Il World Alzheimer Report 2026, pubblicato il 21 settembre da Alzheimer’s Disease International (ADI), fotografa una fase nuova della ricerca sulla demenza: sono 158 i farmaci in sperimentazione, distribuiti in 192 studi clinici, ma servono ancora decine di migliaia di partecipanti per portarli avanti.
La ricerca sull’Alzheimer entra in una nuova fase
Il numero, da solo, dice molto: 54.728 persone sono necessarie per completare i trial attualmente attivi sul morbo di Alzheimer. Di queste, 38.417 servono per gli studi di fase 3, quelli che precedono l'eventuale richiesta di autorizzazione di un trattamento.
Il dato arriva dall'analisi della pipeline terapeutica 2026, pubblicata su Alzheimer's & Dementia: Translational Research & Clinical Interventions da Jeffrey Cummings e colleghi. Lo studio, basato sui dati di ClinicalTrials.gov aggiornati al 1° gennaio 2026, individua 192 studi e 158 farmaci candidati.
La pipeline è l'insieme dei farmaci, delle terapie o dei dispositivi medici in fase di sviluppo da parte di un'azienda farmaceutica o di un istituto di ricerca.
Il confronto con l'anno precedente è significativo: nel 2025 gli studi erano 182 e i farmaci 138. Non significa che 20 nuovi medicinali siano pronti per arrivare nelle farmacie. Significa, piuttosto, che il laboratorio sta esplorando più strade contemporaneamente.
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La posta in gioco è alta. Secondo l'OMS, nel 2021 vivevano con una forma di demenza circa 57 milioni di persone nel mondo e ogni anno si registrano quasi 10 milioni di nuovi casi. L'Alzheimer rappresenta circa il 60-70% delle demenze.
Non c'è solo l'amiloide: cosa stanno cercando i nuovi farmaci
Per anni l'attenzione della ricerca si è concentrata soprattutto sulla proteina beta-amiloide, una delle caratteristiche biologiche della malattia. Oggi il panorama è più articolato.
L'analisi del 2026 mostra che il 73% dei farmaci in sperimentazione è costituito da terapie dirette contro i meccanismi della malattia, con l'obiettivo di rallentarne la progressione. Il restante gruppo comprende trattamenti destinati soprattutto ai sintomi cognitivi o neuropsichiatrici.
Anche i bersagli biologici si sono diversificati. Tra i farmaci in fase 3, per esempio, vengono studiati meccanismi legati a:
- recettori dei neurotrasmettitori, con 14 farmaci;
- beta-amiloide, con 10 candidati;
- processi metabolici e bioenergetici, con 3;
- infiammazione e risposta immunitaria, con 2;
- proteostasi e proteinopatie, anch'esse con 2 candidati.
Il termine proteostasi può sembrare da laboratorio, ma descrive un problema concreto: il sistema che dovrebbe mantenere ordinate e funzionanti le proteine delle cellule nervose. Quando questo equilibrio si rompe, le proteine possono accumularsi o comportarsi in modo anomalo.
Il cambiamento emerge anche guardando all'intero decennio. La quota della pipeline dedicata ai farmaci contro infiammazione e disfunzione immunitaria è cresciuta dal 6% a circa il 20%; quella rivolta alla proteina tau è salita anch'essa dal 6% a circa il 20%, mentre i trattamenti diretti contro l'amiloide sono scesi dal 33% a circa il 20%.
Non è un dettaglio secondario. Suggerisce che la ricerca sta trattando l'Alzheimer sempre meno come un problema riconducibile a un solo bersaglio biologico.
Il vero collo di bottiglia sono anche le persone
C'è però un numero del report che rischia di passare inosservato: 54.728 partecipanti.
Sono le persone necessarie per riempire tutti gli studi attivi considerati nell'analisi. La maggior parte, 38.417, è richiesta dai trial di fase 3. Per la fase 2 ne servono 13.961, mentre per la fase 1 ne sono necessari 2.350.
Qui entra in gioco una parte meno spettacolare della ricerca. Un farmaco può essere promettente in laboratorio, ma senza volontari non può essere valutato correttamente nelle persone.
Il World Alzheimer Report 2026 dedica infatti ampio spazio proprio al reclutamento, alla partecipazione e alla permanenza dei volontari negli studi. ADI sottolinea inoltre la necessità di una rappresentazione più ampia delle popolazioni coinvolte, perché trial poco inclusivi possono produrre risultati meno facilmente trasferibili alla popolazione generale. 
