Alzheimer: la causa inaspettata che nessuno collegava a questa proteina

Dr. Christian Raddato
Revisionato da Dr. Christian Raddato — Medico Generale
A cura di Salvatore Privitera
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Data articolo – 28 Settembre, 2026

Un'operatrice socio-sanitaria assiste un uomo anziano seduto a un tavolo mentre svolge attività di stimolazione cognitiva con blocchi e giochi di legno.

Tra i fattori che possono influenzare il rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer ce ne sono alcuni impossibili da modificare, come l’età e la genetica, e altri che dipendono invece dall’ambiente e dallo stile di vita. Negli ultimi anni, l’attenzione si è allargata anche all’esposizione a sostanze e agenti esterni, compresa la radiazione ionizzante, quella dotata di energia sufficiente a strappare elettroni dagli atomi e produrre ioni capaci di danneggiare le cellule.

Una nuova revisione pubblicata su Frontiers in Immunology ha cercato di mettere ordine nelle conoscenze disponibili, analizzando più di 100 studi tra dati clinici, ricerche sugli animali e modelli molecolari. L’obiettivo era capire se e in che modo l’esposizione a radiazioni ionizzanti potesse contribuire a processi biologici collegati al declino cognitivo e all’Alzheimer.

Una meta-analisi ha trovato un aumento dell’11% del rischio di demenza

Tra i dati presi in esame dagli autori compare anche una meta-analisi di 18 studi, nella quale è stato osservato un aumento dell’11% del rischio di demenza per ogni 100 millisievert di esposizione cumulativa.

Alcuni dei partecipanti inclusi in questi lavori erano persone che lavoravano in centrali nucleari o impianti di lavorazione dell’uranio, quindi soggetti potenzialmente esposti nel tempo a dosi superiori rispetto a quelle normalmente ricevute dalla popolazione generale.

Il risultato suggerisce una possibile associazione, ma non consente di stabilire un rapporto diretto di causa-effetto. Le persone professionalmente esposte alle radiazioni possono differire dalla popolazione generale per molti altri fattori, e la stessa dose cumulativa può essere distribuita in maniera molto diversa nel tempo.

Anche per questo gli autori insistono sulla necessità di studi più precisi, capaci di distinguere meglio il ruolo della dose, della durata dell’esposizione e delle caratteristiche individuali.

Negli animali il danno cerebrale sembra accelerare

La revisione ha analizzato anche diversi esperimenti condotti su animali.

In alcuni modelli murini predisposti a sviluppare caratteristiche simili a quelle dell’Alzheimer, l’esposizione alle radiazioni è stata associata a un peggioramento più rapido della funzione cerebrale. In studi condotti sui primati, invece, sono stati osservati danni a proteine strutturali importanti per il corretto funzionamento delle cellule nervose.

Questi risultati non possono essere trasferiti automaticamente all’uomo, ma forniscono un quadro biologico coerente con l’ipotesi che la radiazione ionizzante possa contribuire a una sequenza di cambiamenti cellulari e molecolari capaci, nel tempo, di influenzare le funzioni cognitive.

Secondo gli autori, le modifiche osservate potrebbero accumularsi gradualmente, contribuendo a un percorso che dall’esposizione arriva prima a cambiamenti cellulari e poi, in alcuni casi, a un declino cognitivo più evidente.

Il possibile ruolo della proteina eCIRP

Uno degli aspetti più interessanti riguarda una proteina chiamata eCIRP, indicata dagli autori come possibile collegamento tra danno da radiazioni e alterazioni tipiche dell’Alzheimer. Ricerche precedenti dello stesso gruppo avevano mostrato che il danno al DNA provocato dalle radiazioni ionizzanti può attivare una risposta delle cellule immunitarie del cervello. Questo processo sarebbe in grado di favorire il rilascio di eCIRP.

A sua volta, la proteina sembra poter promuovere una modifica chimica della proteina tau, chiamata fosforilazione. La tau svolge normalmente un ruolo fondamentale nella stabilità delle cellule nervose, ma quando viene modificata in maniera anomala può accumularsi e formare gli aggregati che rappresentano uno dei segni caratteristici osservati nel cervello delle persone con Alzheimer.

