Pertosse, perché nei primi mesi di vita può diventare pericolosa più di quanto si pensi

Emanuela Spotorno |  Autrice e divulgatrice esperta in salute, benessere femminile e medicina preventiva
A cura di Emanuela Spotorno
Autrice e divulgatrice esperta in salute, benessere femminile e medicina preventiva

Data articolo – 08 Gennaio, 2026

bimbo tossisce in braccio alla mamma

Nonostante i progressi della medicina e l’ampia diffusione delle campagne vaccinali, la pertosse continua a circolare anche nei Paesi con sistemi sanitari avanzati e a rappresentare una minaccia concreta per i neonati. 

Si tratta di un rischio spesso sottovalutato, perché la malattia può manifestarsi con sintomi iniziali lievi negli adulti, ma avere conseguenze gravi nei bambini nei primi mesi di vita

I dati scientifici e le indicazioni delle società pediatriche convergono su una strategia chiave per ridurre le complicanze: garantire una protezione precoce, che non inizia alla nascita, ma già durante la gravidanza.

Una malattia antica, un rischio ancora attuale

La pertosse, nota anche come tosse convulsa o tosse canina, è un’infezione respiratoria altamente contagiosa causata principalmente dal batterio Bordetella pertussis

Sebbene possa colpire persone di tutte le età, la malattia risulta particolarmente pericolosa nei bambini sotto i 5 anni e soprattutto nei lattanti con meno di 6 mesi, nei quali può evolvere in forme gravi e potenzialmente letali.

A rendere la pertosse ancora oggi un problema di sanità pubblica contribuisce un aspetto spesso poco conosciuto: l’immunità, sia dopo la malattia naturale sia dopo la vaccinazione, non è permanente e tende a ridursi nel tempo. 

Questo significa che anche adolescenti e adulti possono infettarsi e trasmettere il batterio, spesso senza rendersene conto.

Perché i neonati sono i più vulnerabili

Il primo trimestre di vita rappresenta la fase più critica, in questo periodo il neonato non ha ancora completato il ciclo vaccinale e quindi non dispone di una protezione diretta efficace. La prima dose del vaccino contro la pertosse viene somministrata tra il 2° e il 3° mese, ma per una copertura adeguata sono necessari i richiami successivi.

Il rischio maggiore deriva dall’ambiente familiare: genitori, fratelli o nonni possono trasmettere l’infezione con una tosse persistente scambiata per un semplice raffreddore. 

Nei lattanti, anche un’infezione inizialmente lieve può rapidamente trasformarsi in un quadro clinico severo.

Vaccinazione in gravidanza

Le evidenze scientifiche indicano nella vaccinazione materna uno degli strumenti più efficaci per proteggere i neonati. 

Durante la gravidanza, in genere nel terzo trimestre, la somministrazione del vaccino consente alla madre di produrre anticorpi che attraversano la placenta e vengono trasferiti al feto.

In questo modo il neonato beneficia di una protezione passiva nelle prime settimane di vita, proprio quando il rischio di complicanze è più elevato e prima che il vaccino possa essere somministrato direttamente. 

Questa strategia si affianca, e non sostituisce, al calendario vaccinale infantile.

Come si trasmette e come riconoscerla

La pertosse si diffonde attraverso le goccioline respiratorie emesse parlando, tossendo o starnutendo. Il periodo di incubazione è generalmente compreso tra 7 e 10 giorni.

La fase iniziale è subdola: naso che cola, lieve febbre, occhi arrossati e tosse modesta, simili a quelli di una comune infezione virale. Dopo 1–2 settimane, la tosse tende però a diventare sempre più intensa.

Nei bambini piccoli e nei neonati possono comparire segni preoccupanti come apnea, colorito bluastro della pelle (cianosi) e difficoltà respiratoria, che richiedono un intervento medico immediato.

La fase più grave è caratterizzata da accessi di tosse parossistica, violenti e ripetuti, spesso seguiti dal tipico “urlo inspiratorio” e da vomito. Nei neonati molto piccoli questo segnale può mancare, lasciando spazio a episodi di soffocamento e arresti temporanei della respirazione.

Nei casi più seri, la pertosse può portare a ospedalizzazione, necessità di terapia intensiva e, sebbene rara, anche al decesso. La convalescenza è lenta e può durare diverse settimane, con un progressivo miglioramento solo nella fase finale.


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Una prevenzione che coinvolge tutta la famiglia

La riduzione dei casi più gravi passa attraverso una combinazione di strategie: vaccinazione dei bambini secondo il calendario previsto, immunizzazione in gravidanza e attenzione alla protezione degli adulti che vivono a stretto contatto con i neonati. 

Un approccio integrato che resta, ancora oggi, la strategia più efficace per ridurre il rischio di forme gravi e proteggere i bambini più piccoli da una malattia tutt’altro che scomparsa.

Fonti

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