A 100 anni si può ancora salvare una vita? La storia di Dale Steele, un centenario di Pierce, Nebraska, ci dice di sì e lo fa riscrivendo i record della medicina americana.
Deceduto lo scorso 11 febbraio a causa di un trauma cranico, Dale è diventato ufficialmente il donatore di organi più anziano nella storia degli Stati Uniti.
Un fegato "sempre giovane"
Quando l'organizzazione Live On Nebraska ha proposto la donazione, il figlio Roger è rimasto spiazzato: come poteva l'organo di un centenario essere ancora utile?
La risposta risiede nella biologia:
- il fegato ha una capacità rigenerativa straordinaria;
- le sue cellule si rinnovano continuamente, indipendentemente dall'anagrafe;
- in termini biologici, come sottolineato dal dottore, il fegato di un ventenne e quello di un centenario hanno praticamente la stessa età: circa 3 anni.
L'intervento è avvenuto presso il Nebraska Medical Center: il paziente che ha ricevuto l'organo di Dale è stato dimesso appena cinque giorni dopo il trapianto, un recupero lampo che testimonia la forza di questo "dono centenario".
Il contesto drammatico dei trapianti
Il panorama dei trapianti di fegato sta affrontando una sfida paradossale: mentre la medicina compie passi da gigante, il numero di pazienti in lista d'attesa cresce molto più velocemente della disponibilità di organi.
Ci troviamo di fronte a uno squilibrio cronico tra domanda e offerta che spinge la comunità scientifica a riconsiderare i confini di ciò che definiamo "donatore ideale".
Se da un lato il trapianto da donatore vivente rappresenta una risorsa preziosa, dall'altro deve scontrarsi con barriere culturali, etiche e logistiche non sempre superabili.
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La soluzione, dunque, passa inevitabilmente per un utilizzo più audace e razionale dei donatori deceduti, inclusi quelli che rientrano nei cosiddetti "criteri estesi".
Oltre il tabù dell'età
In passato l'età avanzata del donatore era guardata con estremo sospetto: organi provenienti da soggetti ultrasettantenni venivano spesso scartati per il timore di esiti post-operatori infausti.
È innegabile che l'invecchiamento biologico porti con sé insidie come la steatosi o una minore capacità rigenerativa, fattori che hanno storicamente alimentato un'alta variabilità regionale nei tassi di scarto.
I dati recenti, però, suggeriscono che è giunto il momento di cambiare prospettiva: ad esempio, uno studio del 2025 evidenzia che i fegati provenienti da donatori dai 70 anni in su possono essere utilizzati in sicurezza, soprattutto in pazienti selezionati a basso rischio.
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I risultati mostrano una sopravvivenza mediana superiore a 10 anni nei trapianti effettuati nel periodo 2010-2019.
Dunque, oggi sappiamo che un fegato "anziano" non è necessariamente un fegato non funzionale; dunque, la vera chiave del successo non risiede nell'età anagrafica del donatore in sé, ma nel match perfetto tra quest'ultimo e il ricevente.
Gli algoritmi come bussola: BAR e SOFT
Esistono sistemi di punteggio sofisticati che aiutano a calcolare il rischio con precisione matematica:
- BAR (Balance-of-Risk): un modello che bilancia i fattori di rischio del donatore con quelli del ricevente;
- SOFT (Survival Outcomes Following Liver Transplant): uno strumento predittivo per stimare le probabilità di sopravvivenza post-trapianto.
Paradossalmente, anche l'età media dei riceventi è aumentata, rendendo la selezione ancora più delicata: accoppiare un organo vulnerabile a un paziente troppo fragile è spesso la ricetta per un insuccesso, mentre un donatore anziano su un ricevente stabile può rappresentare un'opportunità di vita concreta e sicura.
Infatti, se gestito attraverso una rigorosa valutazione dei rischi e l'uso di modelli predittivi, l'utilizzo di fegati da over 70 non è più un azzardo, ma una strategia necessaria per accorciare le liste d'attesa e rispondere a un'emergenza sanitaria globale.
Fonti:
Transplantation Direct - Elderly Ages in Liver Transplantation: Are Older Donors Really Higher Risk?