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Fibrillazione atriale: come scovarla in tempo

Ultimo aggiornamento – 14 aprile, 2020

Fibrillazione Atriale: Le Cause e le Cure
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Un batticuore irregolare, capogiri, sensazione di venir meno, ma anche affanno e dolore al petto, oppure totale assenza di disturbi: non è sempre uguale la modalità di presentazione della fibrillazione atriale, una comune alterazione del normale ritmo cardiaco che riguarda circa l’1-3% della popolazione in Europa.

Nel 2010, la prevalenza di questa aritmia a livello mondiale era stimata in oltre 33 milioni, maggiormente tra uomini di età avanzata e con comorbidità, come ipertensione arteriosa, cardiopatia valvolare o ischemica, scompenso cardiaco, obesità, diabete mellito, patologia tiroidea, insufficienza renale o malattie respiratorie croniche.

Si ritiene che un individuo su 4 di età superiore ai 40 anni sia a rischio di sviluppare fibrillazione atriale negli anni successivi. Questa aritmia può esordire in forma transitoria e isolata, di breve durata e autolimitantesi, oppure può manifestare tendenza a ricorrere, divenendo sempre più frequente o duratura, fino a cronicizzare, come più spesso si osserva nel paziente anziano.

Quali sono i sintomi della fibrillazione atriale?

La principale caratteristica della fibrillazione atriale è l’irregolarità del battito cardiaco. In tale contesto, nonostante il cuore possa continuare a svolgere la sua funzione di pompa, la mancanza di una contrazione coordinata negli atri favorisce a questo livello la formazione di coaguli, con il rischio che relativi frammenti (emboli) possano staccarsi ed essere trasportati a distanza con il circolo sanguigno, finendo per ostruire le arterie di calibro insufficiente al loro passaggio, con danno dei tessuti che non ricevono più ossigeno e nutrimento.

Se l’ostruzione riguarda i vasi sanguigni cerebrali, il quadro clinico di presentazione sarà quello dell’attacco ischemico transitorio (TIA) o dell’ictus, in base alla durata e alla gravità dei sintomi neurologici.

Anche la velocità del battito irregolare incide sulla tollerabilità dell’aritmia e sulle sue ulteriori, possibili complicanze, quali lo scompenso cardiaco e la morte improvvisa. Deterioramento cognitivo, scadimento della qualità della vita e frequenti ospedalizzazioni sono altre possibili caratteristiche di questa condizione.

Globalmente, si stima che il rischio di mortalità per tutte le cause in presenza di fibrillazione atriale raddoppi tra le donne e aumenti di 1,5 volte tra gli uomini.

Ma come fare a riconoscere la presenza di questa comune aritmia, soprattutto quando silente, e a prevenirne le temibili complicanze?

L’esecuzione di un elettrocardiogramma (ECG) è un metodo efficace, conveniente e non invasivo per documentare la presenza di anomalie del ritmo cardiaco, compresa la fibrillazione atriale.

Si è osservato che lo screening di popolazione consente di individuare un caso di fibrillazione atriale asintomatica ogni 70 ultrasessantacinquenni sottoposti a registrazione di ECG.

Questa valutazione, pertanto, è particolarmente opportuna per individui con caratteristiche a rischio per fibrillazione atriale, quali età >65 anni, ipertensione arteriosa, valvulopatia, scompenso cardiaco o pregresso ictus.

Un monitoraggio continuo del ritmo cardiaco per 24-72 ore (ECG secondo Holter) può rendersi necessario, qualora si sospetti una forma intermittente di aritmia, che potrebbe non essere intercettata dalla registrazione elettrocardiografica standard.

Indispensabile, poi, agire sulle cause della fibrillazione atriale: la prevenzione e la cura delle condizioni favorenti rappresentano la migliore difesa contro il rischio di questa aritmia.

A tal fine, le linee guida raccomandano un approccio medico multidisciplinare integrato, che individui le strategie terapeutiche più opportune, definendo la necessità di terapia anticoagulante in base al rischio stimato di ictus e se optare per un controllo della velocità del battito cardiaco oppure per il tentativo di ripristinare e preservare il normale ritmo sinusale, in base alle caratteristiche del paziente.

Quest’ultimo deve essere attivamente coinvolto nel processo di cura, correttamente istruito sulle opportune strategie preventive e sulle misure dimostrate più efficaci nel preservare una buona salute cardiovascolare nel lungo termine.


A cura del Prof. Claudio Ferri – Presidente della Società Italiana dell’Ipertensione Arteriosa – Professore Ordinario in Medicina Interna – Direttore UOC di Medicina Interna e Nefrologia – Ospedale San Salvatore di Coppito (AQ).

A cura della dr.ssa Rita del Pinto – Gruppo dei Giovani Ricercatori – Società Italiana dell’Ipertensione Arteriosa.

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