido mostravano mediamente meno movimento e condizioni metaboliche meno favorevoli.
Questa prima fase, però, era osservazionale. Ciò significa che permette di individuare una relazione tra due fenomeni, ma non dimostra che sia stata direttamente l’attività fisica a provocare il profilo biologico osservato. Chi si muove di più potrebbe infatti avere anche un’alimentazione differente, migliori condizioni generali di salute o altri comportamenti capaci di influenzare i risultati.
Cosa è successo dopo 12 settimane di allenamento
Per approfondire il possibile rapporto causa-effetto, i ricercatori hanno esaminato anche un secondo esperimento, molto più piccolo. In questo caso 26 uomini precedentemente sedentari hanno seguito per 12 settimane un programma supervisionato che combinava allenamento di forza e resistenza.
Alla fine del periodo, l’indicatore proteomico dell’età biologica si era ridotto dell’equivalente stimato di 10,2 mesi. Non era l’unico cambiamento. I partecipanti avevano perso circa 2-4 chilogrammi di massa grassa, guadagnato approssimativamente 2 chilogrammi di massa magra e migliorato la sensibilità all’insulina di circa il 40%.
Sono variazioni rilevanti perché la sensibilità all’insulina indica quanto efficientemente l’organismo riesca a utilizzare questo ormone per controllare i livelli di glucosio nel sangue. Una riduzione della sensibilità all’insulina è infatti strettamente collegata a diverse alterazioni metaboliche e al rischio di diabete di tipo 2.
Cosa significa davvero “10 mesi più giovani”
È il passaggio più importante per interpretare correttamente lo studio. I partecipanti non hanno letteralmente recuperato 10 mesi di vita, né la ricerca ha dimostrato che vivranno più a lungo di quella quantità. I ricercatori hanno misurato un indicatore statistico basato sulle proteine presenti nel sangue.
La quantità di alcune proteine cambia con l’avanzare degli anni. Mettendole insieme in un modello matematico è possibile ottenere una stima di alcuni aspetti dell’invecchiamento biologico. Dopo l’allenamento, quel particolare indice si è spostato verso valori generalmente associati a un organismo biologicamente più giovane.
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È quindi un segnale molecolare, non una misurazione diretta della durata della vita. Lo studio non dimostra nemmeno che tutti gli organi siano ringiovaniti nella stessa misura o che il rischio di ogni malattia sia diminuito di un valore equivalente.
L’orologio biologico utilizzava 204 proteine
Il modello sviluppato dai ricercatori prendeva in considerazione 204 proteine. La maggior parte non ha mostrato variazioni importanti dopo il periodo di allenamento, mentre soltanto alcune si sono modificate insieme al miglioramento della forma fisica e delle condizioni metaboliche.
Questo dettaglio suggerisce che l’invecchiamento non sia un processo uniforme e che le diverse componenti dell’organismo possano rispondere all’esercizio con modalità e velocità differenti. È anche uno dei motivi per cui gli scienziati invitano alla prudenza quando si parla genericamente di “età biologica”. Non esiste infatti un unico orologio capace di descrivere perfettamente l’invecchiamento dell’intero organismo.
I test dell’età biologica non dicono quanto vivremo
Negli ultimi anni sono comparsi numerosi strumenti che promettono di stimare l’età biologica attraverso sangue, DNA o altri biomarcatori. Questi metodi rappresentano un settore di ricerca molto attivo, ma non esiste oggi un singolo esame universalmente accettato in grado di stabilire con certezza quanti anni di vita rimangano a una persona.
Orologi differenti possono infatti misurare aspetti biologici diversi.
Un test può essere più sensibile alle alterazioni metaboliche, un altro ai cambiamenti epigenetici o alle proteine circolanti. Per questo il risultato dello studio non significa che sia necessario sottoporsi regolarmente a esami dell’età biologica per capire se l’attività fisica stia funzionando.
Non bastava una semplice passeggiata
Un altro elemento da non perdere riguarda il tipo di attività svolta. Il programma seguito dai partecipanti comprendeva esercizi strutturati di forza e resistenza, e non soltanto movimento leggero o passeggiate occasionali. Non sarebbe quindi corretto affermare che qualunque attività fisica svolta per tre mesi produca automaticamente la stessa riduzione dell’indicatore biologico.
Lo studio dimostra ciò che è accaduto in uno specifico programma di allenamento, su un gruppo molto piccolo composto esclusivamente da uomini precedentemente sedentari. Questo limita inevitabilmente la possibilità di estendere il risultato a donne, persone molto anziane o soggetti con condizioni cliniche differenti.
Perché il risultato resta interessante
Pur con queste limitazioni, il lavoro offre un’indicazione importante: alcune caratteristiche molecolari associate all’invecchiamento non sembrano necessariamente immutabili. In appena 12 settimane, esercizio, composizione corporea e metabolismo si sono modificati insieme a una parte del profilo proteico legato all’età.
Non significa aver trovato un metodo per fermare l’invecchiamento, ma suggerisce che almeno alcuni dei processi che lo accompagnano possano rispondere alle abitudini quotidiane. Il dato si aggiunge a ciò che già sappiamo sull’attività fisica, che contribuisce al mantenimento della massa muscolare, della funzionalità cardiovascolare e della salute metabolica.
Il vero obiettivo non è cancellare gli anni
Per molte persone il messaggio pratico non è iniziare improvvisamente programmi di allenamento intensivi.
L’attività fisica deve essere sostenibile, adattata all’età, alle condizioni personali e mantenuta nel tempo. Camminare, andare in bicicletta, nuotare e inserire esercizi di forza possono contribuire a preservare capacità che diventano sempre più importanti con il passare degli anni. Lo studio non offre quindi una scorciatoia per “tornare giovani”.
Mostra piuttosto che l’invecchiamento biologico può contenere componenti dinamiche e che alcuni segnali molecolari sembrano modificarsi quando migliorano attività fisica e salute metabolica. La questione più interessante non è quindi quanti mesi si possano cancellare da un ipotetico orologio biologico, ma quanto dei cambiamenti legati all’età possa essere influenzato dalle nostre abitudini anche dopo anni di sedentarietà.
Fonte:
The American Journal of Clinical Nutrition - Vegetarian diet and likelihood of becoming centenarians in Chinese adults aged 80 y or older: a nested case-control study