Menopausa e lavoro: dati, vissuti e nuove prospettive

Liliya Dimitrova | Direttrice editoriale
A cura di Liliya Dimitrova
Direttrice editoriale

Data articolo – 12 Gennaio, 2026

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La menopausa è una fase fisiologica che interessa milioni di donne, ma nel contesto lavorativo continua a rimanere in gran parte invisibile. A fotografare con chiarezza questa realtà è l’indagine Menopausa e lavoro, promossa dall’Intergruppo parlamentare sulla menopausa con il contributo di Fondazione Onda ETS e del progetto Manupausa, che ha coinvolto oltre 1.500 lavoratrici italiane tra i 45 e i 65 anni

I dati raccontano una “sofferenza silenziosa”: più della metà delle donne percepisce un impatto significativo dei sintomi della menopausa sulle proprie performance lavorative, ma la grande maggioranza non apporta cambiamenti alla propria vita professionale e raramente ne parla sul posto di lavoro.

Stanchezza cronica, disturbi del sonno, difficoltà di concentrazione e instabilità emotiva incidono sulla quotidianità lavorativa, mentre stigma, timore di giudizio e mancanza di politiche aziendali strutturate alimentano il silenzio organizzativo. In questo contesto si inseriscono le voci della dottoressa Nicoletta Orthmann, direttrice medico-scientifica di Fondazione Onda ETS, e di Manuela Peretti, fondatrice di Manupausa, che con le loro prospettive aiutano a leggere i numeri della ricerca come il segnale di un’urgenza culturale, sanitaria e sociale: riconoscere la menopausa non come un problema individuale, ma come una dimensione strutturale del mondo del lavoro contemporaneo.

La prospettiva medico-scientifica: parla la Dottoressa Nicoletta Orthmann

I risultati dell’indagine Menopausa e lavoro mostrano come i sintomi della menopausa incidano in modo significativo sulla vita professionale di molte donne, restando però spesso confinati al silenzio. Nicoletta Orthmann, direttrice medico-scientifica di Fondazione Onda ETS, interpreta i dati evidenziando l’impatto sul benessere psico-fisico e la necessità di un maggiore riconoscimento del tema nei contesti lavorativi.

Dai risultati dell’indagine emerge quanto la menopausa impatti sul benessere psico-fisico e sulla vita lavorativa delle donne. Quali sono, secondo lei, i dati più allarmanti e più significativi che dovremmo tenere in considerazione?

Il 54% delle 1576 donne intervistate dichiara che i sintomi della menopausa influenzano in modo significativo la propria performance lavorativa; i più citati e a maggior impatto, sono la stanchezza, i disturbi del sonno, dell’umore e cognitivi, come difficoltà di concentrazione e attenzione.  Ciò nonostante, il 76% delle lavoratrici dichiara di non aver modificato in alcun modo la propria vita professionale e il 38% non ne ha mai parlato con nessuno sul posto di lavoro. La motivazione principale è la percezione che si tratti di una “questione privata” e secondo il 23% delle rispondenti il fattore determinante è il timore di giudizio e di essere ritenute non adeguate rispetto al proprio ruolo: esiste, dunque, una barriera invisibile che contribuisce al silenzio organizzativo sul tema. L’84% afferma, infatti, che la propria organizzazione non ha realizzato nessuna iniziativa concreta e solo l’11% delle intervistate dichiara di aver ricevuto un sostegno appropriato da parte del datore di lavoro.

Uno dei temi centrali è la scarsa consapevolezza e informazione sulla menopausa. Quanto pesano ancora stigma e tabù nel ritardare diagnosi, supporto e accesso alle terapie?

Sempre più si stanno creando opportunità di informazione e dialogo sul tema, ma c’è ancora moltissimo da fare per normalizzare la narrazione sulla menopausa che è ancora fortemente associata al senso di “fine”, di perdita, di invecchiamento. Informare le donne e, soprattutto, prepararle per tempo sul significato biologico e non solo della menopausa, significa dare loro gli strumenti conoscitivi necessari per affrontare con maggior serenità e consapevolezza questa stagione della vita. Significa creare l’occasione per ripensare alla propria salute in ottica di prevenzione e favorire l’accesso alle numerosissime opportunità terapeutiche (farmacologiche e non), laddove necessarie.


