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Emicrania, mal di testa e cefalee: quali sono le differenze?

Emicrania, mal di testa e cefalee: quali sono le differenze?

Dr. Stefano Vollaro, specialista in neurologia. 


Imparare a riconoscere il tipo di mal di testa è molto importante per prevenirlo e curarlo al meglio. Abbiamo chiesto al dr. Stefano Vollaro, neurologo, di spiegarci quali sono le differenze tra emicrania e cefalea.

Quali sono le differenze tra un semplice mal di testa e l’emicrania?

In realtà non esistono i “semplici mal di testa”: un dolore alla testa, anche se è un evento che probabilmente tutti sperimentano almeno una volta nella vita, non è mai un evento normale, ma indica che qualcosa non sta funzionando al meglio nel nostro organismo.

Ad esempio un mal di testa potrebbe comparire in corso di un’infezione, dopo importanti stress fisici o psicologici, dopo l’assunzione di sostanze tossiche, ecc. Ma quando si comincia a notare una cefalea ricorrente nel corso della vita senza cause scatenanti evidenti bisogna pensare a una cefalea cosiddetta primaria, tra cui l’emicrania è la forma più frequente.

L’emicrania ha probabilmente delle cause genetiche (spesso c’è una maggiore incidenza all’interno della stessa famiglia) che interagiscono con fattori ambientali, lo stile di vita e aspetti psicologici, e che portano a generare delle sensazioni dolorose sostenute e protratte.

Quali sono le differenze tra cefalea ed emicrania?

Cefalea vuol dire semplicemente dolore della testa. L’emicrania è un tipo di cefalea. Solitamente l’emicrania, che è il tipo più frequente di cefalea primaria, ha delle caratteristiche ben precise e riconoscibili: il dolore ha una durata sostenuta (almeno qualche ora), è unilaterale, pulsante, di intensità moderata o forte, che quindi interferisce in maniera significativa con lo svolgimento delle normali attività e peggiora ulteriormente con le attività fisiche quotidiane; molto spesso si associano nausea o vomito e fastidio per la luce (fonofobia) e i suoni (fotofobia).

Altre caratteristiche che possono essere presenti sono disturbi visivi (offuscamento della vista o fosfeni scintillanti), fastidio per gli odori (osmofobia), disturbi intestinali (dolori addominali, difficoltà a digerire, diarrea), vertigini. Non tutte le caratteristiche tipiche dell’emicrania sono sempre presenti in tutte le persone, per cui a volte la diagnosi di emicrania può essere difficile e ritardata negli anni.

Quando si parla di emicrania con aura?

L’aura indica un sintomo o un insieme di sintomi prodromici alla comparsa della cefalea, della durata di diversi minuti (fino anche a un’ora), spesso essi stessi invalidanti.

La forma più frequente è un’aura visiva, che può consistere nella comparsa di scintillii, increspature, figure a zig zag o tipo greche, aree in cui il campo visivo scompare o si annerisce; di solito il disturbo comincia lateralmente e potrebbe poi allargarsi verso la parte centrale del campo visivo.

I disturbi prodromici dell’aura possono, però, interessare anche la sensibilità (es. sensazione di addormentamento o formicolii), il linguaggio (difficoltà a parlare), il movimento (debolezza o mancanza di coordinazione), l’equilibrio, l’attenzione o il pensiero (es. sensazione di stordimento, déjà vu, ecc.).

A volte possono esserci più tipi di disturbi contemporaneamente. Gli episodi di aura possono essere molto sporadici (talvolta unici) nella vita di un emicranico, come possono essere invece molto frequenti o quasi costanti in tutti gli attacchi emicranici.

L’aura genera solitamente molta apprensione in chi la sperimenta per la prima volta e costituisce un fenomeno invalidante, anche se quasi mai pericoloso. A volte è necessario escludere un disturbo epilettico (soprattutto nei casi di aura cosiddetta “complessa”) e la diagnosi differenziale con questo tipo di malattia non sempre è facile.

Certamente ogni persona che sperimenti un’aura dovrebbe essere valutata da uno specialista neurologo.

