Tablet, smartphone e televisione sono ormai entrati nella vita quotidiana di molte famiglie. Spesso vengono usati per intrattenere i bambini, calmarli durante un’attesa o tenerli occupati mentre gli adulti svolgono altre attività. È una scelta comprensibile, soprattutto in giornate piene e in contesti in cui conciliare lavoro, casa e cura dei figli è complicato. Ma la domanda resta aperta: quanto può incidere l’esposizione precoce agli schermi sullo sviluppo dei più piccoli?
Un nuovo studio, condotto da ricercatori dell’Inserm e della National University of Singapore, ha osservato un possibile legame tra un alto tempo trascorso davanti agli schermi in alcune fasi della crescita e una minore performance scolastica negli anni successivi. La ricerca, pubblicata ad aprile, si inserisce in un filone di studi sempre più attento al rapporto tra infanzia, dispositivi digitali e sviluppo cognitivo.
Il tema non riguarda soltanto la vista o il sonno. L’uso eccessivo degli schermi, secondo diverse indicazioni sanitarie, può essere associato anche ad affaticamento degli occhi, secchezza oculare, mal di testa, peggioramento della qualità del riposo, stress e ansia. Nei bambini, però, il problema assume un peso particolare perché il cervello è ancora in piena fase di maturazione.
Lo studio su 502 bambini
La ricerca ha seguito 502 bambini dall’infanzia alla media fanciullezza, con l’obiettivo di osservare come l’esposizione agli schermi in momenti diversi dello sviluppo potesse collegarsi ad alcune abilità cognitive e scolastiche più avanti nel tempo.
I risultati indicano che un tempo elevato davanti agli schermi durante periodi specifici può essere associato a una riduzione del rendimento accademico generale e a una memoria di lavoro più debole.
La memoria di lavoro è una funzione importante: permette di trattenere e manipolare informazioni per brevi periodi, ed è coinvolta in molte attività quotidiane e scolastiche, dalla comprensione di un testo alla risoluzione di un problema.
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Gli effetti più evidenti sono stati osservati nei bambini esposti a livelli elevati di schermo durante la prima infanzia e nel periodo di ingresso a scuola. In particolare, i ricercatori hanno notato associazioni rilevanti già intorno all’età di un anno, una fase in cui il cervello è molto sensibile agli stimoli dell’ambiente.
Perché il primo anno può essere una fase delicata
Secondo gli autori, la prima infanzia potrebbe rappresentare una finestra di particolare vulnerabilità. A quell’età, infatti, il bambino costruisce competenze fondamentali attraverso l’interazione diretta con le persone, il gioco, il movimento, l’esplorazione dello spazio e la risposta agli stimoli del mondo reale.
Quando lo schermo occupa troppo spazio, può sottrarre tempo a queste esperienze. Non è solo una questione di “guardare un video”, ma di cosa viene sostituito da quel video: conversazioni, contatto visivo, manipolazione degli oggetti, ascolto del linguaggio adulto, gioco spontaneo, tentativi di coordinazione e attenzione condivisa.
È questo il punto più importante dello studio. Lo schermo non agisce necessariamente come un elemento dannoso in sé e in ogni circostanza, ma può diventarlo quando prende il posto di attività essenziali per l’apprendimento. Nei primi anni, ogni esperienza ripetuta contribuisce a costruire connessioni, abitudini e competenze.
Il dato inatteso sui due e tre anni
Un aspetto interessante della ricerca riguarda i bambini di due e tre anni. In questa fascia d’età, l’uso degli schermi non ha mostrato collegamenti significativi con il calo delle performance osservate più avanti. È un dato che ha sorpreso gli studiosi, perché suggerisce che gli effetti non seguano una linea semplice e continua.
Le associazioni, però, sono riemerse intorno ai sei anni, cioè quando i bambini entrano in modo più pieno nel contesto scolastico formale. In questa fase aumentano le richieste cognitive: bisogna ascoltare, ricordare istruzioni, mantenere l’attenzione, organizzare informazioni e affrontare attività più strutturate.
Per questo gli autori sottolineano che non si deve guardare soltanto ai primissimi anni. Anche l’uso degli schermi più avanti nell’infanzia può avere un peso, soprattutto quando interferisce con il sonno, con il movimento, con la lettura, con il gioco libero o con le relazioni.
Non è solo una questione di scuola
Il rendimento scolastico è uno degli aspetti più visibili, ma non l’unico. Un eccesso di schermi nei bambini piccoli può inserirsi in un quadro più ampio che riguarda salute, abitudini quotidiane e qualità della vita. Un altro studio, commissionato dalla fondazione 1,001 Critical Days e condotto dal gruppo interdisciplinare iADDICT, formato da quattro università britanniche, ha collegato il tempo davanti agli schermi sotto i due anni a possibili effetti negativi sulla salute a lungo termine e sulla qualità della vita.
I ricercatori hanno richiamato l’attenzione su vari possibili problemi: sovrastimolazione, difficoltà del sonno, salute degli occhi e rischio di obesità infantile. Non è stata trovata una relazione definitiva con specifiche condizioni dello sviluppo, ma il gruppo ha comunque formulato una raccomandazione netta: i bambini sotto i due anni non dovrebbero ricevere regolarmente tempo intenzionale davanti agli schermi.
Il messaggio non è pensato per colpevolizzare i genitori. La vita familiare reale è complessa, e i dispositivi digitali sono ovunque. Ma secondo gli esperti è necessario cambiare il modo in cui vengono proposti ai più piccoli, evitando che diventino la soluzione automatica per ogni momento di noia, agitazione o attesa.
Il ruolo dei genitori e delle piattaforme
Rafe Clayton, docente dell’University of Leeds e coautore dello studio iADDICT, ha sottolineato che il comportamento degli adulti ha un peso. I bambini imparano anche osservando il rapporto che genitori e caregiver hanno con smartphone, tablet e altri dispositivi. Se lo schermo è sempre presente, sempre acceso, sempre usato come risposta immediata, diventa più facile che si costruiscano abitudini poco sane.
Allo stesso tempo, gli studiosi invitano a non scaricare tutta la responsabilità sulle famiglie. Andrea Leadsom, fondatrice della 1,001 Critical Days Foundation, ha osservato che i genitori non dovrebbero trovarsi davanti contenuti presentati o promossi come adatti ai neonati quando le evidenze indicano prudenza.
È un passaggio importante perché sposta il tema dal singolo comportamento domestico a un contesto più ampio: industria dei contenuti, marketing, piattaforme, pediatria, scuola e politiche di salute pubblica.
Schermi vietati sempre? Non proprio
La raccomandazione per i bambini sotto i due anni è chiara, ma non ignora la realtà quotidiana. Rachel de Souza, commissaria per l’infanzia in Inghilterra, ha precisato che il consiglio di evitare il tempo davanti agli schermi nei più piccoli non deve cancellare il giudizio dei genitori.
Alcuni usi limitati e condivisi possono rientrare nella normalità. Una videochiamata con un parente lontano, per esempio, è diversa da ore di contenuti passivi guardati da soli. Anche alcune attività guidate, brevi e accompagnate dall’adulto, possono avere un significato diverso rispetto all’uso dello schermo come babysitter digitale.
La differenza sta nel contesto: durata, contenuto, presenza dell’adulto, momento della giornata e frequenza. Uno schermo acceso prima di dormire, usato a lungo e senza interazione, non ha lo stesso impatto di un breve momento condiviso e controllato.
Fonti:
New York Post - Too much screentime for young kids will harm their ability to properly learn later, study reveals