Disturbo bipolare: una complessità che riguarda anche il genere

Dr. Alberto Galia Psicologo
Redatto scientificamente da Dr. Alberto Galia, Psicologo, Sessuologo |
A cura di Arianna Bordi
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Data articolo – 30 Marzo, 2026

Pensieri femminili, stress e terapia da parte di uno psicologo, terapeuta o professionista sanitario con valutazione tramite checklist. Cliente e terapeuta scrivono per supporto o consulenza sulla salute mentale in caso di debiti o crisi.

Il disturbo bipolare è una patologia psichiatrica complessa, caratterizzata da oscillazioni dell’umore che alternano fasi depressive e maniacali o ipomaniacali.

Per lungo tempo considerato distribuito in modo uniforme tra uomini e donne, negli ultimi anni la letteratura scientifica ha iniziato a evidenziare differenze significative legate al genere, sia in termini di incidenza sia di manifestazioni cliniche.

Oggi, infatti, numerosi studi suggeriscono che il disturbo bipolare nelle donne presenti caratteristiche specifiche, con implicazioni importanti per diagnosi, trattamento e prognosi.

Incidenza del disturbo bipolare: i dati aggiornati

A livello globale, il disturbo bipolare ha una prevalenza stimata tra l’1% e il 2% della popolazione e, storicamente, i manuali diagnostici indicavano una distribuzione simile tra uomini e donne, soprattutto per il disturbo bipolare di tipo I.

Recenti studi clinici mostrano, però, una realtà leggermente diversa:

  • le donne risultano più rappresentate nei campioni clinici;
  • il disturbo bipolare di tipo II appare più frequente nel sesso femminile;
  • si osserva un possibile aumento delle diagnosi tra le donne negli ultimi anni.

Una tendenza che non implica necessariamente una maggiore incidenza reale, ma che potrebbe riflettere anche una maggiore attenzione diagnostica e un diverso accesso ai servizi sanitari.

La prevalenza e il profilo clinico: gli studi di riferimento

Analizzando campioni vastissimi (oltre mille pazienti), in uno studio del 2021 è emerso che le donne sono maggiormente rappresentate nei contesti clinici: costituiscono circa il 55-58% dei casi di tipo I e arrivano fino al 66% nel disturbo bipolare di tipo II.

Il profilo femminile tende a essere fenotipicamente distinto: le donne sperimentano con maggiore frequenza episodi depressivi e il cosiddetto rapid cycling (la comparsa di quattro o più episodi in un solo anno); al contrario, negli uomini si osserva più spesso una correlazione con l'abuso di sostanze.

Si tratta di una "polarità depressiva" che evidenzia come le donne facciano un uso più intenso dei servizi psichiatrici proprio a causa di questa complessità clinica.

Oltre la diagnosi: il ruolo degli ormoni e della biologia

Perché queste differenze sono così marcate? Una ricerca pubblicata nel 2022 punta il dito sul delicatissimo equilibrio neuroendocrino.

Eventi come il ciclo mestruale, la gravidanza, il postpartum e la menopausa non sono semplici cornici biologiche, ma veri e propri fattori in grado di influenzare l'esordio del disturbo e aumentare il rischio di ricadute.


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Il periodo del postpartum, in particolare, è identificato come una fase ad altissimo rischio per l'insorgenza di episodi gravi, inclusa la psicosi puerperale.

A complicare il quadro intervengono le comorbilità: secondo una review del 2023, infatti, le pazienti presentano più spesso disturbi d'ansia, disturbi alimentari e problematiche tiroidee, rendendo necessario un approccio terapeutico integrato che non si limiti alla sola gestione dell'umore.

Il rischio invisibile: suicidio e bias diagnostici

Un dato delicato ma fondamentale riguarda il rischio suicidario: sebbene le statistiche confermino che gli uomini tendano a completare l'atto con maggiore probabilità, le donne compiono tentativi di suicidio più frequenti; è, dunque, necessario un monitoraggio clinico costante e una sensibilità specifica nella gestione del rischio.

Esistono inoltre dei bias diagnostici che non vanno sottovalutati: spesso il disturbo bipolare femminile viene inizialmente scambiato per depressione maggiore perché la sintomatologia depressiva è più evidente, mentre la mania potrebbe essere meno riconosciuta o espressa diversamente, portando a ritardi significativi nella diagnosi corretta.

Il parere dello psicologo

L'articolo evidenzia l'importanza centrale del dato epidemiologico: tenere a mente la distribuzione del disturbo bipolare tra i due generi non solo orienta il clinico verso una diagnosi più accurata, ma apre anche la strada a una ricerca più mirata sul fenomeno.

Una problematica che riscontro frequentemente, quando si parla delle differenze di genere nel disturbo bipolare, è la tendenza a confonderlo col disturbo borderline di personalità (DBP): la letteratura documenta infatti come molte donne con DBP ricevano inizialmente una diagnosi di bipolarismo e un trattamento farmacologico (che nel disturbo bipolare rappresenta il trattamento di prima linea) fallimentare (Paris & Black, 2015). È spesso in questa fase che emerge una diagnosi di disturbo borderline, che si configura quale revisione diagnostica. 

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Occorre, tuttavia, precisare che la comorbilità tra i due disturbi è reale e documentata: circa il 10% dei pazienti con disturbo bipolare di tipo I e il 20% di quelli con tipo II ricevono anche una diagnosi di DBP (Zimmerman & Morgan, 2013), il che rende il quadro diagnostico ulteriormente complesso.

La confusione tra le due entità nosografiche è dovuta in parte al fatto che entrambe possono presentare impulsività e instabilità dell'umore. 

Ad ogni modo, esistono differenze temporali e qualitative sostanziali: nel disturbo bipolare gli episodi hanno una durata più lunga (almeno quattro giorni consecutivi per l'episodio ipomaniacale, almeno sette per quello maniacale e almeno due settimane per quello depressivo) (APA, 2022), mentre nel DBP le fluttuazioni dell'umore si manifestano perlopiù come reazione a stimoli interpersonali e possono esaurirsi nell'arco di ore o addirittura minuti (Koenigsberg et al., 2002). 

Vale la pena segnalare, infine, che alcuni autori hanno proposto l'esistenza di manifestazioni bipolari a cicli ultrarapidi o ultradiani per spiegare la rapidità nelle oscillazioni dell'umore di alcune presentazioni cliniche (Kramlinger & Post, 1996); tali varianti, pur descritte in letteratura, non sono attualmente riconosciute dai principali sistemi diagnostici internazionali e la loro validità nosografica rimane oggetto di dibattito nella letteratura contemporanea.

Fonti:

Le informazioni proposte in questo sito non sono un consulto medico. In nessun caso, queste informazioni sostituiscono un consulto, una visita o una diagnosi formulata dal medico. Non si devono considerare le informazioni disponibili come suggerimenti per la formulazione di una diagnosi, la determinazione di un trattamento o l’assunzione o sospensione di un farmaco senza prima consultare un medico di medicina generale o uno specialista.
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