C'è un altro elemento tecnico interessante. Il 50% dei 192 studi utilizza un biomarcatore per stabilire l'idoneità dei partecipanti. La PET dell'amiloide è il metodo più frequente, mentre i biomarcatori nei fluidi biologici sono utilizzati in numerosi trial, compresi quelli che analizzano il sangue.
In pratica, i ricercatori possono cercare di capire non soltanto chi ha problemi cognitivi, ma anche quale processo biologico sta avvenendo nel cervello. È un po' come passare da una diagnosi basata soltanto sui sintomi alla ricerca di una firma biologica della malattia.
Ma 158 farmaci non significa 158 nuove cure
La parola "pipeline" può facilmente generare un'aspettativa sbagliata. I 158 farmaci individuati nel 2026 non sono trattamenti dimostrati efficaci. Sono candidati sottoposti a sperimentazione in differenti fasi dello sviluppo clinico.
Dei 192 studi, 54 sono di fase 3, 89 di fase 2 e 49 di fase 1. Nella fase 1 si comincia soprattutto a valutare sicurezza, tollerabilità e dosaggio; nelle fasi successive il quesito diventa progressivamente più stringente: il trattamento funziona davvero? Quanto? Per quali pazienti? Con quali rischi?
Va detto che anche arrivare alla fase 3 non equivale all'approvazione. Un candidato può fallire anche dopo anni di ricerca e migliaia di partecipanti.
Il dato sui farmaci già esistenti riutilizzati per l'Alzheimer aggiunge un'altra sfumatura: 56 dei 158 candidati, pari al 35%, sono medicinali già approvati per altre indicazioni.
È la cosiddetta drug repurposing, cioè il tentativo di verificare se un farmaco conosciuto possa essere utile per una malattia diversa. Il vantaggio teorico è evidente: alcune informazioni sulla sua sicurezza nell'uomo sono già disponibili. Ma l'efficacia contro l'Alzheimer deve comunque essere dimostrata.
Eppure, il problema non è soltanto trovare la molecola giusta.
La prossima sfida sarà capire per chi funzionano
La distribuzione geografica degli studi mostra un'altra criticità. Dei trial per i quali sono disponibili informazioni sulla localizzazione, il 37% si svolge esclusivamente in Nord America, il 33% soltanto al di fuori del Nord America e il 30% coinvolge entrambe le aree.
La rappresentatività, quindi, resta una questione aperta. Una sperimentazione internazionale non è automaticamente rappresentativa di tutte le popolazioni.
Il report ADI insiste proprio su questo punto: reclutamento, diversificazione dei partecipanti e accessibilità alla ricerca sono parte della qualità dello studio, non semplici questioni organizzative.
Anche la diagnosi precoce assume un peso crescente. L'OMS, nelle linee guida aggiornate nel 2026 sulla riduzione del rischio di declino cognitivo e demenza, ricorda che la demenza non è una conseguenza inevitabile dell'invecchiamento e indica interventi legati a diversi fattori modificabili.
La questione, però, è un'altra: riuscire a identificare prima la malattia serve davvero soltanto se esistono trattamenti da offrire e sistemi sanitari capaci di garantirne l'accesso.
Cosa può cambiare nei prossimi anni
Il 2026 fotografa, dunque, una ricerca più ampia rispetto al passato, ma ancora in movimento. Otto studi di fase 3 della pipeline analizzata dovrebbero raggiungere la data di completamento primario nel corso dell'anno, insieme a 29 studi di fase 2.
Non significa che nel 2026 arriveranno otto nuove cure. Significa che alcuni candidati raggiungeranno un passaggio importante, quello in cui i risultati potranno chiarire se la strada intrapresa merita di proseguire.
A conti fatti, il numero più interessante non è quindi soltanto 158. È la distanza tra un candidato sperimentale e una terapia realmente disponibile: una distanza fatta di partecipanti, biomarcatori, risultati clinici, sicurezza, autorizzazioni e accesso.
Il World Alzheimer Report 2026 fotografa proprio questo passaggio. La ricerca ha più bersagli e più candidati rispetto a pochi anni fa; adesso dovrà dimostrare quali di queste strade possono trasformarsi in benefici concreti per le persone con Alzheimer e per chi se ne prende cura.
Fonti:
- WHO – New WHO guidelines: up to 45% of dementia risk could be prevented or delayed
- Alzheimer’s Association – Alzheimer’s Disease Drug Development Pipeline is Growing in Size, Number and Variety
- NIH – Alzheimer's disease drug development pipeline: 2026
- Alzheimer's Disease International – World Alzheimer Report 2026
- Alzheimer's Disease International – World Alzheimer Report 2026