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Apnee nottuna e disturbi del linguaggio: qual è il legame

Ultimo aggiornamento – 30 agosto, 2017

apnee: cause e rischio demenza

Tra il 16 e il 20 luglio si è svola a Londra l’annuale conferenza mondiale Alzheimer’s Association International Conference (AAIC 2017) dove sono stati presentati gli studi più avanzati per contrastare l’invecchiamento cognitivo. Tra i temi, si è trattato anche della qualità e della durata del sonno. È infatti già noto che i disturbi del sonno, del linguaggio e dell’ascolto possono essere manifestazioni classiche dell’insorgenza di malattie cerebrali (la cui forma più grave è l’Alzheimer) in cui il cervello perde abilità e si deteriora fino alla demenza.

Alcuni degli studi presentati

Nuove ricerche sembrano suggerire che l’apnea notturna sia collegata alla presenza di maggiori accumuli delle proteine amiloide e tau (responsabili della “intossicazione” dei neuroni) anche negli individui normali da un punto di vista cognitivo o in quelli con una lieve perdita di abilità.

Il Framingham Heart Study si è invece concentrato sull’importanza di una buona fase del sonno REM (fase in cui si verificano rapidi movimenti degli occhi) per ridurre il rischio di demenza.

I ricercatori di University of Wisconsin hanno evidenziato che i cambiamenti del linguaggio e le difficoltà di ascolto sono legati al deterioramento cognitivo lieve.

L’importanza della prevenzione della demenza

La conoscenze di tali sintomi è di fondamentale importanza poiché, nonostante spesso vengano trascurati dai medici di base al primo incontro, contribuiscono a comporre un quadro di prevenzione delle malattie cerebrali.

Infatti, è proprio uno stile di vita basato sulla prevenzione che, secondo The Lancet Commission, potrebbe evitare un terzo dei casi di demenza.

La diagnosi migliore

Qualora il proprio medico sospettasse l’insorgenza di una condizione cerebrale (come l’Alzheimer), potrebbe prescrivere esami di approfondimento.

In particolare, nel caso delle diagnosi precoci, l’esame consigliato è la PET (Positron Emission Tomography o – in italiano – tomografia a emissione di positroni). Questa analisi evita errori nella diagnosi e nelle terapie che quindi ne potrebbero conseguire.

Apnea notturna: come riconoscerla?

L’apnea notturna è un disturbo del sonno potenzialmente grave in cui la respirazione si ferma e ricomincia ripetutamente. Potresti soffrirne se russi molto dormendo o se ti senti stanco anche dopo una nottata di sonno.

I tipi principali di apnea notturna sono:

  • apnea ostruttiva del sonno, la forma più comune che si verifica quando i muscoli della gola si rilassano;
  • apnea centrale del sonno, che si manifesta quando il cervello non invia segnali adeguati ai muscoli che controllano la respirazione;
  • apnea notturna complessa, che colpisce i soggetti che presentano sia l’apnea ostruttiva del sonno che quella centrale.

I sintomi delle diverse apnee si sovrappongono, talvolta rendendo ancora più complesso determinare di che tipo di apnea notturna si soffre. I segni e i sintomi più comuni includono:

  • russare rumorosamente (solitamente è più prominente in caso di apnea ostruttiva);
  • episodi in cui il respiro cessa durante il sonno testimoniati da un’altra persona;
  • risveglio brusco accompagnato da mancanza di respiro (solitamente indica apnea centrale);
  • risveglio con bocca secca;
  • risveglio con mal di gola;
  • mal di testa durante la mattina;
  • difficoltà a dormire (insonnia);
  • eccessiva sonnolenza diurna (ipersonnia);
  • problemi di attenzione;
  • irritabilità.

Russare è erroneamente considerato qualcosa di sicuramente innocuo. Certamente, non tutte le persone che russano sono affette da apnea notturna, ma è comunque consigliato rivolgersi a un medico se si russa molto forte, in particolare se seguono poi periodi di silenzio.

Il trattamento della apnea notturna, oltre ad alleviare i sintomi, aiuta a prevenire problemi cardiaci e altre complicazioni.

Tenere sotto controllo questa condizione è anche molto importante poiché, come evidenziato dal nuovo studio sopra citato, costituisce un fattore di rischio per le demenze, in quanto comporta maggiori accumuli delle proteine amiloide e tau.

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