Dopo i 45 anni, più difficoltà quotidiane legate a mortalità più alta

Salvatore Privitera | Divulgatore scientifico
A cura di Salvatore Privitera
Divulgatore scientifico
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Data articolo – 24 Settembre, 2026

Due persone che stendono il bucato

Una commissione che prima richiedeva pochi minuti comincia a diventare faticosa, seguire le scadenze delle bollette richiede più attenzione oppure è necessario un promemoria per assumere correttamente i farmaci. Presi singolarmente, cambiamenti di questo tipo possono avere spiegazioni molto comuni. Quando però le difficoltà aumentano progressivamente, potrebbero rappresentare un segnale utile per osservare più attentamente lo stato di salute generale.

È quanto emerge da uno studio pubblicato su GeroScience, nel quale ricercatori della Yonsei University hanno analizzato i dati di 6.033 persone di almeno 45 anni partecipanti al Korean Longitudinal Study of Aging. L’obiettivo era capire se la perdita progressiva di autonomia nelle cosiddette attività strumentali della vita quotidiana fosse collegata alla mortalità negli anni successivi e quale ruolo potessero avere, all’interno di questa associazione, i sintomi depressivi.

Il risultato mostra una relazione significativa, ma deve essere interpretato correttamente: avere bisogno di aiuto per fare la spesa o gestire il denaro non causa una morte precoce. Una crescente difficoltà nello svolgere queste attività potrebbe piuttosto riflettere problemi di salute, fragilità o altre condizioni non ancora pienamente riconosciute.

Quali sono le attività quotidiane considerate nello studio

I ricercatori hanno analizzato quelle che vengono definite attività strumentali della vita quotidiana, spesso indicate con la sigla IADL. Non si tratta delle funzioni di base necessarie per prendersi cura di sé, come lavarsi o vestirsi, ma di compiti più complessi che permettono a una persona di vivere in maniera indipendente.

Tra questi rientrano, per esempio, preparare i pasti, fare il bucato, utilizzare i mezzi di trasporto, gestire il denaro e assumere correttamente i farmaci.

Tra il 2006 e il 2014, i partecipanti allo studio hanno riferito quanta assistenza fosse loro necessaria per svolgere dieci differenti attività quotidiane. I ricercatori hanno così potuto osservare non soltanto il livello di autonomia in un determinato momento, ma soprattutto come questo cambiasse nel corso di otto anni.

La grande maggioranza dei partecipanti manteneva una buona autonomia nel tempo. In particolare, 5.757 persone, pari al 95,4% del campione, mostravano costantemente poche limitazioni.


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Un gruppo molto più piccolo, composto da 276 partecipanti, presentava invece difficoltà progressivamente maggiori. In queste persone il punteggio medio utilizzato per misurare le limitazioni, su una scala di 20 punti, è passato da 1,8 a 7,3 nel corso degli otto anni.

Nel gruppo con più difficoltà il rischio di morte era circa doppio

Dopo aver osservato il cambiamento nelle capacità quotidiane, i ricercatori hanno seguito i partecipanti negli anni successivi. Nel periodo di follow-up sono morte 187 delle 276 persone appartenenti al gruppo nel quale le difficoltà erano aumentate. Nel gruppo che aveva mantenuto livelli di autonomia generalmente elevati, invece, sono stati registrati 1.067 decessi su 5.757 partecipanti.

Gli studiosi hanno poi corretto le analisi considerando diversi elementi già presenti all’inizio della ricerca, tra cui età, patologie croniche, reddito, attività fisica e capacità di svolgere le attività di base della cura personale.

Anche dopo queste correzioni, le persone che avevano mostrato un peggioramento delle capacità quotidiane presentavano circa il doppio del rischio di morte durante il periodo successivo di osservazione.

È importante però non leggere questo dato come una previsione valida per il singolo individuo. Si tratta di una differenza osservata tra gruppi di persone con caratteristiche diverse, non di uno strumento capace di stabilire cosa accadrà a una determinata persona.

Perché perdere autonomia può essere importante per la salute

Una crescente difficoltà nelle attività quotidiane può avere conseguenze pratiche molto concrete. Una persona che fatica ad andare a fare la spesa potrebbe avere più difficoltà a procurarsi regolarmente il cibo. Chi non riesce più a organizzare gli spostamenti può saltare visite o controlli medici. Allo stesso modo, problemi nella gestione dei farmaci possono rendere più complicato seguire correttamente una terapia.

Ma la direzione del rapporto potrebbe anche essere opposta: il peggioramento dell’autonomia potrebbe essere il segnale di una condizione di salute già presente, piuttosto che la causa di problemi successivi.

Fragilità, malattie croniche e cambiamenti fisici possono rendere progressivamente più difficile svolgere compiti che in precedenza erano automatici. Lo studio non permette di distinguere completamente questi meccanismi.

È proprio per questo che gli autori considerano il cambiamento nelle capacità quotidiane soprattutto come un possibile campanello d’attenzione, utile per capire se sia necessario approfondire cosa sta rendendo più complicata la vita di tutti i giorni.

