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Le dipendenze patologiche come indice della paranoia del mondo moderno

Redazione

Ultimo aggiornamento – Novembre 18, 2013

Le dipendenze patologiche come indice della paranoia del mondo moderno

Essere ostaggi, schiavi. La drammaticità della condizione di Dipendenza Patologica sta nella perdita della libertà. Si è assediati da idee per sfuggire dalle quali si è costretti all'esorcizzazione nella compulsione. La compulsione rappresenta il “disco rotto” che diventa un pensiero costante. Il termine anglosassone “addiction” fa pensare allo stato psichico di schiavitù, prima che a quello fisico: «La vittima, non solo subisce un impulso superiore alle sue forze di controllo, ma è costretta a collaborare con la prepotenza di quest’impulso. La dipendenza coatta da varie sostanze (l’alcol, le droghe, i farmaci), i cosiddetti “disturbi alimentari”, quali la bulimia e la sua rigida formazione reattiva, l’anoressia, altri fenomeni di dipendenza, come la cleptomania, i tentativi di suicidio ripetuti, la compulsione agli acquisti, al gioco, al sesso…» (Zucca Alessandrelli, 2002). Nella lingua inglese, il termine “addiction” significa “inclinazione” e, in senso spregiativo, indica un’inclinazione eccessiva a qualcosa. Esso si è diffuso in tutti i paesi occidentali. Il termine “addiction” indica quindi, come da etimologia, il significato di schiavitù, di depersonalizzazione e di sottomissione. È curioso il fatto che proprio noi italiani, eredi del mondo latino, non usiamo un vocabolo derivato da questa cultura. Il termine latino “addictio” è il sostantivo del verbo “addicere” avevano diversi significati e nel mondo giuridico latino volevano dire “aggiudicare qualcuno a qualcun altro”, nello specifico la persona del debitore al creditore, per cui “addictus” voleva espressamente far riferimento alla condizione di “schiavo per debito”. Nel diritto romano, infatti, per “addictio” s’intende l’assegnazione disposta dal magistrato del debitore insolvente al creditore insoddisfatto. Forse per chi è vittima dell’addiction, più che “schiavo per debito”, occorrerebbe dire “schiavo per credito”, vista la situazione delle relazioni infantili in cui essa è cresciuta (Zucca Alessandrelli, 2002). Eugenio Gaburri ci ha dato illuminanti letture delle Dipendenze Patologiche ancorando il discorso clinico a quello sociale e storico della contemporaneità, in cui la Dipendenza è proposta come indice principale di disagio. Dice Gaburri – «la “dipendenza patologica”, sembra la forma emblematica di quello che può essere definito come l'attuale disagio della civiltà. Un “disagio” che, diversamente da ciò che Freud nel 1930 osservava, si rivela come l'altra faccia, quella patologica, di una situazione sociale formalmente euforica». La dipendenza patologica sembra infatti additare alla nostra attenzione di studiosi la dimensione disforica e paranoica del mondo moderno.

Agli inizi del Novecento la presenza delle sindromi isteriche, una presenza endemica che le costituiva come un elemento costitutivo del “sociale”, ha dato, a Freud e ai primi pionieri della nostra disciplina, l’opportunità di scoprire, attraverso lo strumento psicoanalitico, la realtà e la potenza dell'inconscio, il riscontro della violenta repressione e l'inibizione della sessualità presente in quell'epoca. È lecito sperare che all'epoca attuale sia possibile, attraverso una riflessione psicoanalitica sul campo culturale, descrivere una altrettanto violenta e occulta pressione volta ad inibire l'indipendenza di pensiero, una pressione esercitata dall'aggregato culturale sul singolo a scapito della sua identità soggettiva.

