L’odore dell’ombelico può rivelare segnali di malattia?

Salvatore Privitera | Divulgatore scientifico
A cura di Salvatore Privitera
Divulgatore scientifico
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Data articolo – 25 Settembre, 2026

ombelico di donna

L’odore del corpo non dipende soltanto da sudore, igiene personale o alimentazione. La pelle, il sebo, la saliva, il respiro e altri fluidi rilasciano continuamente nell’ambiente composti organici volatili, piccole molecole che evaporano facilmente e che possono cambiare in funzione del metabolismo, delle abitudini quotidiane e, in alcuni casi, anche dello stato di salute. 

È proprio partendo da questa idea che un gruppo di ricercatori ha provato a capire se alcune zone poco esposte a profumi, saponi e contaminazioni esterne possano diventare una fonte di informazioni biologiche.

In uno studio pubblicato su Scientific Reports, gli scienziati hanno analizzato campioni prelevati da naso, padiglione auricolare e ombelico di 24 persone, divise in quattro gruppi: sei con malattia di Parkinson, sei con lieve deficit cognitivo, sei con COVID-19 e sei controlli sani. L’obiettivo non era diagnosticare queste condizioni, ma verificare se il particolare insieme di molecole volatili raccolte dalla pelle potesse generare firme chimiche differenti tra un gruppo e l’altro.

Perché proprio ombelico, naso e orecchio

L’ombelico può accumulare sebo, cellule morte, sudore e microrganismi, creando un ambiente in cui vengono prodotti diversi composti volatili. Anche la parte anteriore del naso e la conca dell’orecchio offrono un vantaggio simile: sono aree facilmente accessibili e, rispetto ad altre parti del corpo, tendono a essere meno esposte direttamente a profumi, deodoranti e altri prodotti cosmetici.

Per questo i ricercatori hanno scelto proprio queste tre sedi per raccogliere i campioni. Ogni partecipante è stato sottoposto a un tampone di circa 10 secondi nelle tre aree. I campioni sono stati poi sigillati, congelati e successivamente analizzati in laboratorio.

Il concetto alla base dell’esperimento è relativamente semplice: il corpo umano rilascia continuamente molecole nell’aria e il loro insieme forma una sorta di profilo chimico personale, influenzato da metabolismo, alimentazione, farmaci e altre caratteristiche fisiologiche. Anche alcune malattie potrebbero modificare questo profilo.

Parkinson e odore corporeo, una relazione già studiata

Il legame tra Parkinson e odore corporeo non nasce con questo studio.

Uno dei casi più noti è quello di Joy Milne, una donna capace di riconoscere un particolare odore muschiato nel marito anni prima che gli venisse diagnosticata la malattia di Parkinson. La sua capacità ha contribuito a stimolare nuove ricerche sui composti volatili prodotti dall’organismo e sulla possibilità di utilizzarli come biomarcatori.

Da qui nasce una domanda più ampia: se alcune malattie modificano davvero le molecole rilasciate dal corpo, è possibile costruire strumenti capaci di riconoscere queste differenze in maniera oggettiva?

Per provare a rispondere, il gruppo di ricerca ha utilizzato una tecnica chiamata spettroscopia fotoacustica laser, un sistema che consente di analizzare come le diverse molecole assorbono la luce infrarossa.

I tamponi sono stati collocati in uno speciale supporto e attraversati da aria sintetica altamente purificata. In questo modo i composti volatili presenti sul campione passavano nell’aria e potevano essere analizzati dallo strumento.

Come il laser costruisce una “firma” chimica dell’odore

Quando un composto organico volatile assorbe la luce infrarossa del laser, l’energia provoca un leggero riscaldamento del gas circostante. Il gas si espande e genera minuscole onde di pressione, cioè segnali acustici rilevabili da sensori molto sensibili.

Molecole differenti assorbono la luce in maniera diversa a seconda della lunghezza d’onda. Analizzando una vasta gamma di frequenze, i ricercatori possono quindi ottenere una sorta di impronta spettrale della miscela di composti presenti sul tampone.

Successivamente gli studiosi hanno utilizzato una tecnica statistica chiamata analisi delle componenti principali, cercando di capire se i profili dei partecipanti con la stessa condizione tendessero a raggrupparsi. I risultati hanno mostrato alcune separazioni tra i gruppi, soprattutto nei campioni provenienti dal naso e dall’ombelico.

Nell’ombelico emergevano differenze tra i quattro gruppi

I campioni raccolti dall’ombelico hanno mostrato pattern differenti a livello di gruppo. La separazione più evidente riguardava i partecipanti sani e quelli con lieve deficit cognitivo, mentre le firme chimiche associate al Parkinson e al COVID-19 si collocavano in posizioni intermedie, con una certa sovrapposizione.

