Un’infiammazione cronica di basso grado, presente senza sintomi evidenti, potrebbe accompagnarsi nel tempo a cambiamenti nella struttura del cuore e a un maggiore rischio cardiovascolare. È quanto emerge da un ampio studio condotto da ricercatori dell’Imperial College London, che ha analizzato i dati di 488.079 persone mettendo insieme informazioni sul cuore, marcatori infiammatori nel sangue, genetica, composizione corporea e numerosi aspetti dello stile di vita e dell’ambiente.
La ricerca, pubblicata sull’European Journal of Preventive Cardiology, ha individuato un legame tra livelli più elevati di infiammazione e caratteristiche cardiache meno favorevoli, tra cui camere cardiache più piccole, pareti più spesse e una minore quantità di sangue espulsa a ogni battito. Le persone con i valori infiammatori più alti presentavano inoltre una maggiore frequenza di eventi cardiovascolari come infarto e ictus. Lo studio, però, è osservazionale e non permette di concludere che l’infiammazione sia necessariamente la causa diretta di questi problemi.
Quasi 500 mila persone e 169 fattori ambientali analizzati
Per capire da dove potesse arrivare l’infiammazione cronica, i ricercatori hanno considerato una quantità molto ampia di informazioni. Oltre ai dati clinici sono state analizzate 169 esposizioni ambientali e sociali, un insieme che comprendeva condizioni economiche, fumo, attività fisica, dimensioni del nucleo familiare, solitudine, ansia, qualità del sonno, alimentazione, difficoltà finanziarie, divorzio ed esposizione all’inquinamento atmosferico.
L’obiettivo era osservare se questi elementi potessero essere collegati ai livelli infiammatori e, attraverso di essi, anche alla salute cardiovascolare. Il quadro emerso suggerisce che l’infiammazione cronica non sia legata soltanto ai fattori di rischio tradizionalmente considerati in cardiologia, come obesità, sedentarietà e fumo, ma possa riflettere anche condizioni psicologiche e sociali.
Questa forma di infiammazione cronica di basso grado può rimanere presente per lunghi periodi senza produrre sintomi facilmente riconoscibili. Il sistema immunitario resta in uno stato di attivazione moderata e persistente, diverso dalla risposta infiammatoria acuta che compare, per esempio, durante un’infezione.
Cosa cambia nel cuore quando l’infiammazione è più alta
Uno dei risultati principali riguarda proprio la struttura e il funzionamento cardiaco. I partecipanti con livelli infiammatori più elevati tendevano ad avere cavità cardiache più piccole e pareti del cuore più spesse. A questo si aggiungeva una riduzione della quantità di sangue pompata a ogni battito.
Secondo i ricercatori, modificazioni di questo tipo possono comparire prima dello sviluppo di condizioni cardiovascolari più evidenti e possono precedere, in alcuni casi, lo scompenso cardiaco.
Il punto importante è che una persona potrebbe non accorgersi immediatamente di questi cambiamenti. L’infiammazione di basso grado e le alterazioni strutturali del cuore possono svilupparsi gradualmente, senza provocare necessariamente sintomi specifici nelle prime fasi.
È proprio questa caratteristica ad aver portato gli autori a parlare di una possibile forma di infiammazione “nascosta”: non perché sia impossibile rilevarla, ma perché può procedere senza manifestazioni evidenti fino alla comparsa di problemi più seri.
Rischio di infarto e ictus superiore del 43%
Il secondo risultato riguarda gli eventi cardiovascolari. Dividendo i partecipanti in base ai livelli di infiammazione, i ricercatori hanno osservato che il 20% con i valori più elevati presentava un rischio di eventi cardiovascolari maggiori superiore del 43% rispetto al 20% con i livelli più bassi.
Durante il periodo di osservazione, circa il 15% delle persone nel gruppo con maggiore infiammazione ha sviluppato un evento cardiovascolare importante, come infarto o ictus, contro circa l’11% del gruppo con infiammazione più bassa.
Anche in questo caso il dato descrive una differenza tra gruppi e non permette di prevedere con precisione cosa accadrà a una singola persona. Un livello infiammatorio elevato non significa quindi che qualcuno avrà necessariamente un infarto o un ictus.
