La psilocibina, principio attivo di alcune specie di funghi psichedelici, è oggi al centro di un rinnovato interesse scientifico per il trattamento della depressione.
Studi clinici avanzati, una recente revisione sistematica pubblicata su Acta Neuropsychiatrica e il crescente coinvolgimento delle autorità regolatorie stanno contribuendo a chiarire il suo potenziale terapeutico.
L’attenzione, tuttavia, non riguarda più solo l’efficacia, ma la possibilità di rendere questo approccio più sicuro, sostenibile e accessibile.
Depressione resistente: un bisogno clinico ancora insoddisfatto
La depressione maggiore rappresenta una delle principali sfide di salute pubblica. Una quota rilevante di pazienti continua a non rispondere in modo adeguato alle terapie disponibili: circa il 15% non ottiene alcun beneficio, mentre un ulteriore 30–40% mostra solo una risposta parziale.
In questo contesto, diversi studi clinici hanno evidenziato che una o due somministrazioni di psilocibina, effettuate in ambiente medico controllato e con supporto psicologico, possono determinare una riduzione rapida e clinicamente significativa dei sintomi, con effetti che in molti casi si mantengono per settimane o mesi.
Le evidenze cliniche: cosa dicono i dati
La revisione sistematica pubblicata nel 2025 ha analizzato 22 studi, tra trial randomizzati controllati e studi open-label, condotti su persone con depressione maggiore e depressione resistente al trattamento.
I risultati mostrano un pattern coerente: miglioramenti rapidi dopo una o due sessioni, spesso accompagnati da una riduzione dell’ansia e da un miglioramento del funzionamento quotidiano.
Sul piano della sicurezza, la psilocibina risulta generalmente ben tollerata in contesti clinici strutturati, con effetti avversi prevalentemente lievi e transitori, come ansia durante la somministrazione o cefalea nelle ore successive.
Il limite pratico: efficacia sì, ma con quali costi
Nonostante i risultati incoraggianti, la terapia assistita con psilocibina presenta limiti rilevanti. L’esperienza psichedelica dura diverse ore e richiede la presenza costante di personale formato, strutture dedicate e un monitoraggio prolungato.
Questo rende il trattamento complesso e costoso, riducendone la possibilità di applicazione su larga scala.
Per questo motivo, la ricerca sta spostando l’attenzione su una domanda cruciale: è possibile mantenere i benefici antidepressivi riducendo o eliminando le allucinazioni?
Nuovi meccanismi nel cervello: oltre il recettore 5-HT2A
Tradizionalmente, gli effetti della psilocibina sono stati attribuiti all’attivazione del recettore serotoninergico 5-HT2A, responsabile anche delle alterazioni percettive.
Studi più recenti suggeriscono però un coinvolgimento più ampio. Ricercatori del Dartmouth College hanno mostrato, in modelli animali, che il recettore 5-HT1B contribuisce in modo rilevante agli effetti antidepressivi, senza essere direttamente associato alle allucinazioni.
Questo dato apre alla possibilità di sviluppare farmaci “psilocibina-like” capaci di agire sull’umore senza indurre un’esperienza psichedelica completa.
A rafforzare questa ipotesi contribuiscono anche gli studi di neuroimaging. Una ricerca pubblicata su Nature ha mostrato che la psilocibina modifica temporaneamente il modo in cui le principali reti del cervello comunicano tra loro, in particolare la default mode network, un sistema coinvolto nei pensieri ripetitivi e nell’autopercezione.
Oltre a questi effetti immediati, lo studio ha evidenziato anche cambiamenti più duraturi: la comunicazione tra l’ippocampo anteriore, area legata alla memoria e alle emozioni, e la default mode network risulta ridotta per diverse settimane. Questo effetto prolungato potrebbe rappresentare un indicatore biologico dei benefici terapeutici e aiutare a valutare nuovi farmaci ispirati alla psilocibina, ma privi di effetti allucinogeni.
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Sviluppo clinico e prospettive regolatorie
Sul fronte industriale, il percorso della psilocibina come farmaco sta avanzando. Nel 2025 uno studio di fase 3 su una formulazione sintetica ha mostrato un miglioramento statisticamente significativo dei sintomi depressivi a sei settimane da una singola dose.
All’inizio del 2026, la FDA ha inoltre autorizzato l’avvio di programmi clinici avanzati per il disturbo post-traumatico da stress. In caso di approvazione, la somministrazione avverrebbe con protocolli rigorosi, confermando però anche i limiti organizzativi del modello.
Il futuro che si profila è probabilmente a due binari: da un lato, la terapia psichedelica assistita per pazienti selezionati; dall’altro, lo sviluppo di farmaci ispirati alla stessa neurobiologia, ma più semplici da usare e potenzialmente più accessibili.
La vera svolta, oggi, non è solo dimostrare che la psilocibina funziona, ma capire come trasformare questa evidenza in una cura realmente applicabile nella pratica clinica.
Fonti
- Acta Neuropsychiatrica - Therapeutic Use of Psilocybin in Depression: a Systematic Review of Clinical Evidence
- Nature - How psilocybin affects the brain
- Biorxiv - The non-hallucinogenic serotonin 1B receptor is necessary for the antidepressant-like effects of psilocybin in mice