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A livello medico, quali percorsi terapeutici o preventivi ritiene più efficaci per ridurre l’impatto dei sintomi durante la vita professionale? E quali sono oggi le barriere principali al loro utilizzo?

La prevenzione primaria, basata su stili di vita sani (dieta varia e bilanciata, regolare attività fisica, mantenimento del peso corporeo, corretta igiene del sonno, no fumo e alcol), resta il primo e fondamentale presidio per affrontare i cambiamenti ormonali e metabolici che accompagnano la menopausa.    

È inoltre importante rivolgersi a specialisti competenti per una valutazione personalizzata, dal momento che ogni donna ha la sua menopausa. Come dicevo, le soluzioni oggi disponibili sono tante e in grado di rispondere alle specifiche esigenze sulla base della tipologia ed entità dei disturbi menopausali, della storia clinica e familiare nonché delle aspettative e preferenze personali. Disinformazione e pregiudizi rappresentano i principali ostacoli di accesso, in particolare alle  terapie ormonali sostitutive, sebbene le formulazioni in uso siano sempre più sicure e personalizzabili, a basso dosaggio e ben tollerate.

Supportare le donne ad affrontare al meglio e in salute la transizione menopausale consente loro di beneficiare di un maggior benessere sul posto di lavoro e di migliorare le proprie performance, valorizzando il patrimonio di esperienze e competenze maturate negli anni.

Quali saranno i prossimi passi della Fondazione Onda ETS per dare continuità a questa ricerca? Avete in programma nuovi progetti, linee guida o iniziative dedicate al rapporto tra menopausa e lavoro?

Nei prossimi mesi continueremo a collaborare con il gruppo Interparlamentare dedicato alla Menopausa, presieduto dalla On. Martina Semenzato, e con Manuela Peretti, per diffondere i dati della ricerca in ambito sociale, istituzionale, scientifico e soprattutto nel mondo del lavoro. È necessario, infatti, creare consapevolezza su questo tema per sollecitare l’attivazione di azioni che possano dare un supporto concreto nei contesti lavorativi alle donne in menopausa, come iniziative di informazione e sensibilizzazione del personale, percorsi di formazione rivolti a manager, HR nonché medici della Medicina del lavoro, programmi di welfare aziendale dedicati.

Raccontare la menopausa per rompere il silenzio: la parola a Manuela Peretti

Accanto ai numeri della ricerca emergono le esperienze quotidiane di chi vive la menopausa mentre lavora. Manuela Peretti, fondatrice di Manupausa, dà voce alle donne che raccontano stanchezza, difficoltà emotive e paura del giudizio, trasformando un vissuto spesso solitario in consapevolezza condivisa.

Il suo progetto nasce proprio per rompere il tabù sulla menopausa. Cosa le raccontano ogni giorno le donne che la seguono e quanto si rispecchiano nei risultati di questa indagine?

Ho creato Manupausa proprio perché, prima ancora di ascoltare le altre donne, ci sono passata io. Mi sono trovata in una menopausa complicata mentre lavoravo, con sintomi che non capivo e che mi facevano sentire improvvisamente “meno capace”. Da lì ho capito quanto sia frustrante vivere tutto questo senza avere un linguaggio, un supporto o semplicemente uno spazio in cui non sentirsi giudicate. Ogni giorno ricevo messaggi di donne che mi raccontano quanto si sentano stanche, confuse, a volte addirittura “fuori posto”, soprattutto mentre lavorano. La cosa che colpisce di più è che molto spesso pensano di essere le uniche a vivere certi momenti di fragilità.

