La stagione dell’influenza segue solitamente un andamento abbastanza riconoscibile: nell’emisfero settentrionale tende a iniziare tra ottobre e novembre, raggiunge il picco nelle prime settimane dell’anno successivo, spesso intorno a febbraio, e poi diminuisce progressivamente verso la primavera.
Nel 2026, però, alcuni Paesi stanno mostrando segnali più precoci del previsto. Negli Stati Uniti e in Giappone, in particolare, gli epidemiologi stanno osservando una crescita dei casi già da diverse settimane.
È proprio questo andamento ad aver attirato l’attenzione della professoressa Caitlin Rivers, epidemiologa del Center for Health Security della Johns Hopkins University, che nella sua newsletter Force of Infection ha parlato di dati nei quali “c’è qualcosa che non quadra”. Il riferimento non è a una nuova variante particolarmente pericolosa, ma alla velocità e soprattutto alla tempistica dell’aumento dei contagi.
Negli Stati Uniti i primi segnali arrivano dalla costa del Pacifico
L’andamento più insolito è stato osservato in alcuni Stati americani affacciati sul Pacifico. In Alaska, i casi sarebbero in crescita da settimane e avrebbero già raggiunto livelli paragonabili a quelli osservati lo scorso dicembre. Alla fine di settembre, gli accessi al pronto soccorso legati all’influenza erano arrivati all’1,8%, un valore considerato elevato per il periodo.
Anche in California sono comparsi segnali anticipati. Nella Bay Area, alla fine di settembre, la positività all’influenza A risultava pari all’8,5%, secondo i dati citati dei Centers for Disease Control and Prevention.
Alle Hawaii il tasso aveva raggiunto il 6,3%, accompagnato da un aumento degli accessi al pronto soccorso, mentre nello Stato di Washington era stato registrato un tasso di positività dell’8,4%, superiore ai valori normalmente attesi in questa fase dell’anno.
Il dato che colpisce gli epidemiologi, quindi, non è soltanto il numero assoluto dei casi, ma il fatto che questi livelli siano comparsi prima dell’inizio tradizionale della stagione influenzale.
In Giappone la stagione è iniziata già ad agosto
Ancora più precoce è la situazione osservata in Giappone. La stagione influenzale sarebbe cominciata già nell’agosto 2026, rappresentando il secondo inizio più precoce dal 1999. All’inizio di ottobre, tutte le 47 prefetture giapponesi avevano raggiunto la soglia utilizzata per definire l’attività epidemica, e il Ministero della Salute aveva già dichiarato l’inizio della stagione a livello nazionale.
La situazione più marcata è stata registrata nella prefettura di Okinawa, dove il valore medio è arrivato a 42,50 pazienti, superando ampiamente la soglia di allerta fissata a 30. In alcune aree, l’aumento dei contagi ha portato anche alla chiusura temporanea di scuole, mentre il Ministero della Salute, del Lavoro e del Welfare ha diffuso indicazioni su igiene delle mani, comportamento nei luoghi pubblici e altre misure utili a limitare la trasmissione.
Anche in Inghilterra i valori sono superiori agli ultimi anni
Segnali di attività anticipata arrivano anche da un Paese geograficamente più vicino all’Italia. Secondo i dati della UK Health Security Agency, i livelli di influenza in Inghilterra restano ancora bassi, ma risultano comunque superiori a quelli osservati nello stesso periodo degli ultimi quattro anni.
La percentuale di positività è salita al 6,5%, rispetto al 5% registrato alla fine di settembre. Il quadro inglese è quindi meno marcato rispetto a quello giapponese o ad alcune zone degli Stati Uniti, ma contribuisce a rafforzare l’idea che la stagione 2026-2027 stia mostrando un’attività più precoce in più aree dell’emisfero nord.
Cosa possiamo aspettarci in Italia
In Italia la stagione influenzale non risulta ancora ufficialmente iniziata, quindi non è possibile sapere con certezza se seguirà lo stesso andamento osservato altrove. Il fatto che diversi Paesi stiano registrando una crescita anticipata suggerisce però che anche nel nostro Paese l’aumento dei casi potrebbe verificarsi prima rispetto alla tempistica tradizionale.
Una situazione simile si era già verificata nella stagione precedente, quando l’attività influenzale era comparsa in anticipo rispetto a quanto osservato in altri anni. Per il momento, quindi, si tratta soprattutto di un segnale da monitorare, non della prova che l’Italia andrà incontro a una stagione più grave.
H1N1 domina nettamente tra i virus identificati negli Usa
Un altro elemento osservato riguarda i sottotipi di influenza A che stanno circolando. Secondo i dati dei CDC statunitensi, il virus dominante nei tamponi ororinofaringei analizzati è attualmente H1N1, che rappresenta circa il 96% dei sottotipi identificati.
Il restante 4% è rappresentato da H3N2. La situazione è diversa rispetto alla stagione precedente, quando era stato soprattutto H3N2 a sostenere la diffusione dell’epidemia influenzale. Nel sottotipo H1N1 è stata inoltre individuata una mutazione chiamata G155E.
Secondo il virologo Jesse Bloom del Fred Hutchinson Cancer Center, alcuni primi esperimenti suggeriscono che questa modifica potrebbe rendere il virus meno facilmente riconoscibile dagli anticorpi.
Il dato, però, deriva ancora da analisi limitate e deve essere confermato con studi più approfonditi. Non è quindi possibile concludere che questa mutazione determinerà una stagione più grave o ridurrà in maniera significativa la protezione immunitaria.
Un inizio anticipato non significa un’influenza più aggressiva
È probabilmente il punto più importante per interpretare correttamente i dati. Che una stagione influenzale inizi prima non significa necessariamente che il virus sia più contagioso, più virulento o destinato a provocare più forme gravi.
Al momento, le informazioni disponibili indicano soprattutto un’anomalia nella tempistica. In alcuni Paesi il virus sta circolando con livelli più elevati rispetto a quelli normalmente osservati tra agosto e settembre, ma non sono emersi elementi che indichino una situazione particolarmente preoccupante.
Anche la mutazione osservata nel virus H1N1 deve essere valutata nel tempo, evitando di attribuirle effetti che gli studi non hanno ancora dimostrato.
Per le persone fragili la vaccinazione resta centrale
L’anticipo registrato in alcuni Paesi rende comunque importante il tema della vaccinazione antinfluenzale, soprattutto per le persone maggiormente esposte al rischio di complicanze. Gli esperti invitano in particolare i soggetti fragili e le persone con comorbilità a non rimandare eccessivamente la vaccinazione aspettando l’autunno inoltrato.
La ragione è semplice: se la circolazione del virus dovesse aumentare prima del previsto anche in Italia, arrivare già protetti nella fase di crescita dei contagi potrebbe diventare particolarmente importante. Il quadro della stagione 2026-2027 resta quindi ancora in evoluzione. Stati Uniti, Giappone e Inghilterra stanno mostrando segnali precoci, mentre per l’Italia bisognerà attendere i dati delle prossime settimane.
Per ora l’elemento da tenere d’occhio non è una maggiore pericolosità dell’influenza, ma la possibilità che il virus abbia semplicemente anticipato il calendario.
Fonte
CDC - FluView, settimana 38 del 2026