L’artrosi è una delle malattie articolari più diffuse e, per molte persone, significa dolore cronico, rigidità e perdita progressiva di mobilità. Il punto più delicato è che i farmaci oggi usati nella pratica clinica servono soprattutto a controllare i sintomi, non a riparare la cartilagine o bloccare alla radice la degenerazione dell’articolazione.
Antinfiammatori, antidolorifici, infiltrazioni e fisioterapia possono migliorare dolore e funzione, ma non rappresentano una cura definitiva. Per questo da anni la ricerca cerca i cosiddetti DMOAD, cioè farmaci modificanti la malattia artrosica: medicinali capaci di rallentare, fermare o invertire il danno strutturale dell’articolazione.
Il problema è che, al momento, nessun DMOAD è stato approvato per l’uso clinico nell’artrosi. Molte molecole sono arrivate agli studi sull’uomo, ma poche hanno mostrato risultati abbastanza solidi da cambiare davvero le linee guida.
I farmaci dimagranti entrano nella discussione
Negli ultimi mesi l’attenzione si è spostata anche sui farmaci della famiglia GLP-1, come semaglutide e tirzepatide, già usati per diabete e obesità. Il motivo è semplice: nelle persone con artrosi del ginocchio e sovrappeso, perdere peso può ridurre il carico sull’articolazione e migliorare il dolore.
Alcuni studi osservazionali suggeriscono che l’uso prolungato di questi farmaci potrebbe essere associato a un rischio minore di arrivare alla protesi del ginocchio. L’ipotesi è che il beneficio non dipenda solo dal dimagrimento, ma anche da possibili effetti sull’infiammazione e sul metabolismo.
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Detto questo, bisogna essere chiari: questi farmaci non sono approvati per curare l’artrosi. Possono avere un ruolo nei pazienti con obesità o problemi metabolici, ma non devono essere letti come una scorciatoia contro il dolore articolare.
Le molecole sperimentali più promettenti
Tra le terapie più studiate ci sono molecole pensate per agire direttamente sui meccanismi biologici dell’artrosi. Alcune puntano sulla cartilagine, altre sull’infiammazione, altre ancora sull’osso sotto la cartilagine.
Una delle più discusse è sprifermin, una forma ricombinante del fattore di crescita FGF18, studiata per stimolare la crescita della cartilagine. In alcuni trial ha mostrato effetti strutturali interessanti, come un aumento dello spessore cartilagineo, ma i benefici sul dolore e sulla funzione non sono stati abbastanza convincenti da renderla una terapia disponibile nella pratica quotidiana.
Un’altra molecola osservata con attenzione è lorecivivint, studiata per modulare vie biologiche coinvolte nell’infiammazione e nel deterioramento articolare. Anche in questo caso, però, siamo ancora nel campo della ricerca e non di un farmaco pronto da prescrivere.
Il punto vero: non tutti i pazienti hanno la stessa artrosi
Una delle ragioni per cui è così difficile trovare “il farmaco” contro l’artrosi è che la malattia non si presenta sempre nello stesso modo. In alcune persone pesa di più l’infiammazione, in altre il sovraccarico meccanico, in altre ancora il metabolismo, l’età, il sesso, la sedentarietà o l’obesità.
Questo significa che il futuro probabilmente non sarà una singola pillola valida per tutti, ma una medicina più selettiva: capire quale meccanismo domina nel singolo paziente e scegliere il trattamento più adatto.
Cosa si può fare oggi
Per ora, la strategia più concreta resta combinare trattamenti già disponibili e abitudini efficaci: controllo del peso, attività fisica mirata, rinforzo muscolare, fisioterapia, gestione del dolore e valutazione specialistica quando i sintomi peggiorano.
La ricerca sui nuovi farmaci è reale e sta avanzando, ma parlare di una cura nascosta sarebbe fuorviante. Il messaggio più corretto è un altro: l’artrosi non è più vista solo come “usura delle articolazioni”, ma come una malattia biologicamente complessa. Ed è proprio questa nuova lettura che potrebbe aprire la strada, nei prossimi anni, a terapie finalmente capaci di modificare il decorso della malattia.
Fonti:
PubMed - Advances and Challenges in the Pursuit of Disease-Modifying Osteoarthritis Drugs: A Review of 2010–2024 Clinical Trials