Questo significa che l’analisi non è in grado, almeno per ora, di classificare con precisione ogni singola persona. Il dato suggerisce semplicemente che alcune condizioni possono essere associate a combinazioni differenti di composti volatili.

Gli studiosi hanno effettuato anche una piccola verifica aggiuntiva sul Parkinson. Due settimane dopo la prima raccolta, sono stati analizzati i campioni nasali di tre nuove persone con la malattia. Quando i loro profili sono stati inseriti nell’analisi, tendevano a raggrupparsi insieme ai partecipanti con Parkinson già studiati. Il risultato è interessante perché suggerisce che il pattern non dipendesse soltanto dai primi campioni raccolti. Ma con appena tre persone aggiuntive è ancora impossibile parlare di conferma.

In futuro potrebbero bastare cinque lunghezze d’onda

L’apparato impiegato nello studio iniziale analizzava una gamma molto ampia di lunghezze d’onda infrarosse. I ricercatori hanno però osservato che gran parte dell’informazione utile alla separazione dei gruppi era concentrata in poche aree dello spettro. In particolare, cinque singole lunghezze d’onda riuscivano a distinguere i gruppi quasi quanto la porzione più informativa dell’intera analisi.

È un dato importante soprattutto dal punto di vista tecnologico. Se risultati simili venissero confermati in studi più grandi, sarebbe teoricamente possibile progettare strumenti più semplici, compatti e meno costosi rispetto all’apparecchiatura utilizzata nell’esperimento iniziale.

La prospettiva è quella di sviluppare metodi non invasivi capaci di analizzare rapidamente alcuni composti prodotti dal corpo. Ma prima di immaginare un impiego clinico resta ancora molta strada da fare.

Il limite principale: soltanto 24 partecipanti

Il problema più evidente dello studio è la dimensione del campione. I partecipanti erano appena 24, sei per ciascun gruppo. Un numero sufficiente per verificare se l’idea meriti ulteriori approfondimenti, ma troppo piccolo per stabilire quanto il metodo sia realmente accurato.

Anche l’età rappresenta un possibile fattore di confusione. I ricercatori hanno osservato che le firme spettrali variavano anche in funzione dell’età e, nel piccolo gruppo analizzato, età e diagnosi erano troppo strettamente correlate per distinguere con sicurezza i rispettivi effetti.

In altre parole, non è ancora possibile sapere quanto delle differenze osservate dipendesse davvero da Parkinson, lieve deficit cognitivo o COVID-19 e quanto invece fosse collegato semplicemente all’invecchiamento.

Serviranno quindi studi più ampi, con gruppi di partecipanti comparabili per età, per capire se i pattern legati alle diverse patologie rimangano riconoscibili anche eliminando questo possibile fattore confondente.

Sapone, profumi e igiene potrebbero cambiare i risultati

C’è poi un altro problema: l’esperimento è stato condotto in condizioni di laboratorio molto controllate.

Nella vita quotidiana il profilo chimico della pelle può essere influenzato da saponi, profumi, creme, abitudini igieniche e sostanze presenti nell’ambiente. Tutti questi elementi potrebbero modificare la quantità e il tipo di composti volatili raccolti attraverso un tampone.

Per questo sarà necessaria anche una validazione in condizioni reali, con partecipanti molto più numerosi e protocolli capaci di tenere conto delle differenze nelle abitudini personali. Non è quindi possibile, sulla base di questa ricerca, interpretare l’odore dell’ombelico o di altre parti del corpo come un segnale diagnostico.

Per ora nessun test per Parkinson o declino cognitivo

Il risultato più interessante dello studio è soprattutto tecnologico: dimostra che i composti volatili raccolti in punti semplici da raggiungere possono contenere informazioni sufficienti a produrre pattern diversi tra gruppi di persone.

È una base di partenza per sviluppare sistemi diagnostici non invasivi, ma non un test già utilizzabile. Lo studio non dimostra che il semplice odore dell’ombelico permetta di capire se una persona abbia il Parkinson, un lieve deficit cognitivo o il COVID-19. Non stabilisce nemmeno quali singole molecole siano responsabili delle differenze osservate.

Per arrivare a un’applicazione medica serviranno campioni molto più grandi, confronti tra persone della stessa età, identificazione precisa dei composti coinvolti e verifiche in situazioni quotidiane.

Per ora, quindi, l’ombelico rimane soprattutto una curiosa fonte di informazioni chimiche. La possibilità che quelle informazioni possano un giorno contribuire alla diagnosi precoce di alcune malattie è reale abbastanza da meritare ulteriori studi, ma ancora troppo preliminare per avere un significato clinico.

Fonte

Scientific Reports - Detection of disease-associated VOC signatures with laser-based photoacoustic spectroscopy (LPAS)

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