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Ritardare l’arrivo del diabete? Ci sono (buone) notizie

Redazione

Ultimo aggiornamento – 10 Giugno, 2019

Ritardare l’arrivo del diabete? Ci sono (buone) notizie

Solo il 10% di tutti i diabetici soffre di diabete di tipo 1. Bambini e adolescenti, soprattutto. Il motivo? Un difetto del sistema immunitario: gli anticorpi prodotti dall’organismo attaccano e distruggono le cellule Beta del pancreas, deputate alla produzione di insulina.

Il risultato è un azzeramento dell’insulina stessa, dunque un mancato regolamento della presenza del glucosio nel sangue.

Poche sono le alterative terapeutiche, se non l’insulina a vita. C’è un modo per ritardare l’insorgere di questa patologia? Secondo i risultati di un recente studio sì. Ecco perché.

Ritardare l’insorgere del diabete: teplizumab funziona

Prevenire no, non è possibile. Ma per ritardare l’insorgere della malattia vi sono delle buone speranza. Uno studio presentato al Congresso Americano del Diabete (ADA) ha mostrato l’efficacia di un farmaco già utilizzato per il trattamento di alcune malattie autoimmuni: teplizumab. Secondo quanto emerso, infatti, riuscirebbe a ritardare l’arrivo della patologia di due o più anni, in quei soggetti considerati ad alto rischio, come i fratelli o i figli di persone già affette da diabete di tipo 1.

Per condurre la ricerca, già pubblicato sul New England Journal of Medicine, sono state reclutate 76 persone, con età compresa tra gli 8 e i 49 anni: tutti individui considerati ad altissimo rischio, ma non ancora diabetici. I partecipanti sono stati così suddivisi in due gruppi: al primo è stato somministrato il farmaco, al secondo una semplice dose di placebo. Tutti sono stati monitorati con estrema regolarità da un punto di vista glicemico.

Ottimi i risultati, alta la soddisfazione dei ricercatori. Durante lo studio, solo il 43% dei pazienti trattati con teplizumab ha sviluppato il diabete, contro il 72% di coloro che avevano assunto placebo. Soprattutto, sono stati i tempi a essere sensibilmente diversi: la linea mediana è stata di più di 24 mesi per il gruppo placebo e oltre 48 per il gruppo farmaco. Insomma, più tempo guadagnato e meno casi tra chi aveva preso il farmaco.

È la prima volta che c’è una evidenza che il diabete di tipo 1 può essere ritardato con interventi precoci – ha commentato la dr.ssa Lisa Spain, promotrice dello studio – Si tratta di risultati importanti, in modo particolare per i giovani con parenti già malati, che potranno trarre beneficio da un intervento precoce“.

Buone notizie: si attendono le conferme definitive

Non è la prima volta che si tenta l’utilizzo del teplizumab, è importante sottolinearlo. In passato, infatti, questo farmaco era già stato utilizzato in individui con una diagnosi recente di diabete di tipo 1 con risultati incoraggianti anche in questo caso: era stata dimostrata la sua capacità di rallentare la perdita di cellule Beta del pancreas.

Per la prima volta, però, lo studio ha dimostrato l’efficacia dell’utilizzo del teplizumab in persone che ancora non avevano sviluppato la malattia.

Insomma, se è presto per cantare vittoria, questo risultato – hanno spiegato gli autori – Dimostra che i decenni di ricerca nello studio del diabete di tipo 1 può portare a trattamenti promettenti. Adesso aspettiamo il passo successivo”.

Certo, ritardare la comparsa del diabete di tipo 1 non significa prevenire. Ma non possiamo negare si tratti di una buona notizia per tutti quei pazienti obbligati all’insulina a vita.

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