Nell'era postmoderna, quando sembra ormai acquisito che la “supremazia tecnologica” del mondo occidentale regoli i rapporti tra gli Stati e le culture, quando sembra ormai indiscussa l'equazione tra sviluppo e liberalismo tecnologico senza limiti, dobbiamo renderci consapevoli che non è possibile delegare ad una delle tante forme di “specializzazione medico/tecnologica” il fenomeno delle dipendenze. Le dipendenze patologiche appaiono quasi come una conseguenza del dismorfismo strutturale che produce i conflitti e la sofferenza diffusi nella nostra società.
La tossicomania è il risvolto doloroso e tragico del mancato esito evolutivo della struttura psico-somato-sociale del singolo come dell'aggregato umano.
Lo sviluppo umano è fondato sulla inter-dipendenza, la sua patologia emerge da scambi e legami affettivi isolati dalla loro primaria radice emotiva. La moderna biotecnologia viene spesso intesa come antitesi rispetto a questo originario ancoramento nella vita emotiva. Il diniego della realtà psichica, marcato da un uso paranoico della tecnologia, sequestra le potenzialità evolutiva perchè toglie senso ai legami affettivi, privandoli della loro funzione di contenimento delle emozioni e delle angosce arcaiche. In questo funzionamento scisso la funzione del pensiero rimane isolata e incorporea, aumentando drammaticamente, per il singolo soggetto, il peso della perturbante estraneità nei confronti dell'aggregato sociale. La vita psichica tout- court si degrada quando è scissa e isolata dal corpo. Questa degradazione diffonde la paura di break down psicotici, incrementando la “fame di stimoli” che orienta verso il comportamento tossicomane. I membri più deboli dell'aggregato sociale possono essere considerati, allora, come ostaggi di una dipendenza patologica prodotta come scarto dell'attuale paranoia sociale; paranoia diffusa che, in altri contesti, esprime una militarizzazione fanatica intorno a nuove forme di totemismo ideologico. Gaburri afferma che «esiste una parola per esprimere un concetto che percorre ormai da cento anni la letteratura psicoanalitica, una parola che in lingua italiana prende un aspetto riduttivo: “l'impotenza”. Il suo corrispettivo nel lessico psicoanalitico freudiano è “hilflosigkeit” e sta a significare lo stato psico-fisico del lattante nella prima fase della vita. Letteralmente “ilflosigkeit” significa "mancanza di aiuto", il concetto rinvia alla fisiologica impotenza, più marcata nel cucciolo umano che in altre specie. Con questo concetto la psicoanalisi cerca di esplorare la condizione (di dipendenza) che caratterizza la situazione somato/psichica del neonato del tutto impotente a provvedere alla sua sopravvivenza e alla sua crescita, impotenza evidente fin dal passaggio dall’ambiente originario al nuovo ambiente extrauterino, dove, da subito, dovrà imparare a respirare, mangiare, espellere e, soprattutto, a farsi capire (e ad essere capito) nei suoi bisogni elementari».

W. Bion aveva osservato che l'individuo che entra a far parte di un gruppo affronta un compito altrettanto formidabile, come il neonato quando entra in rapporto col seno. Per questo aspetto, l'uso del gruppo come fattore terapeutico lascia emergere quegli stati che Ambrosiano e Gaburri (2003) hanno descritto come “stati preindividuali della mente”, stati caratterizzati dal predominio degli stati emotivi sulle relazioni affettive e quindi sulla capacità di pensiero che elettivamente il lavoro terapeutico di gruppo può mobilitare e avviare verso una integrazione”. Sicuramente la comunita terapeutica è uno egli strumenti fondamentali per la cura delle forme di Dipendenza patologica ma è anche vero che in Italia s’è fatta di questo luogo un “refugium peccatorum”, spesso piu luogo di rieducazione conformistica alle richieste di buon funzionamento socio lavorativo che luogo di vera cura personale.
Una delle critiche della psicoanalisi all’impostazione tradizionale delle comunità terapeutiche è infatti questa: se il disturbo consiste, a livelli profondi dell’essere, in un ritiro narcisistico dalle relazioni e dai gruppi, puntare sull’approccio morale non ha senso. L’impostazione morale o moralistica può condurre solo ad una ad una pseudo crescita conformistica, ad un iperadattamento più che ad una vera cura personale, o, come si dice, ad un reale trattamento individualizzato. Il nucleo del disturbo da dipendenza, come s’è visto, è un narcisismo mortifero, con conseguente assenza del valore morale della sollecitudine verso l’altro da sé. Nel narcisismo, l’altro non esiste. L’incapacità di molti di questi pazienti di concepire l’Altro, di avere una relazione affettiva con l’altro, va di pari passo all’idea che sia possibile godere e vivere bastando a sé stessi, un’autarchia onnipotente in cui si controllano gli altri affinché si pieghino al soddisfacimento dei bisogni infantili e spesso inconsci del soggetto. Questi tratti della personalità così spesso, oggi, all’origine della sofferenza personale e dell’incapacità di amare, certo non possono essere affrontate solo censurando e rimproverando. “Si ritiene che oggi molti pazienti soffrano non di passioni infantili conflittuali, trasformabili con la ragione e la comprensione, ma di uno sviluppo personale stentato. La psicopatologia moderna può essere oggi definita non in termini conflittuali, ma dalla povertà dell’esperienza del paziente. Spesso il problema del paziente è quello di riuscire a reinvestire di affetto e di significato l’altro da sé, uscendo dallo stato timoroso di rifugio in cui permane. Il paziente ha bisogno di una rivitalizzazione ed espansione della capacità di generare un’esperienza reale, significativa e valida. Ciò che gli occorre è essere visto, coinvolto personalmente e fondamentalmente apprezzato e accudito nella possibilità di scoprire ed esplorare giocosamente la propria soggettività e immaginazione”, (Mitchell ,1995). La psicoanalisi e il supporto e la guida di uno specialista possono aiutare.

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