La revisione suggerisce quindi una possibile sequenza: esposizione a radiazioni, danno al DNA, risposta immunitaria cerebrale, rilascio di eCIRP e alterazione della tau. È però ancora un modello teorico, che deve essere confermato in maniera più solida nell’uomo.

Infiammazione, neuroni e metabolismo cellulare

Gli autori ipotizzano che eCIRP possa avere un ruolo anche in altri processi. La proteina potrebbe contribuire a infiammazione cronica, danno ai mitocondri e riduzione della capacità del cervello di produrre nuove cellule nervose. I mitocondri sono le strutture responsabili della produzione di energia nelle cellule, e un loro malfunzionamento può rendere i neuroni più vulnerabili agli stress.


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Anche la riduzione della neurogenesi, cioè della formazione di nuovi neuroni, viene considerata un possibile elemento capace di contribuire al declino cognitivo. Secondo i ricercatori, questi diversi meccanismi potrebbero agire insieme e accumularsi nel corso del tempo. Non esiste quindi un solo punto di danno, ma una serie di processi che potrebbero alimentarsi reciprocamente.

Una radiografia non significa rischio di Alzheimer

È probabilmente il punto più importante da chiarire. La maggior parte degli studi analizzati riguarda dosi di radiazioni molto più elevate rispetto a quelle a cui una persona viene normalmente esposta nella vita quotidiana o durante comuni procedure diagnostiche.

La revisione non suggerisce quindi che fare una radiografia, una TAC o altri esami medici comporti automaticamente un aumento del rischio di Alzheimer. Gli stessi autori sottolineano che serviranno studi condotti a dosi più basse e realistiche, in modo da capire se i meccanismi osservati si attivino anche a livelli di esposizione più vicini a quelli della popolazione generale.

Va inoltre considerato che gli esami radiologici vengono prescritti quando il beneficio diagnostico atteso supera il possibile rischio legato all’esposizione. Interpretare questi dati come un motivo per evitare controlli medici necessari sarebbe quindi scorretto.

Un possibile nuovo bersaglio per la ricerca sull’Alzheimer

Il principale valore della revisione riguarda soprattutto l’ipotesi biologica proposta. Se il legame tra eCIRP, tau e danno neuronale venisse confermato, questa proteina potrebbe diventare un nuovo bersaglio per studiare strategie di prevenzione o trattamento del declino cognitivo legato a particolari esposizioni.

Gli autori ipotizzano anche la possibilità di sviluppare biomarcatori capaci di identificare più precocemente i cambiamenti biologici associati al danno da radiazioni. È ancora una prospettiva sperimentale. Uno degli autori ha inoltre registrato un brevetto collegato all’inibizione di eCIRP, un elemento che va considerato nella lettura complessiva del lavoro.

Alzheimer, la causa resta multifattoriale

La revisione non modifica un dato fondamentale: l’Alzheimer resta una malattia complessa e multifattoriale. Età, predisposizione genetica, salute cardiovascolare, sonno, alimentazione, esposizioni ambientali e altri elementi possono contribuire in modi diversi alla probabilità di sviluppare la malattia.

Le radiazioni ionizzanti rappresentano quindi un possibile tassello, non una spiegazione unica. Nel mondo, demenza e Alzheimer interessano oltre 55 milioni di persone, mentre negli Stati Uniti il numero potrebbe arrivare a 13,8 milioni entro il 2060, pari al 3,8% della popolazione.

Nonostante i progressi nella comprensione della malattia e lo sviluppo di terapie rivolte all’amiloide e alla tau, resta ancora molto da chiarire sui meccanismi che determinano chi si ammalerà, quando e perché.

La nuova revisione aggiunge una pista in più: capire se e come le radiazioni ionizzanti possano accelerare alcuni processi biologici legati all’Alzheimer. Per ora, però, il collegamento resta soprattutto un’ipotesi da approfondire, non una prova che le esposizioni comuni causino la malattia.

Fonte:

Frontiers in Immunology - Ionizing radiation and Alzheimer’s disease: epidemiology, mechanisms, and eCIRP-mediated tau pathology

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