"Un segno profondo nel rapporto con il corpo e con la cura": parliamo di violenza ostetrica con Valentina Maistri

Arianna Bordi | Autrice e divulgatrice con un focus su salute femminile, psicologia e salute del cervello
A cura di Arianna Bordi
Autrice e divulgatrice con un focus su salute femminile, psicologia e salute del cervello

Data articolo – 26 Febbraio, 2026

Donna triste e pensierosa seduta sul davanzale di una finestra. Salute mentale. Paesaggio invernale all'esterno.

La violenza ostetrica è un fenomeno ancora troppo sommerso, eppure riguarda migliaia di donne ogni anno. 

Pratiche mediche non necessarie, mancanza di consenso informato, linguaggio inappropriato e atteggiamenti irrispettosi durante il parto rappresentano violazioni dei diritti fondamentali delle partorienti, con conseguenze che possono durare anni sul piano fisico e psicologico.

La strada verso un'assistenza veramente rispettosa è ancora lunga: mancano dati ufficiali, riconoscimento normativo e, soprattutto, consapevolezza diffusa sul problema.

Ne abbiamo parlato con Valentina Maistri, ostetrica, per affrontare al meglio una tematica delicata e complessa, senza giudizi ma con l'intenzione di sensibilizzare il più possibile.

Come definirebbe la violenza ostetrica e quali sono le sue manifestazioni più comuni nella pratica clinica?

La violenza ostetrica è una forma di violenza di genere. È una violazione dei diritti umani e del diritto alla salute delle persone assegnate femmine alla nascita (AFAB). Quando avviene durante il percorso nascita, può coinvolgere anche chi accompagna la persona che partorisce e lә neonatә.

Per capirla davvero, però, dobbiamo leggerla dentro un contesto più ampio. Infatti, non è un episodio isolato: è un fenomeno strutturale che riflette una cultura patriarcale ancora molto presente nella nostra società, e che attraversa anche il sistema sanitario.

Si manifesta principalmente in tre modi:

  • attraverso il trattamento ricevuto dal personale sanitario e parasanitario, ad esempio: umiliazioni, commenti svalutanti, infantilizzazioni, colpevolizzazioni, mancato rispetto della privacy;
  • attraverso la medicalizzazione e patologizzazione dei corpi AFAB: la tendenza a considerare i processi riproduttivi e sessuali come qualcosa da controllare e gestire dall’esterno, anche quando non è strettamente necessario. Questo atteggiamento può essere secondario, da un lato, alla necessità di una medicina difensiva e, dall’altro, alla mancanza di una reale medicina di genere;
  • attraverso la perdita della possibilità di autodeterminazione, anche solo temporanea in relazione al proprio stato di salute delle persone che la subiscono. Ciò avviene, ad esempio, quando non vengono spiegate le alternative possibili, quando il consenso non è davvero informato, quando non viene garantita un’adeguata terapia del dolore, la persona perde così la possibilità di decidere sul proprio corpo e sul proprio percorso di salute.

Perché la cultura del parto in Italia manca di empatia? A che punto siamo adesso, ci sono stati dei passi in avanti secondo la sua esperienza?

È importante dire che la violenza ostetrica non riguarda solo la sala parto, ma tutti i percorsi riproduttivi e sessuali delle persone AFAB: dalla contraccezione alle interruzioni di gravidanza, fino alla menopausa.

In Italia, ad oggi, non esiste un inquadramento normativo specifico sulla violenza ostetrica, ma a ancora prima manca un dibattito ampio e radicato: il tema spesso resta confinato in “bolle” attiviste o accademiche.

Parlarne è scomodo e difficile perché è un fenomeno in cui si intrecciano diversi aspetti: il ruolo sociale della figura medica e la dinamica di potere che ne deriva, gli stereotipi di genere, la scarsa educazione alla salute, ma anche la fragilità del momento in cui avviene l’incontro tra paziente e professionista.