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Il risultato indica però che, all’interno della popolazione studiata, una maggiore infiammazione era associata in maniera consistente a un profilo cardiovascolare meno favorevole.
Stress, difficoltà economiche e salute mentale entrano nel quadro
La parte forse più interessante della ricerca riguarda il rapporto tra infiammazione e condizioni sociali o psicologiche.
I ricercatori hanno osservato livelli infiammatori più elevati in presenza di svantaggio socioeconomico e maggiore disagio psicologico, accanto ai fattori più conosciuti come fumo e inattività fisica.
Secondo Declan O’Regan, ricercatore cardiovascolare dell’Imperial College London coinvolto nello studio, il legame tra fattori sociali, salute mentale, infiammazione e cambiamenti cardiaci è risultato particolarmente evidente.
Questo non significa che avere problemi economici o attraversare un periodo di ansia provochi direttamente un danno cardiaco. L’ipotesi è più complessa: stress prolungato, condizioni ambientali e comportamenti associati potrebbero contribuire a mantenere attivo uno stato infiammatorio, che a sua volta risulta collegato a modificazioni del cuore e a un maggiore rischio cardiovascolare.
Lo studio non può però stabilire in modo definitivo la sequenza degli eventi.
Anche la genetica sembra modificare la vulnerabilità
Dall’analisi è emerso anche un forte contributo genetico, che potrebbe rendere alcune persone più resistenti e altre più sensibili alle conseguenze dell’infiammazione.
In pratica, due individui esposti a condizioni di vita simili potrebbero reagire in modo diverso a livello biologico. La predisposizione genetica potrebbe modificare la risposta infiammatoria e, di conseguenza, il modo in cui il cuore risente nel tempo degli stessi fattori ambientali o comportamentali.
I ricercatori hanno inoltre individuato alcune proteine infiammatorie che potrebbero contribuire a spiegare il collegamento tra infiammazione e alterazioni cardiache. Questi marcatori sono particolarmente interessanti perché, in futuro, potrebbero rappresentare possibili bersagli per nuovi trattamenti.
Al momento, tuttavia, si tratta ancora di una prospettiva di ricerca e non di una terapia già disponibile.
Possibili test del sangue per individuare chi è più a rischio
Uno degli sviluppi futuri potrebbe riguardare la combinazione tra marcatori infiammatori nel sangue e informazioni genetiche.
L’idea sarebbe quella di identificare con maggiore precisione le persone che presentano un profilo di rischio particolarmente elevato, anche quando non hanno ancora manifestato una malattia cardiovascolare.
Un sistema di questo tipo potrebbe consentire di indirizzare alcuni pazienti verso controlli o interventi preventivi più precoci.
Prima di arrivare a un’applicazione clinica, però, serviranno ulteriori studi. La ricerca attuale mostra associazioni tra infiammazione, fattori ambientali, struttura cardiaca ed eventi cardiovascolari, ma non dimostra che intervenire direttamente sui marcatori individuati riduca automaticamente il rischio di infarto o ictus.
Ridurre fumo e obesità resta uno degli interventi possibili
Alcuni dei fattori collegati all’infiammazione sono difficili da modificare a livello individuale. Povertà, condizioni lavorative, isolamento sociale e disuguaglianze nell’accesso alla salute richiedono interventi molto più ampi rispetto alla semplice modifica dello stile di vita.
Altri elementi, invece, possono essere almeno in parte affrontati.
I ricercatori richiamano soprattutto la possibilità di intervenire su fumo, obesità, alimentazione e attività fisica, tutti fattori già noti per il loro rapporto con la salute cardiovascolare e che possono influire anche sullo stato infiammatorio.
Il messaggio non è quindi quello di eliminare genericamente lo “stress” per evitare un infarto, né di considerare l’infiammazione come un’unica causa delle malattie cardiache. Il rischio cardiovascolare nasce dall’interazione tra moltissimi elementi, alcuni modificabili e altri no.
Il nuovo studio aggiunge però un tassello importante: l’infiammazione cronica di basso grado potrebbe essere uno dei meccanismi attraverso cui ambiente, salute mentale, condizioni socioeconomiche, genetica e stile di vita finiscono per riflettersi anche sulla salute del cuore.
Fonte:
European Journal of Preventive Cardiology - Gene–environment interactions shape cytokine-mediated inflammation and cardiovascular risk