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Prevenire la setticemia? C’è una nuova terapia

Ultimo aggiornamento – 26 aprile, 2018

Come prevenire la setticemia: c'è una nuova terapia
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Non è solo negli episodi delle nostre serie tv preferite ambientate negli ospedali americani, che i pazienti presentano un quadro di sepsi, difficile sia da diagnosticare sia da curare: si tratta infatti di una condizione di estrema gravità che mette a repentaglio la vita del paziente, anche nella realtà. La medicina, però, fa ogni giorno passi da gigante.

Secondo una nuova ricerca condotta dai ricercatori dell’Università di Leicester nel Regno Unito, infatti, è possibile prevenire la setticemia nei pazienti con polmonite, attraverso una specifica terapia antimicrobica che andrebbe a bloccare la sintesi di cellule del sistema immunitario, all’interno delle quali il batterio prolifera nei primi stadi infettivi. Cerchiamo di capirne di più.

Sepsi e setticemia: di cosa si tratta

Come sappiamo, la setticemia, nota anche come batteriemia, è una grave infezione che coinvolge il sangue, che si verifica quando un’infezione batterica localizzata in altre parti del corpo, come polmoni o cute, fa il suo ingresso nel flusso sanguigno. La pericolosità di questa condizione vien da sé: attraverso il sangue, infatti, batteri e tossine possono essere trasportati in tutto il corpo.

Insomma, la setticemia può essere davvero fatale e, se non trattata in modo adeguato, può progredire fino alla sepsi. Proprio così: setticemia e sepsi non sono propriamente sinonimi. Per setticemia, infatti, intendiamo il passaggio dell’infezione dal sito di proliferazione al sangue. La sepsi, invece, è una grave complicanza della setticemia e si verifica quando l’infezione si estende a tutti gli organi.

Ma è possibile prevenire la setticemia, dunque la sepsi? Forse sì o, perlomeno, se i risultati di questo studio dovessero essere confermati, la probabilità di essere affetti da questa infezione potrebbe davvero diminuire.

Come prevenire la setticemia? Con una nuova terapia antimicrobica

Teoricamente, una terapia antimicrobica dovrebbe uccidere o inibire la crescita dei batteri responsabili dell’infezione. In tal caso, come emerso da questo studio, il trattamento dovrebbe essere diretto verso specifiche cellule del sistema immunitario e, dunque, potrebbe prevenire la sepsi, una patologia potenzialmente letale nei soggetti affetti da polmonite.

La ricerca, pubblicata su Nature Microbiology, identifica come il batterio che scatena la polmonite si replica all’interno del nostro sistema immunitario durante le fasi iniziali dell’infezione. Un team di ricercatori, guidato dal dr. Marco Oggioni del Dipartimento di genetica e biologia del genoma dell’Università di Leicester, ha scoperto che poco dopo l’infezione iniziale, il batterio Streptococcus pneumoniae – meglio conosciuto come pneumococco – si replica all’interno di un certo sottogruppo di cellule immunitarie nel nostro corpo,  prima di causare malattie invasive e spesso fatali.

Questa replicazione intracellulare protegge il batterio dall’attacco delle cellule immunitarie, così come dall’attività degli antibiotici più comunemente utilizzati. La ricerca mostra che la terapia antimicrobica, specificamente mirata ad inibire questa fase iniziale della replicazione intracellulare, può prevenire la setticemia da pneumococco, comune – come abbiamo visto – in molti pazienti affetti da polmonite.

Ricordiamo, infatti, che la polmonite rappresenta (purtroppo) una delle principali cause di mortalità per malattie infettive, ed è molto diffusa in alcuni gruppi di persone a rischio, come i giovanissimi o gli anziani. «Comprendere le infezioni è importante per determinare il modo migliore di trattarle – ha commentato il professor Marco Oggioni – Il nostro lavoro dimostra che possiamo trattare le infezioni potenzialmente mortali in modo più efficace, usando antibiotici già disponibili».

Come sostengono i ricercatori, scoprendo il meccanismo d’azione dei batteri che avviano la malattia è possibile inviare un forte messaggio alla comunità medica, per stimolare la revisione delle terapie attualmente utilizzate. Si arriverà a prevenire la setticemia, con una riduzione della mortalità?

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