I sintomi depressivi spiegavano circa il 16% dell’associazione

Lo studio ha analizzato anche la salute emotiva. Nel 2016, i partecipanti hanno completato un questionario dedicato alla presenza di sintomi depressivi. I decessi sono stati poi monitorati fino al 2024.

Le persone che avevano mostrato un progressivo aumento delle limitazioni quotidiane riferivano anche un maggior numero di sintomi depressivi. Secondo l’analisi statistica effettuata dai ricercatori, questi sintomi potevano spiegare circa il 16% dell’associazione tra perdita di autonomia e mortalità.

Si tratta quindi di una parte relativamente piccola del rapporto complessivo. La maggioranza dell’associazione rimaneva legata ad altri fattori che la ricerca non è riuscita a identificare completamente.

Inoltre, questo risultato non dimostra che la depressione rappresenti il passaggio attraverso il quale la perdita di autonomia aumenta il rischio di morte. Lo studio non ha verificato se trattare i sintomi depressivi potesse modificare la mortalità.

Il rapporto tra depressione e perdita di autonomia può andare in entrambe le direzioni

Il collegamento tra salute mentale e capacità di svolgere le attività quotidiane è probabilmente più complesso di una sequenza lineare.

Perdere progressivamente autonomia può influire sull’umore, soprattutto quando una persona si trova costretta a chiedere aiuto per attività che fino a poco tempo prima riusciva a gestire da sola.

Allo stesso tempo, studi precedenti hanno indicato che la presenza di sintomi depressivi può precedere future difficoltà nello svolgimento delle attività quotidiane.

È quindi possibile che le due condizioni si influenzino reciprocamente oppure che condividano altre cause.

Una patologia cronica, per esempio, potrebbe contemporaneamente rendere più difficile la vita quotidiana e incidere sul benessere psicologico. Lo stesso potrebbe accadere con fragilità, isolamento sociale o altri problemi legati all'invecchiamento.

Demenza, fragilità e nutrizione potrebbero avere un ruolo

Gli autori riconoscono diversi limiti che impediscono di spiegare completamente il risultato.

La ricerca non è riuscita a tenere pienamente conto di condizioni come demenza, fragilità, stato nutrizionale e isolamento sociale, che potrebbero contribuire sia alla perdita di autonomia sia a un maggiore rischio di mortalità.

Inoltre, l’analisi principale ha valutato i sintomi depressivi in un solo momento, nel 2016. Un’analisi supplementare che considerava anche i sintomi registrati nel 2006 ha prodotto risultati simili, ma resta comunque difficile descrivere come la salute mentale sia cambiata nel corso degli anni.

C’è poi un altro elemento da considerare: nelle analisi potevano essere inclusi soltanto i partecipanti ancora in vita e presenti nello studio nel 2016, un criterio che potrebbe aver influenzato le caratteristiche del campione finale.

Lo studio osserva un’associazione, non un rapporto causa-effetto

La ricerca è di tipo osservazionale, quindi non permette di stabilire che il peggioramento delle capacità quotidiane abbia causato direttamente l'aumento della mortalità.

Allo stesso modo non consente di dimostrare che la perdita di autonomia abbia provocato i sintomi depressivi e che questi, a loro volta, abbiano causato un rischio maggiore di morte. Il dato più utile riguarda piuttosto la capacità di riconoscere un cambiamento. Quando una persona che ha sempre gestito autonomamente determinate attività comincia progressivamente ad avere bisogno di aiuto, può essere importante chiedersi perché quel cambiamento sia avvenuto.

Potrebbe esserci una difficoltà pratica relativamente semplice da risolvere, ma anche un problema fisico, una condizione di fragilità o una sofferenza emotiva che merita maggiore attenzione.

Accorgersi prima dei cambiamenti può aiutare a capire cosa serve

Lo studio non permette di stabilire se intervenire precocemente sulle difficoltà quotidiane possa ridurre il rischio di morte. Non è stato infatti sperimentato alcun programma di intervento specifico. Il risultato offre però un’indicazione pratica: la progressiva perdita di autonomia non dovrebbe essere automaticamente considerata una conseguenza inevitabile dell’età.

Notare che attività prima semplici stanno diventando sempre più complesse può offrire l’occasione per parlarne con la persona interessata e, quando necessario, con un professionista sanitario.

Non ogni cambiamento è il segnale di una malattia importante. La ricerca non suggerisce nemmeno di interpretare una singola difficoltà quotidiana come un indicatore di morte precoce.

È piuttosto il peggioramento progressivo nel tempo ad aver mostrato una relazione con una mortalità più elevata. Capire perché quella perdita di autonomia stia avvenendo può quindi essere un primo passo per individuare eventuali problemi e offrire alla persona il sostegno di cui ha realmente bisogno.

Fonte:

GeroScience - Mediating role of depressive symptoms in the association between trajectories of instrumental activities of daily living and all-cause mortality in middle-aged or older adults: a cohort study in South Korea

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