Allenare la mente può aiutare a proteggere il cervello con l’età, secondo l’Alzheimer’s Association

Dr. Marcello Agosta Medico Chirurgo
Redatto scientificamente da Dr. Marcello Agosta, Chirurgo Generale, Medico Generale |
A cura di Salvatore Privitera
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Data articolo – 15 Maggio, 2026

sudoku

Mantenere il cervello attivo nel tempo potrebbe avere un ruolo importante nella salute cognitiva durante l’invecchiamento. È questo il messaggio al centro della nuova iniziativa dell’Alzheimer’s Association, presentata negli Stati Uniti durante una collaborazione con CBS Mornings dedicata alla prevenzione del declino cognitivo e della demenza.

Secondo Joanne Pike, presidente e CEO dell’associazione, negli ultimi anni la ricerca ha rafforzato l’idea che alcune abitudini quotidiane possano influenzare concretamente la salute del cervello. Alimentazione, attività fisica e stimolazione mentale vengono oggi considerate parte di un insieme di comportamenti che potrebbero aiutare a mantenere più a lungo le funzioni cognitive.

L’associazione ha lanciato una campagna chiamata “6-Step Challenge”, pensata per incoraggiare cambiamenti nello stile di vita basati sulle evidenze scientifiche disponibili.

Per il cervello conta soprattutto la novità

Uno degli aspetti più interessanti riguarda il tipo di attività mentali considerate davvero utili. Secondo Pike, non tutte le attività cognitive stimolano il cervello allo stesso modo. Giochi e attività basati su schemi ripetitivi o memoria automatica, come cruciverba o Sudoku, potrebbero avere un impatto più limitato rispetto ad attività che costringono il cervello ad adattarsi e imparare qualcosa di nuovo.


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L’idea centrale è che il cervello tragga beneficio soprattutto dalla novità. Attività strategiche come gli scacchi, dove bisogna reagire continuamente alle mosse di un avversario, vengono considerate particolarmente stimolanti perché richiedono ragionamento, attenzione e flessibilità mentale.

Secondo l’Alzheimer’s Association, anche imparare una nuova lingua, iniziare a suonare uno strumento musicale o approfondire argomenti mai affrontati prima può contribuire a costruire quella che viene definita “riserva cognitiva”. Si tratta, in pratica, di una sorta di capacità di compensazione del cervello che potrebbe aiutare a gestire meglio gli effetti dell’invecchiamento.

L’isolamento sociale resta uno dei fattori più critici

La stimolazione mentale non passa però soltanto attraverso studio o giochi cognitivi. I ricercatori sottolineano anche l’importanza delle relazioni sociali. Secondo i dati citati dall’associazione, le persone socialmente isolate avrebbero un rischio di declino cognitivo superiore del 70%.

Per questo motivo la socialità viene considerata una forma vera e propria di “attivazione cerebrale”. Conversazioni, attività condivise, incontri e relazioni quotidiane aiuterebbero infatti il cervello a mantenere attivi diversi processi cognitivi ed emotivi.

La prevenzione passa da abitudini semplici ma costanti

Gli esperti precisano che nessuna singola attività può garantire la prevenzione dell’Alzheimer o di altre forme di demenza. Tuttavia, l’insieme di alcune abitudini potrebbe contribuire a ridurre il rischio nel lungo periodo.

La ricerca sul cervello sta infatti spostando sempre più l’attenzione verso comportamenti quotidiani sostenibili: dormire bene, muoversi regolarmente, seguire un’alimentazione equilibrata, mantenere rapporti sociali e continuare a imparare nuove cose anche in età avanzata.

Secondo l’Alzheimer’s Association, il punto non è “allenare” il cervello in modo ossessivo, ma evitare che cada in una routine troppo rigida e ripetitiva. Continuare a esporsi a esperienze nuove, anche piccole, potrebbe avere effetti più importanti di quanto si pensasse fino a pochi anni fa.

FONTI

CbNews - Challenging your mind can help maintain brain health. Here are steps the Alzheimer's Association recommends

Le informazioni proposte in questo sito non sono un consulto medico. In nessun caso, queste informazioni sostituiscono un consulto, una visita o una diagnosi formulata dal medico. Non si devono considerare le informazioni disponibili come suggerimenti per la formulazione di una diagnosi, la determinazione di un trattamento o l’assunzione o sospensione di un farmaco senza prima consultare un medico di medicina generale o uno specialista.
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