Come si curano l’emicrania e la cefalea?

Per prima cosa è importante ribadire che la cefalea in generale, e l’emicrania in particolare, va curata. Come detto sopra, non è normale avere una cefalea (per cui ogni evento cefalalgico andrebbe fatto valutare al proprio medico di medicina generale) e non è normale convivere con il dolore.

Oltretutto, contrariamente agli altri tipi di sensibilità, il dolore non va incontro a tolleranza (come ad esempio la sensazione tattile del tessuto dei vestiti sulla pelle, che dopo poco smettiamo di avvertire a livello cosciente) ma, al contrario, tende ad auto-accentuarsi. Per cui è probabile che una persona con attacchi di cefalea frequenti e non trattati vada gradualmente incontro a un ulteriore sensibilizzazione, che porterà ad avere cefalee di durata sempre maggiore, sempre più intense e che scatteranno sempre più facilmente, fino ad arrivare alla cefalea cronica.

D’altra parte, non bisogna neppure abusare dei farmaci analgesici, sia per il rischio intrinseco di effetti avversi collegati all’assunzione ripetuta di tali medicinali, sia per un rischio paradosso di cefalea secondaria dovuta proprio al loro utilizzo eccessivo. Inoltre, l’automedicazione della cefalea ritarda, spesso di molti anni, una corretta diagnosi e un corretto trattamento.

Una cefalea che si presenti in maniera sporadica può essere di solito trattata solo con farmaci al bisogno. Possono funzionare il paracetamolo o gli antinfiammatori non steroidei, che non sempre sono completamente efficaci. I farmaci più specifici per interrompere gli attacchi emicranici sono gli agonisti di alcuni recettori per la serotonina, i cosiddetti triptani in gergo, che agiscono causando modifiche nella reattività dei vasi ematici cerebrali e inibendo la sensibilità al dolore in alcune zone del cervello.

Perché siano efficaci, vanno assunti immediatamente all’insorgenza dell’attacco. Al contrario degli analgesici classici, funzionano soltanto contro il dolore emicranico. Per l’utilizzo di ogni farmaco d’attacco è sempre necessaria la prescrizione da parte di un medico, che deve verificarne la sicurezza di utilizzo nel singolo paziente e la frequenza di assunzione.

Le cefalee frequenti (indicativamente 4-5 attacchi al mese) o molto invalidanti (ad esempio perché molto intense, con aura frequente oppure in persone che non possono permettersi di avere un attacco di emicrania, come in alcuni tipi di lavoro) vanno invece prevenute.

I farmaci a disposizione sono molti e di categorie diverse e vengono scelti dallo specialista in base alle caratteristiche della cefalea e del paziente (es. età, peso, sesso, attività lavorative e stile di vita, eventuali patologie concomitanti). Negli ultimi anni si sono molto sviluppate anche la nutraceutica dedicata alla cefalea (con diversi integratori alimentari e diete dedicate efficaci), nonché metodiche non farmacologiche, come la stimolazione elettrica vagale, trigeminale o transcranica, fino a interventi di secondo livello, come l’infiltrazione con tossina botulinica o gli anticorpi anti-CGRP.

Non bisogna tralasciare l’aspetto comportamentale e dello stile di vita: un’alimentazione sana, uno stile di vita regolare, l’evitamento degli stress psicologici negativi, il trattamento di eventuale ansia o depressione concomitante sono condizioni necessarie per riuscire a prevenire al meglio gli attacchi di cefalea.

Ecco perché anche la psicoterapia può avere un ruolo importante nella prevenzione e nel controllo degli attacchi dolorosi (ci sono diversi studi in merito per quanto riguarda la psicoterapia ad indirizzo cognitivo-comportamentale).

Il panorama terapeutico è insomma molto vasto e complesso. Il messaggio finale per tutte le persone che soffrano di cefalea è di rivolgersi presto al proprio medico per una corretta diagnosi e una terapia efficace, per poter tornare ad avere il prima possibile una buona qualità di vita e una vita normale.

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