La survey lo conferma con chiarezza: c’è un vissuto comune, diffuso, ma nascosto. Le donne si ritrovano tantissimo in quei dati, perché descrivono esattamente ciò che vivono in silenzio: la fatica che aumenta, l’umore che oscilla, il sonno che non aiuta, la paura di non essere più performanti come prima. Quando realizzano che non è “colpa loro”, ma un cambiamento fisiologico che può essere accompagnato, si alleggeriscono. Ed è lì che inizia davvero la possibilità di vivere questa fase con meno paura e più consapevolezza.

Parla spesso del peso emotivo e psicologico della menopausa. Quali sono i sintomi che, secondo la sua community, interferiscono maggiormente con il lavoro e perché se ne parla così poco?

I sintomi che mi vengono raccontati più spesso come “impatto netto” sul lavoro sono la stanchezza che sembra non passare mai, il sonno disturbato che toglie lucidità, e quella nebbia cognitiva, quel calo di concentrazione che fa sentire improvvisamente “meno brillanti”. Molte parlano anche dell’ansia che compare dal nulla e della difficoltà a gestire le emozioni nelle giornate più intense. Perché se ne parla così poco? Perché c’è un mix di vergogna, paura di essere giudicate e un’abitudine culturale a stringere i denti. Abbiamo interiorizzato l’idea che “una donna deve farcela comunque”, e spesso questo porta a soffrire in silenzio. Il punto è che normalizzare questi vissuti non significa chiedere sconti, ma creare condizioni più produttive per tutti.

Se potesse proporre un solo cambiamento culturale alle aziende italiane riguardo alla menopausa, quale sarebbe? E cosa potrebbero fare concretamente i datori di lavoro in un futuro prossimo?

Il cambiamento più urgente è riconoscere che la menopausa riguarda, concretamente, una fetta enorme della forza lavoro italiana. Secondo i dati Istat più recenti, gli occupati over 50 hanno superato i 10 milioni e almeno il 40% sono donne dipendenti. Considerando che la menopausa fisiologica arriva attorno ai 50 anni, significa che parliamo di una componente fondamentale del mondo del lavoro, non di una minoranza marginale.

Eppure questo tema resta quasi invisibile nelle organizzazioni.

Se un’azienda volesse fare un passo concreto già domani, basterebbero tre azioni semplici:

aprire spazi di informazione interna, così da dare un linguaggio e togliere imbarazzo, formare manager e HR per leggere i comportamenti senza pregiudizi, offrire un minimo di flessibilità oraria e/o organizzativa.

Non si tratta di “agevolazioni speciali”, ma di creare condizioni realistiche per far sì che le persone possano lavorare bene. E c’è un punto che mi sta molto a cuore: le donne over 50 non sono una risorsa da tutelare solo perché “fragili”, ma perché preziose. Portano competenze, lucidità, capacità relazionali, equilibrio emotivo e una maturità professionale che è impossibile improvvisare. Accompagnare bene la menopausa significa non disperdere questo patrimonio: è un investimento, non un costo.

A livello personale, comunicativo e sociale: quanto è importante creare spazi di confronto per normalizzare l’esperienza della menopausa? E cosa pensa manchi ancora nel dibattito pubblico?

Gli spazi di confronto sono il cuore di tutto. Ogni volta che una donna racconta la sua esperienza, qualcun’altra si sente meno sbagliata, meno sola, meno spaventata. E poi lo sappiamo: quando qualcosa diventa condiviso, smette di essere un tabù.

Cosa manca? Manca una narrazione più adulta e meno stereotipata della menopausa: non solo “sintomi e sofferenza”, ma anche possibilità, nuova energia, libertà, cambi di ritmo, occasione di ripensarsi. E manca tantissimo la presenza di modelli di riferimento: donne visibili, autorevoli, reali, che parlino apertamente di questa fase senza imbarazzo. Se non vediamo nessuno che rappresenta questo momento della vita con dignità, forza e normalità, è difficile immaginare che possa essere vissuto così. Manca anche una maggiore presenza maschile nella conversazione: partner, colleghi, manager. Non per invadere lo spazio, ma per diventare parte del cambiamento. E infine manca un messaggio forte e chiaro: la menopausa non è una fase di perdita, è una fase di transizione. Accompagnata bene, può diventare un momento di grande forza, personale e professionale.

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