Superbatteri e animali domestici: il rischio da sapere

Dr. Marcello Agosta Medico Chirurgo
Redatto scientificamente da Dr. Marcello Agosta, Chirurgo Generale, Medico Generale |
A cura di Salvatore Privitera
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Data articolo – 01 Agosto, 2026

Un cane dal veterinario

Quando si parla di superbatteri, il pensiero va quasi sempre agli ospedali, alle terapie intensive e alle infezioni difficili da trattare. Tra i microrganismi più sorvegliati c’è Acinetobacter baumannii, un batterio capace di sopravvivere in ambienti sanitari e, in alcune forme, di resistere anche ad antibiotici usati come ultima risorsa.

Il nuovo studio pubblicato su Applied and Environmental Microbiology porta però l’attenzione fuori dalle corsie. I ricercatori hanno analizzato la presenza di A. baumannii negli animali e hanno trovato un segnale particolare: i ceppi isolati da animali da compagnia, come cani, gatti e cavalli, risultano in alcuni casi molto più vicini geneticamente a quelli osservati negli esseri umani rispetto ai ceppi individuati in bestiame, pollame o fauna selvatica.

Questo non significa che il cane o il gatto di casa siano una minaccia. Lo studio non dimostra che un animale abbia trasmesso il batterio a una persona, né il contrario. Indica però che potrebbe esistere una circolazione più stretta tra uomini e animali che vivono a contatto ravvicinato.

Da dove è partita la ricerca

Il lavoro ha preso spunto da un episodio avvenuto nel 2022, quando un gruppo di embrioni di pollo e anatra morti prima della schiusa è arrivato in un laboratorio veterinario in Cina per essere analizzato. Nel tessuto cerebrale degli embrioni, i ricercatori hanno individuato Acinetobacter baumannii.

Il dato poteva far pensare subito al ruolo del pollame o degli allevamenti nella circolazione del batterio. Ma l’analisi genetica ha mostrato una situazione più sfumata: i ceppi trovati nel pollame non erano particolarmente resistenti agli antibiotici.


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La parte più interessante è emersa quando i ricercatori hanno confrontato quei dati con campioni provenienti da altri animali e da pazienti umani. A quel punto l’attenzione si è spostata soprattutto sugli animali da compagnia.

L’analisi su 509 campioni animali

Per ricostruire il quadro, gli studiosi hanno messo insieme i dati genetici di 509 campioni di A. baumannii isolati da animali in 17 Paesi e appartenenti a 33 specie diverse. Nel database erano inclusi animali molto diversi tra loro: pollame, fauna selvatica, animali da allevamento, ma anche cani, gatti, cavalli e altri animali seguiti in contesti veterinari.

Questi dati sono stati confrontati con migliaia di campioni clinici umani provenienti dalle stesse aree geografiche. Il risultato ha permesso di dividere gli isolati animali in due grandi gruppi.

Il primo, con maggiore presenza di geni di resistenza agli antibiotici, era dominato da cavalli, gatti e cani. Il secondo, con minore resistenza antimicrobica, era più rappresentato da bestiame, pollame e animali selvatici.

È proprio questa differenza a rendere lo studio rilevante: la vicinanza quotidiana con gli animali da compagnia potrebbe creare più occasioni di scambio microbico rispetto a quelle osservate con altri animali.

Il ruolo dei ceppi internazionali

I ricercatori hanno usato un sistema di classificazione che raggruppa i ceppi di A. baumannii in linee genetiche note come cloni internazionali. Sono famiglie batteriche già coinvolte in focolai ospedalieri in diverse parti del mondo.

Tra queste, una linea chiamata ST25 è comparsa in nove specie animali diverse, soprattutto tra cani, gatti e cavalli. Alcuni ceppi isolati da questi animali erano geneticamente quasi indistinguibili da quelli trovati in pazienti umani negli ospedali delle stesse aree.

In alcuni confronti, la somiglianza genomica superava il 99% e, in casi specifici, arrivava oltre il 99,5%. Gli isolati provenienti da bestiame, pollame e animali selvatici risultavano invece più distanti dai ceppi umani, con somiglianze generalmente intorno al 97-98%.

Questo tipo di dato non basta a dimostrare una trasmissione diretta, ma segnala una vicinanza genetica che merita di essere approfondita.

