Andare a dormire molto tardi, svegliarsi stanchi anche dopo molte ore di sonno, avere orari molto diversi tra giorni lavorativi e fine settimana oppure notare che l’umore cambia con le stagioni. Presi singolarmente, questi elementi possono avere molte spiegazioni e non indicano automaticamente una depressione. Quando però tendono a presentarsi insieme nelle persone che soffrono di disturbi depressivi, potrebbero descrivere un profilo più specifico di quanto si pensasse.
È l’ipotesi avanzata da un gruppo della University of Sydney, che ha analizzato dati clinici e genetici di migliaia di partecipanti all’Australian Genetics of Depression Study e ha identificato un gruppo nel quale le alterazioni legate all’orologio biologico sembrano particolarmente marcate.
Gli autori lo chiamano “circadian subtype of depression”, sottotipo circadiano della depressione, ma la definizione deve ancora essere confermata da ulteriori ricerche indipendenti prima di poter entrare stabilmente nella pratica clinica.
Cos’è il ritmo circadiano e perché può influenzare l’umore
Il nostro organismo segue una serie di ritmi biologici sincronizzati approssimativamente sulle 24 ore. La luce rappresenta uno dei segnali principali che regolano questo sistema, ma l’orologio circadiano influenza molto più del semplice momento in cui avvertiamo sonno. Partecipa alla regolazione dell’attenzione, del metabolismo, della temperatura corporea, della secrezione di alcuni ormoni e dell’alternanza tra sonno e veglia.
Quando questi ritmi non coincidono bene con gli orari imposti dalla vita quotidiana, una persona può sperimentare qualcosa di simile a un continuo jet lag: difficoltà ad addormentarsi o svegliarsi negli orari richiesti, sonnolenza mattutina, stanchezza, scarsa concentrazione e cambiamenti nelle abitudini alimentari e nel peso.
L’idea dei ricercatori è che, almeno in una parte delle persone con depressione, queste caratteristiche non siano semplicemente una conseguenza secondaria del disturbo, ma possano rappresentare una componente importante del quadro clinico. È una prospettiva che potrebbe aiutare a spiegare anche la grande eterogeneità della depressione: pazienti con sintomi apparentemente simili possono infatti avere percorsi, caratteristiche biologiche e risposte ai trattamenti molto diverse.
Lo studio ha coinvolto oltre 11mila persone con depressione
La ricerca ha analizzato 11.380 partecipanti dell’Australian Genetics of Depression Study, un grande progetto nazionale dedicato allo studio delle basi genetiche e cliniche della depressione. Il campione era composto prevalentemente da persone con forme severe, ricorrenti o persistenti del disturbo e il 75% dei partecipanti era costituito da donne, con un’età media di circa 44 anni. I ricercatori hanno stabilito sei caratteristiche legate al funzionamento circadiano e hanno classificato nel sottotipo le persone che ne presentavano almeno tre.
Le sei caratteristiche considerate erano stagionalità dei sintomi, social jet lag, ritardo del punto medio del sonno, cronotipo serale, forte stanchezza al risveglio e ipersonnia, cioè la tendenza a dormire più a lungo. Il social jet lag descrive in particolare lo scarto tra gli orari del sonno nei giorni lavorativi e quelli dei giorni liberi: per esempio, una persona costretta a svegliarsi presto dal lunedì al venerdì ma che, quando può seguire spontaneamente i propri ritmi, tende ad addormentarsi e alzarsi diverse ore più tardi.
Circa il 23% rientrava nel profilo circadiano
Tra gli 11.380 partecipanti, 2.604 persone, circa il 23%, soddisfacevano i criteri scelti dagli autori per il sottotipo circadiano. In questo gruppo la caratteristica più frequente era l’ipersonnia, presente nell’84% dei casi, seguita dalla marcata difficoltà e stanchezza al risveglio, rilevata nell’83%. Il 68% aveva un cronotipo serale, mentre il 42% mostrava un punto medio del sonno ritardato, il 41% una componente stagionale e il 35% un evidente social jet lag.
Non significa che una persona che preferisce andare a letto tardi abbia questo tipo di depressione. I criteri sono stati utilizzati all’interno di una popolazione che aveva già una storia depressiva e servivano ai ricercatori per verificare se la combinazione di più caratteristiche circadiane identificasse un gruppo clinicamente distinto. È quindi importante non trasformare questi sei elementi in una sorta di test domestico.
Depressione più precoce e caratteristiche cliniche più complesse
Il gruppo circadiano mostrava anche alcune differenze rispetto agli altri partecipanti. In media, queste persone riferivano un esordio della depressione più precoce e caratteristiche cliniche più severe, comprese maggiori esperienze di tipo ipomaniacale o maniacale, manifestazioni psicotiche, disagio psicologico e suicidalità. Era inoltre più frequente l’aumento di peso durante gli episodi depressivi.
Questo non significa che le alterazioni dell’orologio biologico provochino direttamente mania, psicosi o comportamenti suicidari. Lo studio individua associazioni tra caratteristiche che compaiono più frequentemente nello stesso gruppo, ma il suo disegno non consente di dimostrare una sequenza di causa ed effetto. È uno dei motivi per cui gli stessi autori chiedono ulteriori ricerche prima di utilizzare questa classificazione come strumento diagnostico vero e proprio.