Parlare di violenza ostetrica, e quindi di violenza di genere, significa dover parlare di cultura patriarcale.

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A questo si aggiungono fattori strutturali: in un rapporto pubblicato nel 2019 sulla violenza contro le donne, la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite Dubravka Šimonović individua alcuni fattori molto concreti che favoriscono il perpetuarsi della violenza ostetrica come ad esempio: la mancanza di medicina di genere, la formazione insufficiente del personale sanitario sul rispetto dei diritti umani e dell’etica, la carenza di personale, carichi di lavoro elevati e condizioni lavorative difficili.

Ad oggi c’è più consapevolezza tra le persone, ma mancano ancora interventi strutturali, normativi e educativi che arginino in modo concreto e trasversale il fenomeno.

La violenza ostetrica spesso non viene riconosciuta dalle donne stesse: quanto è labile il confine con scelte del personale sanitario?

Molte forme di violenza di genere sono difficili da riconoscere, anche per chi le subisce soprattutto quando sono sottili o normalizzate: se per anni abbiamo interiorizzato che “in ospedale si fa così”, diventa difficile mettere in discussione certe pratiche.

Pensiamo, ad esempio, a un’esplorazione vaginale fatta senza chiedere il consenso o senza spiegare cosa sta per accadere: per molte persone è qualcosa di abituale, ma questo non significa che sia corretto.

C’è poi una forte asimmetria di potere insita alla relazione medicә-paziente: questo squilibrio potrebbe essere ridotto con una comunicazione più chiara, con informazioni adeguate al contesto e con un reale coinvolgimento della persona nelle decisioni, oltre con un’educazione alla salute che vada al di là della visita medica.

Per quanto riguarda le emergenze, sono meno frequenti di quanto si immagini e nella maggior parte dei casi, poi, sarebbe comunque possibile raccogliere almeno un consenso verbale.

Inoltre, è compito del personale sanitario creare un clima di fiducia e informazione in sala parto; in questo modo anche un evento imprevisto può essere vissuto in modo diverso. 


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Infine, tornando all’educazione alla salute, le procedure potenzialmente necessarie in situazioni di urgenza dovrebbero essere spiegate già durante il percorso di accompagnamento alla nascita, che è uno strumento potentissimo per una buona esperienza di parto e post parto.

Oltre le importanti complicazioni fisiche, quali possono essere le ripercussioni psicologiche sulle donne degli atteggiamenti che fanno parte della violenza ostetrica?

Studiare queste conseguenze non è semplice, sappiamo, però, che nei percorsi nascita la violenza ostetrica può essere associata a disturbo post-traumatico da stress (PTSD) post partum, depressione post partum, difficoltà nell’allattamento e paura di affrontare future gravidanze.

Al di fuori del percorso nascita, le conseguenze possono includere un maggiore distress psicologico dopo un’interruzione volontaria di gravidanza (non legato alla scelta in sé, ma al trattamento ricevuto), evitamento delle cure e dei controlli ginecologici, ritardi diagnostici dovuti a esperienze di gaslighting medico, perdita di fiducia nel sistema sanitario e riattivazione di traumi pregressi.


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In sintesi, la violenza subita non è solo un possibile trauma acuto, ma qualcosa che può lasciare un segno profondo nel rapporto con il proprio corpo e con la cura.

Fonti:

Nazioni Unite - A human rights-based approach to mistreatment and violence against women in reproductive health services with a focus on childbirth and obstetric violence

Le informazioni proposte in questo sito non sono un consulto medico. In nessun caso, queste informazioni sostituiscono un consulto, una visita o una diagnosi formulata dal medico. Non si devono considerare le informazioni disponibili come suggerimenti per la formulazione di una diagnosi, la determinazione di un trattamento o l’assunzione o sospensione di un farmaco senza prima consultare un medico di medicina generale o uno specialista.
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