Un nuovo studio, pubblicato sul New England Journal of Medicine, ha fatto luce su uno dei meccanismi biologici più discussi degli ultimi anni: l’origine della sindrome da trombosi con trombocitopenia indotta da vaccino (VITT), una complicanza rara osservata dopo l’utilizzo di vaccini a vettore adenovirale contro il Covid-19.
La ricerca fornisce un tassello cruciale per comprendere perché, in una percentuale estremamente ridotta di individui, il sistema immunitario sviluppi una risposta anomala capace di attivare la coagulazione in modo incontrollato. Non si tratta di un allarme sui vaccini, ma di un avanzamento scientifico che aiuta a renderli ancora più sicuri in futuro.
L’obiettivo dello studio
La VITT (Vaccine-Induced Immune Thrombotic Thrombocytopenia) è una condizione caratterizzata dalla formazione di coaguli sanguigni associati a una marcata riduzione delle piastrine.
È stata identificata per la prima volta nel 2021 in rari casi successivi alla somministrazione di vaccini anti-Covid basati su vettori adenovirali.
Il quadro clinico ricorda, per alcuni aspetti, una forma autoimmune della trombocitopenia indotta da eparina (HIT), ma si manifesta in assenza di esposizione a questo farmaco.
I pazienti sviluppano anticorpi diretti contro il fattore piastrinico 4 (PF4), una proteina coinvolta nei processi di coagulazione.
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Fino a oggi, però, non era del tutto chiaro cosa innescasse questa risposta autoimmune.
I ricercatori hanno voluto comprendere in modo preciso il passaggio chiave: perché il sistema immunitario inizi a produrre anticorpi contro PF4 dopo l’esposizione a un vettore adenovirale?
Per farlo, hanno analizzato campioni di sangue di pazienti che avevano sviluppato VITT, studiando la struttura e l’evoluzione degli anticorpi responsabili della reazione patologica. L’approccio è stato altamente sofisticato, combinando tecniche di sequenziamento immunologico, analisi proteomica e modellizzazione molecolare.
L’obiettivo non era soltanto descrittivo, ma meccanicistico: identificare la molecola che accende la miccia immunitaria.
Il ruolo della proteina adenovirale pVII
Il risultato più significativo riguarda l’identificazione di una proteina interna del vettore adenovirale, chiamata pVII, come possibile elemento scatenante.
Secondo lo studio, in alcuni soggetti il sistema immunitario produce anticorpi inizialmente diretti contro questa proteina virale. Successivamente, attraverso un processo noto come “maturazione per ipermutazione somatica”, gli anticorpi subiscono piccole modifiche strutturali.
È proprio in questo passaggio che può verificarsi la mutazione puntiforme in grado di alterare la specificità dell’anticorpo, permettendogli di riconoscere non solo la proteina virale, ma anche il fattore piastrinico 4 umano.
In altre parole, l’anticorpo cambia bersaglio: da risposta contro il virus diventa risposta contro una proteina dell’organismo.
Il concetto chiave che emerge è quello di mimetismo molecolare: la proteina pVII e il PF4 presentano regioni strutturali che, in presenza di determinate mutazioni anticorpali, possono essere riconosciute in modo simile dal sistema immunitario.
Questo spiega perché la VITT sia così rara: è necessario che si verifichi una combinazione molto specifica di eventi biologici, tra cui:
- attivazione iniziale contro l’antigene adenovirale;
- maturazione immunitaria con ipermutazione;
- selezione di una variante anticorpale capace di legarsi al PF4.
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Solo quando questi fattori coincidono, l’anticorpo diventa patogeno.
Un elemento fondamentale dello studio è la conferma della rarità del fenomeno. Non basta l’esposizione al vettore adenovirale per sviluppare VITT, serve una sequenza immunologica molto specifica e improbabile.
Questo contribuisce a spiegare perché, nonostante milioni di dosi somministrate, i casi osservati siano stati estremamente limitati rispetto alla popolazione vaccinata.
Dal punto di vista epidemiologico, la VITT rimane una complicanza rara, mentre i benefici dei vaccini nel prevenire forme gravi di Covid-19 sono stati ampiamente documentati.
Implicazioni per la sicurezza dei vaccini
Le implicazioni dello studio sono rilevanti soprattutto per la progettazione futura dei vaccini a vettore virale.
Se la proteina pVII rappresenta l’antigene iniziale che innesca la cascata autoimmune, diventa teoricamente possibile intervenire sul design del vettore per:
- modificare o eliminare la porzione responsabile della risposta;
- ridurre ulteriormente il rischio immunologico;
- sviluppare piattaforme ancora più sicure.
Non si tratta, quindi, di una revisione dell’efficacia vaccinale, ma di un perfezionamento tecnologico basato su una comprensione più profonda dei meccanismi molecolari.
Al di là del caso specifico della VITT, lo studio rappresenta un esempio di come la ricerca immunologica possa spiegare eventi avversi rari con precisione quasi chirurgica.
L’identificazione di una singola mutazione anticorpale capace di cambiare il bersaglio immunitario dimostra quanto il sistema immune sia dinamico e complesso. Piccole variazioni strutturali possono avere conseguenze cliniche rilevanti, ma solo in circostanze molto particolari.
Questa conoscenza non alimenta paure, bensì rafforza la capacità della medicina di prevenire, monitorare e migliorare le strategie terapeutiche.
Si tratta di una scoperta che conferma la rarità dell’evento e apre la strada a vaccini ancora più sicuri, grazie a una progettazione molecolare più consapevole.
In un’epoca in cui la fiducia nella scienza passa anche dalla trasparenza sui rischi, questo studio dimostra che la ricerca continua non solo a rispondere alle domande, ma a prevenire i problemi prima ancora che si ripresentino.
Fonti:
The New England Journal of Medicine – Adenoviral Inciting Antigen and Somatic Hypermutation in VITT