Anche il profilo genetico mostrava alcune differenze
La ricerca ha aggiunto un ulteriore livello analizzando i punteggi di rischio poligenico, cioè indicatori statistici che riassumono la predisposizione genetica associata a determinati tratti o condizioni.
Le persone classificate nel sottotipo circadiano presentavano punteggi mediamente più elevati per ADHD, depressione maggiore e disturbo bipolare, oltre ad alcune caratteristiche metaboliche e infiammatorie come indice di massa corporea, trigliceridi, insulino-resistenza e interleuchina-6. Sono state osservate associazioni anche con tratti legati al sonno e al cronotipo.
Anche questi risultati devono essere interpretati con cautela. Un punteggio genetico più elevato non equivale a una diagnosi e non permette di prevedere con certezza che una singola persona svilupperà una determinata condizione. Il dato serve piuttosto agli studiosi per verificare se il gruppo identificato attraverso le caratteristiche del sonno presenti anche una base biologica differente, almeno in parte, rispetto agli altri pazienti con depressione.
Gli antidepressivi sembravano funzionare meno bene in questo gruppo
Una delle osservazioni potenzialmente più interessanti riguarda la risposta ai farmaci. I partecipanti appartenenti al profilo circadiano riferivano una minore efficacia dei comuni antidepressivi SSRI e SNRI e una maggiore presenza di effetti collaterali rispetto alle persone classificate nel gruppo non circadiano. La differenza era statisticamente significativa, ma c’è un limite importante: la risposta ai medicinali era riferita dagli stessi partecipanti, non misurata all’interno di una sperimentazione clinica progettata per confrontare trattamenti diversi.
Il risultato quindi non dimostra che gli antidepressivi tradizionali siano inefficaci nelle persone con caratteristiche circadiane e soprattutto non rappresenta un motivo per modificare o interrompere autonomamente una terapia. Può però suggerire una direzione per nuove sperimentazioni, soprattutto nei pazienti che presentano disturbi marcati del ritmo sonno-veglia e hanno già avuto risposte insoddisfacenti ai trattamenti convenzionali.
Fototerapia e melatonina potrebbero diventare più importanti
Se una parte della depressione è strettamente legata alla regolazione dell’orologio biologico, i ricercatori ipotizzano che per alcuni pazienti possano diventare particolarmente interessanti interventi mirati proprio sul ritmo circadiano, come fototerapia, regolarizzazione degli orari del sonno e trattamenti che agiscono sul sistema della melatonina.
Alcune di queste strategie sono già utilizzate in determinati disturbi dell’umore e del sonno, ma il nuovo studio non ha confrontato direttamente la loro efficacia con quella degli antidepressivi.
Non sarebbe quindi corretto concludere che chi presenta stanchezza mattutina o un cronotipo serale dovrebbe assumere melatonina o ricorrere autonomamente alla terapia della luce. L’indicazione che emerge dalla ricerca è più prudente: nei pazienti con un forte profilo circadiano potrebbe essere utile studiare meglio questi trattamenti e capire se intervenire precocemente sull’orologio biologico migliori i risultati clinici.
Perché non possiamo ancora parlare di una nuova diagnosi
Il lavoro presenta diversi limiti. È uno studio trasversale, quindi molte informazioni vengono analizzate nello stesso momento e non permettono di stabilire con certezza quale caratteristica sia comparsa per prima.
Il campione comprendeva inoltre soprattutto persone con depressione severa o ricorrente, era composto per tre quarti da donne e, per le analisi genetiche, i ricercatori hanno selezionato partecipanti con ascendenza europea geneticamente inferita. Non è quindi ancora possibile sapere se il 23% osservato possa essere esteso a tutte le persone con depressione nel resto della popolazione.
Gli stessi autori parlano infatti di potenziale utilità clinica e chiedono una replica indipendente dei risultati. Il dato più interessante non è tanto aver individuato una nuova etichetta, quanto aver mostrato che sotto la parola “depressione” potrebbero nascondersi configurazioni biologiche e cliniche differenti. Capire meglio queste differenze potrebbe, in futuro, aiutare a scegliere prima il trattamento più adatto invece di procedere per tentativi.
La depressione potrebbe non essere una malattia uguale per tutti
La ricerca australiana rafforza quindi un concetto sempre più presente in psichiatria: persone con la stessa diagnosi possono arrivare agli stessi sintomi attraverso meccanismi differenti. Per una parte dei pazienti, il rapporto tra sonno, luce, orari sociali e orologio biologico potrebbe avere un peso maggiore di quanto venga riconosciuto oggi.
Il passo successivo sarà capire se identificare precocemente questo profilo permetta davvero di migliorare le cure e se gli interventi diretti sul ritmo circadiano offrano benefici superiori in questo particolare gruppo. Fino a quel momento, il cosiddetto sottotipo circadiano resta una proposta scientifica promettente, non una diagnosi da autovalutare.
Per chi soffre di depressione e non ottiene benefici dalla terapia prescritta, la strada corretta rimane discuterne con il medico o lo specialista, senza modificare autonomamente farmaci o trattamenti.
Fonte
British Journal of Psychiatry - Clinical and genetic correlates of a circadian subtype of depression in the Australian Genetics of Depression Study