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Sviluppata l’insulina intelligente: si attiva da sola quando serve

Ultimo aggiornamento – 16 Marzo, 2015

Visto il costante aumento dell’incidenza del diabete in tutte le società sviluppate, o per meglio dire “opulente”, dove l’alimentazione quotidiana supera, in genere, il fabbisogno energetico dell’organismo, non potrà che far piacere ai malati di diabete di tipo 1, insulino-dipendenti, la notizia dello sviluppo di un nuovo tipo di insulina, detta “intelligente”, in grado cioè di attivarsi automaticamente al momento del bisogno.

Il diabete di tipo 1

Il diabete di tipo 1 colpisce prevalentemente la popolazione giovane ed è caratterizzato dalla distruzione delle cellule pancreatiche di Langerhans, di tipo B, quelle normalmente deputate alla produzione di insulina; non va confuso con il diabete di tipo 2, non insulino-dipendente, in genere legato all’età avanzata o all’obesità e curabile, quasi sempre, con l’attenzione alla dieta.

Il diabete di tipo 1, al contrario, è legato a diversi fattori di rischio, genetici, autoimmuni o ambientali ma, quali siano le cause, poco importa ai malati, costretti a un’attenzione quotidiana molto impegnativa e, comunque, non esente da rischi. La vita di queste persone non è infatti particolarmente agevole. L’insulina è fondamentale per regolare i livelli di glucosio in circolo. La mancanza, o il suo squilibrio, portano a condizioni di ipo o iperglicemia, situazioni entrambe gravemente patologiche.

I malati di diabete insulino dipendenti devono quindi monitorare, costantemente e con grande cura, il livello del glucosio per evitare crisi glicemiche legate alla mancanza o a un livello troppo elevato di zuccheri circolanti e iniettarsi insulina per compensare. Gli strumenti di monitoraggio della glicemia a uso casalingo, per quanto molto migliorati negli ultimi anni, non sono ancora del tutto affidabili il che comporta, nonostante l’attenzione, rischi di squilibri glicemici quotidiani con possibili crisi acute nell’immediato e conseguenze gravi nel lungo periodo.

Per ridurre questi rischi, gruppi di scienziati dell’MIT di Boston e dell’University dello Utah, stanno lavorando a una nuova forma di insulina intelligente, in grado di autoregolarsi e attivarsi solo al momento del bisogno e nelle dosi giuste.

La nuova insulina

La nuova insulina permetterebbe un notevole salto di qualità nella vita dei diabetici perché, iniettata una sola volta nell’arco della giornata, potrebbe garantire sicurezza e tranquillità, regolando in modo preciso e automatico la glicemia.

Per arrivare a questi risultati i ricercatori hanno dovuto, in primo luogo, studiare un meccanismo che ne rallentasse il legame con il glucosio, permettendo il mantenimento in circolo per un tempo prolungato. Per ottenere questo risultato è stato studiato un “interruttore” molecolare costituito da una catena di molecole di grassi alifatici che permette all’insulina di restare in circolo per periodi prolungati mentre, collegandola a una proteina del sangue, si è fatto in modo di impedirne il legame con il glucosio.

L’aggiunta di una particolare molecola, conosciuta come PBA, regola questo legame in modo che avvenga soltanto quando necessario e nelle giuste quantità.

Come spiegato dai responsabili della ricerca, su un articolo pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), gli scienziati del MIT hanno verificato la validità di questa soluzione sui topi, nei quali la capacità di regolazione si è rivelata efficace per almeno 10 ore: “se lo stesso effetto potesse essere “trasferito” sugli esseri umanii diabetici avrebbero quindi la possibilità di non monitorare costantemente il glucosio nel proprio sangue, con un miglioramento non indifferente della qualità della vita e una diminuzione, altrettanto significativa, dei rischi dovuti a errate misurazioni o somministrazioni.

Somministrare questo tipo di insulina una volta al giorno, anziché quella a lunga durata, potrebbe offrire ai pazienti un’alternativa migliore per ridurre gli sbalzi nei  livelli di glucosio nel sangue, che possono causare problemi di salute nel caso andassero avanti per anni o decenni“,  commenta il dr. Anderson Langer, uno degli autori dello studio, che comunque appare assai cauto circa i tempi di sperimentazione sull’uomo, prima dei quali saranno necessari nuovi e convincenti test di conferma.

 

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