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Vaccini, TBC e sanità: una chiacchierata con Fabio Scano dell’OMS

Ultimo aggiornamento – 14 aprile, 2020

Intervista a Fabio Scano, Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS)
Indice

Fabio Scano è oggi a Pechino per conto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, dove lavora ai programmi di sviluppo in materia sanitaria. Medico infettivologo, esperto di comunicazione e sanità 4.0.


Dall’Italia alla Cina, passando prima per la Spagna, poi per Svizzera e il Sud Africa. Fabio Scano è oggi a Pechino per conto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, dove lavora ai programmi di sviluppo in materia sanitaria. Medico infettivologo, esperto di comunicazione e sanità 4.0. Gli abbiamo rivolto alcune domande.

Un percorso all’insegna della ricerca scientifica: quanto ha inciso la formazione ricevuta in Italia?

Sì, è vero, il mio percorso di studi è stato all’insegna della ricerca in campo medico e scientifico. Ma non posso negare di essermi formato in modo atipico. Ho frequentato il Collegio del mondo unito di Duino e ho un baccalaureato internazionale. In un secondo momento, ho frequentato l’Università di Medicina a Padova, dove mi sono laureato in medicina.

Devo ammetterlo: il cambio è stato traumatico. Da una formazione critica, quella che caratterizza la scuola internazionale che ho frequentato, mi sono imbattuto in un percorso di studi dove regnava il nozionismo. Certo, le cose nel tempo sono cambiate in questi vent’anni. L’Università di ieri non è quella di oggi. Ora si hanno corsi in lingua, curricula aggiornati. Ma il mondo sta cambiando in modo così veloce che le proposte formative italiane non sembrano essere altrettanto reattive da riuscire a stare al passo con i tempi.

Non si può negare che, da un punto di vista nozionistico, l’università italiana dia una preparazione pressoché impeccabile, come è accaduto nel mio caso. Purtroppo, però, questa caratteristica non è così essenziale nell’ambiente lavorativo. E lo sviluppo dell’Italia intera ne risente.

Come rafforzare la ricerca nel nostro Paese, impedendo al contempo la cosiddetta “fuga di cervelli”?

Ben venga la fuga di cervelli! Ne sono un sostenitore da sempre. Questo è vero fino a quando vi è un bilancio positivo di capitale umano estero che viene a lavorare in Italia. Purtroppo, però, non è questo il nostro caso.

Vi è anche un vizio di forma: quando si parla di fuga di cervelli si tende a considerare esclusivamente l’ambiente accademico, tralasciando l’intero ecosistema. Le famiglie e i territori ne risentono, anche se troppo spesso ce ne dimentichiamo.

Ma, tornando a noi, la vera sfida sta nell’avere un bilancio positivo: se gli italiani emigrano, come è giusto che sia, dovremmo riuscire a rendere il nostro Paese attraente per papabili cervelli in arrivo. Non penso, però, sia questa la situazione del nostro Paese, dove il bilancio negativo di capitale umano qualificato è comprovato. Solo invertendo questa tendenza potrebbe essere possibile far avanzare il sistema Italia.

Durante la sua esperienza in Cina, ha gestito la delicata “questione vaccini”, lavorando per rafforzare il sistema pubblico in questo senso. Quali sono le strategie che si possono mettere in atto per diffondere una cultura – e, prima ancora, un’accessibilità – dei vaccini? Quali problematiche, quali resistenza?

Si tratta di un argomento che coinvolge tutto il mondo, seppur in modo diverso. In Cina, ad esempio, abbiamo anche dovuto gestire scandali di tipo criminale, pressoché impossibili nei paesi europei tutelati da rigidi sistemi di controllo. Un gruppo di persone, in particolare, si è appropriato di vaccini scaduti, facendoli ricircolare illegalmente, con un enorme impatto sulla popolazione.

A parte questo specifico episodio, che è avvenuto in un sistema sanitario non solido, il problema dei vaccini riguarda in modo trasversale tutti i paesi. Dappertutto, infatti, vi è una paura atavica dei genitori per proteggere i figli, che va a sommarsi a una sostanziale sfiducia nei confronti delle Istituzioni: due fattori che spesso si scontrano in modo ineluttabile con la Scienza.

Non dobbiamo però dimenticare che i maggiori successi nel campo della salute pubblica arrivano proprio dalle vaccinazioni, che hanno innalzato l’aspettativa di vita, soprattutto nei bambini, ovvero nel capitale umano che assicura un futuro al paese. Si tende a dimenticare questo fatto. Non dobbiamo andare troppo indietro nel tempo per rendercene conto: è molto probabile, ad esempio, che qualcuno di noi abbia amici o parenti in sedia a rotelle, a causa della poliomielite, o morti per il morbillo.

Questo accade perché la narrazione scientifica e le emozioni dei genitori lavorano su registri completamente diversi. Sebbene la scienza sia a servizio della popolazione, gli scontri sono all’ordine del giorno.

Dunque, per risolvere questo problema, ci si deve poggiare sulla comunicazione, che deve avere come caposaldo la trasparenza. Tutti hanno diritto di conoscere la verità: questa, però, deve essere veicolata tramite i canali più giusti. Il comunicatore deve essere un mediatore, e questo ruolo spetta alle istituzioni, che non possono e non devono sottrarsi da questo compito.