Perché preoccupa la resistenza agli antibiotici

Il problema principale non è soltanto la presenza del batterio, ma la sua possibile resistenza ai farmaci. A. baumannii è particolarmente temuto quando diventa resistente ai carbapenemi, antibiotici usati nei casi più difficili, quando altre terapie non funzionano.

Nello studio, alcuni isolati provenienti da animali da compagnia presentavano geni associati alla resistenza ai carbapenemi. Questi geni non sono stati trovati negli isolati da bestiame, pollame o fauna selvatica analizzati nella ricerca.

Il dato è importante anche per un altro motivo: i carbapenemi non dovrebbero essere usati negli allevamenti. Il fatto che geni di resistenza compaiano negli animali da compagnia suggerisce che il contesto veterinario, l’esposizione a cure mediche e la vicinanza agli ambienti umani possano avere un ruolo.

Cosa non dice lo studio

La cautela è indispensabile. Lo studio non mostra un caso in cui un cane abbia infettato il suo proprietario, o un paziente abbia trasmesso il batterio al proprio gatto. Non ci sono catene di trasmissione documentate persona per persona o animale per animale.

Quello che esiste è una traccia genetica: ceppi molto simili compaiono sia negli animali da compagnia sia negli esseri umani, soprattutto in contesti in cui il contatto è stretto e frequente.

Per questo non bisogna trasformare la notizia in un allarme domestico. La maggior parte delle persone sane non deve temere il proprio animale. Il rischio è più rilevante nei contesti clinici, nelle persone fragili, negli animali malati, nelle strutture veterinarie e nelle situazioni in cui vengono usati antibiotici in modo frequente o improprio.

Il rapporto stretto tra uomo e animali

Cani e gatti vivono spesso dentro casa, dormono negli stessi ambienti, vengono accarezzati, curati, portati dal veterinario e, in alcuni casi, trattati con antibiotici. Questo rapporto ravvicinato è una delle ragioni per cui gli studiosi guardano con più attenzione alla circolazione dei batteri tra animali da compagnia e persone.

Non si tratta di mettere in discussione il valore della convivenza con gli animali. Il punto è riconoscere che la salute umana, animale e ambientale sono collegate. È il principio della cosiddetta One Health, secondo cui infezioni, antibiotico-resistenza e prevenzione devono essere osservate insieme, non in compartimenti separati.

Se un batterio resistente circola in un ospedale, in una clinica veterinaria, in una casa o nell’ambiente, può trovare occasioni diverse per spostarsi. Capire dove e come avviene questo passaggio è essenziale per prevenirlo.

Cosa possono fare i proprietari

Il messaggio pratico non è allontanare gli animali, ma usare buon senso e igiene. Lavarsi le mani dopo aver pulito lettiere, ferite o secrezioni, seguire le indicazioni del veterinario, non somministrare antibiotici senza prescrizione e completare correttamente le terapie quando vengono indicate sono comportamenti importanti.

Anche l’uso responsabile degli antibiotici in medicina veterinaria conta. Ogni trattamento non necessario aumenta la pressione selettiva sui batteri e può favorire la comparsa o la diffusione di resistenze.

Particolare attenzione serve quando in casa ci sono persone immunodepresse, pazienti fragili, anziani con molte patologie o animali con infezioni ricorrenti. In questi casi, il dialogo tra medico e veterinario può essere utile per gestire meglio eventuali rischi.

Perché servono più dati

Gli autori dello studio sottolineano la necessità di ampliare il campionamento. Servono più dati da animali domestici, animali da allevamento, fauna selvatica, cliniche veterinarie e pazienti umani. Solo così sarà possibile capire se la somiglianza genetica osservata corrisponde a trasmissioni reali, quanto siano frequenti e in quale direzione avvengano.

Le malattie batteriche resistenti agli antibiotici non rispettano confini semplici. Possono coinvolgere ospedali, case, animali, acque reflue, allevamenti e ambiente. Per questo le indagini genomiche stanno diventando sempre più importanti: permettono di vedere parentele tra ceppi che, con gli strumenti tradizionali, resterebbero invisibili.

Fonti:

ASM Journal - The population structure of Acinetobacter baumannii isolated from animals: an emerging zoonotic threat

Ultimo aggiornamento – 27 Luglio, 2026

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