Cellule fetali nel cervello per combattere il Parkinson

Dr.ssa Elisabetta Ciccolella Farmacista
Redatto scientificamente da Dr.ssa Elisabetta Ciccolella, Farmacista |
A cura di Alessandra Lucivero
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Data articolo – 01 Giugno, 2015

Diverse sono le strade intraprese dalla scienza per individuare la più efficace soluzione terapeutica per la cura del morbo di Parkinson. Tra queste, una possibile direzione pare possa essere rappresentata dall’iniezione di cellule cerebrali fetali nel cervello dei pazienti.

Lo studio

La notizia arriva dall’Università di Cambridge, dove un uomo di 55 anni ha ricevuto il trattamento sperimentale, con l’obiettivo di consentirgli un recupero delle funzionalità motorie. Lo studio, pubblicato sul giornale New Scientist, riprende un protocollo sperimentato 28 anni fa in Svezia, senza un apparente successo.

La ragione del fallimento del trattamento è stata però chiarita. Alle cellule fetali, infatti, occorrono diversi anni per agire nel cervello del ricevente. Molti pazienti che si erano sottoposti alla cura, infatti, sono migliorati dopo 3 anni.

Come agiscono le cellule fetali?

Le cellule fetali iniettate, a poco a poco cominciano a produrre dopamina, che abbassa la presenza del morbo. Il paziente in cura, presso l’ospedale Addenbrooke di Cambridge dallo scorso 18 maggio, non è stato però ancora trattato in maniera completa, mancando le cellule fatali, che devono essere donate dalle donne alla fine della gravidanza.

Servono, infatti, almeno le cellule di 3 feti per un solo cervello da trattare. La speranza, ora, è di poter concludere quanto prima la terapia iniziata per valutare i miglioramenti delle condizioni del paziente nel tempo. Gli scienziati ricordano, infatti, che i benefici massimi sono previsti tra 3-5 anni con una durata di un decennio. Diciannove è il numero dei prossimi pazienti che si sottoporranno alla cura in via sperimentale.

Le informazioni proposte in questo sito non sono un consulto medico. In nessun caso, queste informazioni sostituiscono un consulto, una visita o una diagnosi formulata dal medico. Non si devono considerare le informazioni disponibili come suggerimenti per la formulazione di una diagnosi, la determinazione di un trattamento o l’assunzione o sospensione di un farmaco senza prima consultare un medico di medicina generale o uno specialista.
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