Sì, è vero. Le paure per difendere i nostri figli sono sacrosante ma, di certo, non possiamo metterle sullo stesso piano di quello che la scienza ci dice. Insomma, trasparenza e comunicazione devono essere i pilastri quando si parla di vaccini.

Salute e social media: il 4.0 può innescare cambiamenti comportamentali in termine di prevenzione, cura e stili di vita? Se sì, come?

Il cambiamento è stato già innescato dai social media. Purtroppo, c’è una limitata percezione del loro potere fattivo. Gli avanzamenti tecnologici e digitali hanno già cambiato la vita delle persone. Ora l’utente, paziente o sano, ha una capacità di accedere alle informazioni che, solo dieci anni fa, era inimmaginabile. Prima la possibilità di informarsi avveniva esclusivamente tramite il medico di famiglia o dai programmi di divulgazione scientifica promossi dalla Rai.

Siamo in un mondo completamente diverso. Mi viene molto facile, a questo punto, riallacciarmi ai programmi delle università di medicina: quanto bisogna aspettare perché riflettano i cambiamenti dell’industria 4.0, dove le macchine sono in grado di rimpiazzare le capacità cognitive del medico? Ma non solo. Gli studenti, con l’attuale formazione, saranno in grado di adattarsi all’empowerment dei pazienti con una capacita’ di discernere cosafare e non fare in materia di salute? Questo avviene tramite le applicazioni.

Già oggi, in Italia, un cittadino può ricevere il cibo direttamente a casa, scegliendolo e ordinandolo tramite il proprio smartphone. Il prossimo livello potrebbe essere che, sempre tramite applicazioni, si potrà calcolare il contenuto di sale e di zucchero nei piatti ordinati. Insomma, il cittadino ha – e avrà in misura sempre maggiore – la capacità di discernere ciò che vuole da quello che non vuole per avere uno stile di vita più salutare.

Ovviamente, se questo è il panorama, il tema della governance è davvero impattante. Qui, entrano in gioco le istituzioni. Ci si deve chiedere come poter controllare, ad esempio, il numero e l’attendibilità delle numerose applicazioni presenti nel mondo digitale. Si pensi che in Cina, solo per il diabete, vi sono almeno 500 app, dove il confine tra qualità e non qualità non è così riconoscibile per un cittadino comune.

L’Italia, così come gli altri paesi europei, che ruolo ha a livello mondiale per sradicare la tubercolosi, davanti all’evidenza che più della metà dei malati vive in 5 Paesi: India, Indonesia, Cina, Filippine e Pakistan? Come fare networking? In particolare, quali sfide affronta nella lotta alla tubercolosi in Cina?

Sarò molto chiaro. La tubercolosi rappresenta il fallimento dell’intera comunità internazionale. Si tratta di una patologia vecchia 70 mila anni, esiste da quanto esiste l’umanità. Ancora oggi, però, il processo di guarigione tramite farmaci varia dai 6 mesi ai 2 anni, in base alla gravità.

Si tratta di un fallimento, perché non ha seguito lo stesso iter di vaiolo e poliomielite. Le strade da percorrere, a questo punto, sono due. O consideriamo che la natura avrà sempre il sopravvento oppure ogni paese dovrà impegnarsi nel dare una risposta globale e sistemica, in primis per tutelare il proprio interesse nazionale. Ricordiamoci, infatti, che le malattie infettive, come appunto la TBC, non conoscono confini e barriere. Bisogna fare sistema, perché le vittorie dell’umanità si misurano a livello globale.

La sanità mondiale del 2030: quali prospettive?

Partiamo dal presupposto che, nel 2018, il 50% della popolazione mondiale non ha accesso ai servizi sanitari di base. 100 milioni di persone sono spinte in povertà, a causa di ripercussioni finanziarie. Insomma, bisogna fare una fondamentale distinzione tra Paesi in via di sviluppo e comunità come l’Europa, dove l’accesso alla sanità è universale.

Da un punto di vista istituzionale, gli Stati occidentali dovrebbero focalizzarsi su due aspetti. In primis, dovrebbero lavorare su una maggiore efficienza, per aumentare i risparmi, facendo naturalmente sistema. D’altra parte, è necessario abbattere il costo proibitivo di alcuni farmaci salvavita, si pensi agli antitumorali o alle terapie per la cura dell’epatite C.

Penso che la sanità del 2030 dovrà altresi essere incentrata sulla responsabilità del cittadino. In Italia si è fortunati, i servizi sanitari sono pagati dal cittadino tramite il sistema di tassazione, ma l’accesso è libero è pressoché gratuito. Ovviamente, però, ha dei costi, anche molto alti: questa risorsa, così importante, non deve mai essere data per scontata dai cittadini. Qui entra in gioco la loro responsabilità, oltre che quella delle istituzioni nel garantire efficienza.

Non solo. La sanità del 2030 dovrà focalizzarsi sulla prevenzione della malattie croniche. Anche sotto questo aspetto, avranno un ruolo determinante sì le Istituzioni ma anche i singoli cittadini. Il saper prevenire determinate patologie, come il diabete, è tanto una responsabilita’ istituzionale quanto individuale.

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