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Alzheimer: è possibile rallentare la perdita della parola?

Ultimo aggiornamento – 14 aprile, 2020

Alzheimer: come rallentare la perdita della parola
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L’Alzheimer compromette la parola, e non solo.

Nello specifico, che cosa si può fare per rallentare la perdita del linguaggio? Lo abbiamo chiesto alla dottoressa Patrizia Steni, coordinatore della riabilitazione presso ASL Città di Torino.

Partiamo dalla definizione. Che cos’è l’Alzheimer?

L’Alzheimer è una malattia neurodegenerativa, che provoca un cambiamento cognitivo, comportamentale e comunicativo rispetto allo stato pregresso. Comporta un minore funzionamento a vari livelli: memoria, linguaggio, elaborazione viso-spaziale (cioè la capacità di discriminare stimoli visivi), attenzione.

Dunque, per formulare una diagnosi bisogna apprezzare questa diversità tra lo stato attuale e lo stato pregresso del paziente.

Ci può fare qualche esempio pratico dei sintomi dell’Alzheimer?

Se parliamo di linguaggio, rispetto a prima la persona affetta da questa malattia spesso ha delle anomie, vale a dire che non ricorda più i termini giusti. Il suo linguaggio è meno efficace. Oppure fa più fatica a ricordare informazioni nuove, non riesce a immagazzinarle, quando invece prima questo non accadeva.

Le anomie riguardano in particolare i nomi propri. Poi ci sono delle categorie di parole più sensibili a questa perdita lessicale. Come per esempio i nomi di fiori, di animali, etc… Insomma: tutte quelle parole più difficili da categorizzare e differenziare.

Si può contrastare la compromissione del linguaggio dovuta all’Alzheimer?

Sì. È provato dalla ricerca che un allenamento/addestramento cognitivo, se generale sia specifico, attenua il peggioramento.
Riguardo al linguaggio, se sottoponiamo il paziente a dei training – che possono essere condotti dal paziente stesso, supervisionato dal logopedista, o dal logopedista – gli studi hanno evidenziato buoni risultati, mettendo a confronto campioni di pazienti che hanno seguito questo tipo di percorso con campioni di pazienti che invece non l’hanno seguito.
Certo: la ricerca in questa direzione va incrementata.

È una malattia difficile da diagnosticare con certezza?

Adesso è molto più facile arrivare a una diagnosi certa nei confronti dell’Alzheimer: esistono strumenti diagnostici molto fini. Il problema è che solitamente il paziente si avvicina alla diagnosi solo quando la malattia è ormai conclamata, e dunque l’intervento medico clinico riabilitativo e farmacologico è più difficile.

Oggi la scommessa è lo screening precoce, che aiuta a intervenire in maniera più efficace.

Gruppi di studio di neurologi si stanno sensibilizzando su questo tema.
Queste demenze – molto gravi e impattanti sulla vita della persona e su quella della famiglia – hanno un esordio sempre più precoce (early-on-set) e colpiscono soggetti ancora nel pieno della loro vita lavorativa attiva. Questo fenomeno si sta profilando in maniera sempre più evidente. È dunque molto importante individuare precocemente questi pazienti.

Come lavora il logopedista con persone affette da Alzheimer? Prima accennava ai training…

Si tratta di training attivativi cognitivi e comunicativi. Possono essere anche training informatici, che risultano più familiari da utilizzare per i pazienti di oggi, abituati ai computer e in generale al mondo hi-tech.

Il paziente può auto-gestire il training fino a che mantiene un discreto livello di consapevolezza; dopo, sarà necessaria la presenza di un caregiver.

Con il tempo, in relazione al progresso della malattia, il contenuto del training cambia. Si passa da esercizi più complessi (linguistici e/o di logica matematica) a esercizi più aderenti al contesto di vita di quel paziente con riferimenti pratici.

Qualche esempio?

Si tratta di simulazioni realistiche dell’agire nella vita di tutti i giorni. Per esempio, c’è un programma in cui simuli di andare al supermercato e devi riempire il tuo carrello per organizzarti la cena. Oppure ci sono training per l’orientamento topografico e geografico.
L’obiettivo dei training è quello di mantenere un buon livello di comunicazione funzionale il più a lungo possibile in relazione alle esigenze sociali specifiche del paziente.

E poi c’è tutto il capito delle tecnologie assistive su cui, sia come letteratura che come interventi effettuati, oggi si sta spingendo molto.

Che cosa sono le tecnologie assistive?

Dispositivi polifunzionali – high e low tech – atti a facilitare la comunicazione, sia interpersonale che col web.
Possono essere device mobili, come gli smartphone, ma anche computer, con App che aiutano a produrre ausili per la memoria. Per esempio, aiutano a ricordare un appuntamento o il contenuto di un film che la persona ha visto.

Il tablet può essere utilizzato anche come tavola comunicativa, dando la possibilità di visualizzare sul display varie categorie di immagini con etichette per facilitare la comunicazione del paziente con il suo interlocutore. Anche perché la capacità di lettura, nella prima fase della malattia, non viene compromessa.

E quando la malattia progredisce?

In fase di peggioramento si investirà su tecnologie assistive differenti, finalizzate alla sicurezza del paziente dentro e fuori casa. Come l’orologio TomTom, che consente di seguire gli spostamenti del paziente. Questo strumento è già comunemente utilizzato, tanto che alcune associazioni Alzheimer li regalano.

E poi, i dispositivi per la sicurezza in casa: come sensori rilevatori di fughe di gas o anche rivelatori posizionati sulla porta per monitorare quando il paziente esce.

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