Per molti giovani, oggi, le informazioni su cosa mangiare non arrivano più solo dal medico, dalla famiglia o dalla scuola. Arrivano anche da siti, social, video brevi, influencer, app e motori di ricerca. Il problema è che online convivono contenuti utili, indicazioni corrette, semplificazioni e messaggi molto discutibili. Saper distinguere una fonte attendibile da una promessa vaga o da un consiglio senza base scientifica diventa quindi una competenza concreta, non solo teorica.
È da qui che parte uno studio pubblicato su Scientific Reports, che ha analizzato il concetto di e-healthy diet literacy, cioè la capacità di trovare, comprendere, valutare e usare informazioni online legate a una sana alimentazione. I ricercatori hanno cercato di capire se questa abilità fosse associata al benessere psicologico e ad alcuni comportamenti alimentari a rischio tra studenti universitari.
Il risultato va letto con prudenza, ma è chiaro nella direzione: gli studenti con punteggi più alti di alfabetizzazione alimentare digitale tendevano ad avere anche punteggi leggermente migliori di benessere e punteggi più bassi nell’indice dei comportamenti alimentari a rischio.
Lo studio: 331 universitari tra 18 e 26 anni
La ricerca è stata condotta all’Università di Ankara, in Turchia, tra maggio e giugno 2024. Il campione finale comprendeva 331 studenti universitari di età compresa tra 18 e 26 anni, con un’età media di 20,32 anni. La maggioranza era composta da donne: 84,9% del campione. Questo è un dettaglio importante, perché limita la possibilità di estendere automaticamente i risultati a gruppi universitari più equilibrati tra uomini e donne.
I partecipanti hanno compilato questionari in presenza. I ricercatori hanno raccolto informazioni su età, sesso, indice di massa corporea, fumo, consumo di alcol, esercizio fisico, presenza di malattie croniche, numero di pasti principali e spuntini, consumo di acqua e altri aspetti dello stile di vita.
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Per misurare l’alfabetizzazione alimentare digitale è stato usato l’e-Healthy Diet Literacy Questionnaire, nella versione turca a 15 item. Per il benessere psicologico è stato utilizzato il WHO-5, uno strumento dell’Organizzazione mondiale della sanità che valuta il benessere soggettivo su una scala da 0 a 100. Per i comportamenti alimentari a rischio è stato usato l’Eating Habits Index, che considera abitudini come consumo di alimenti grassi e zuccherati, aggiunta di sale, bevande come caffè, tè o cola, carni rosse e lavorate, fast food e consumo di frutta, verdura e legumi.
Cosa vuol dire “alfabetizzazione alimentare digitale”
Il termine può sembrare tecnico, ma descrive qualcosa di molto quotidiano. Significa sapere dove cercare informazioni su una dieta sana, capire quello che si legge, valutare se una fonte è credibile e poi applicare quelle informazioni alle proprie scelte alimentari. Non basta quindi “informarsi”: conta anche la qualità del modo in cui ci si informa.
Questa distinzione è importante perché internet rende l’accesso alle informazioni molto più semplice, ma non sempre più sicuro. Una persona può leggere decine di contenuti sull’alimentazione e, allo stesso tempo, essere più confusa di prima. Può seguire consigli contraddittori, fidarsi di affermazioni troppo nette o scambiare una testimonianza personale per una regola generale.
Lo studio non misura direttamente se gli studenti sappiano davvero verificare una fonte in tempo reale. Si basa su questionari, quindi su risposte dichiarate. Tuttavia, prova a osservare una competenza sempre più rilevante: la capacità di muoversi nel flusso di informazioni alimentari online senza farsi guidare solo da slogan, tendenze o semplificazioni.
Il legame con il benessere psicologico
Dopo aver tenuto conto di vari fattori, tra cui età, sesso, indice di massa corporea, fumo, alcol ed esercizio fisico, i ricercatori hanno trovato un’associazione positiva tra alfabetizzazione alimentare digitale e benessere psicologico. In termini statistici, punteggi più alti nell’e-HDLQ erano associati a punteggi più alti nel WHO-5.
Il dato, però, è modesto. Una differenza pari a una deviazione standard nel punteggio di alfabetizzazione alimentare digitale era associata a un aumento di 3,38 punti percentuali nel punteggio di benessere psicologico. Non è un cambiamento enorme, ma indica una possibile relazione tra il modo in cui una persona gestisce le informazioni online sulla salute e il modo in cui riferisce il proprio benessere.
È importante non invertire automaticamente causa ed effetto. Lo studio non può dire se saper valutare meglio le informazioni alimentari migliori il benessere, oppure se gli studenti con maggiore benessere siano più motivati a informarsi meglio e a prendersi cura della propria alimentazione. Le due cose potrebbero anche influenzarsi a vicenda.
Meno comportamenti alimentari a rischio
Lo studio ha osservato anche un’associazione tra maggiore alfabetizzazione alimentare digitale e punteggi più bassi nell’Eating Habits Index, cioè l’indice dei comportamenti alimentari a rischio. In questo caso, un punteggio più alto dell’indice indica abitudini potenzialmente meno favorevoli, come consumo frequente di alimenti grassi o zuccherati, fast food, sale aggiunto o carni lavorate.
Dopo gli aggiustamenti statistici, gli studenti con punteggi più alti nell’e-HDLQ tendevano ad avere punteggi EHI più bassi. Una deviazione standard in più nel punteggio di alfabetizzazione alimentare digitale era associata a 0,94 punti in meno nell’indice dei comportamenti a rischio.
Anche qui, però, serve cautela. Gli autori sottolineano che l’Eating Habits Index ha mostrato nel campione una bassa coerenza interna, con un valore di Cronbach’s alpha pari a 0,56. In parole semplici, l’indice raccoglie comportamenti diversi, che non sempre si muovono tutti nella stessa direzione. Per questo il risultato va interpretato come associazione con quelle specifiche abitudini misurate, non come fotografia completa della qualità della dieta.
Il ruolo dell’attività fisica
Tra i fattori associati a un benessere psicologico più alto è comparso anche l’esercizio fisico. Gli studenti che dichiaravano di fare attività fisica almeno una volta alla settimana avevano punteggi WHO-5 più alti rispetto a chi non faceva mai esercizio.
Nel campione, il 66,5% dei partecipanti riferiva di svolgere esercizio almeno una volta alla settimana, mentre il 33,5% dichiarava di non farlo mai. È un dato coerente con molte ricerche precedenti che collegano movimento e benessere, anche se questo studio non era progettato per valutare l’effetto dell’attività fisica come intervento.
L’esercizio resta quindi un elemento del quadro, ma non il centro della ricerca. Il cuore dello studio è il rapporto tra informazione alimentare online, benessere e abitudini legate alla dieta.
Un campione giovane e soprattutto femminile
Il profilo del campione aiuta a capire meglio i risultati. Oltre alla forte prevalenza femminile, gli studenti avevano in media un BMI di 22,07 kg/m². Il 75,2% rientrava nella categoria normopeso, l’8,5% era sottopeso, il 13,9% sovrappeso e il 2,4% nella categoria obesità. Il 30,8% dichiarava di fumare e il 21,8% riferiva consumo di alcol.
In media, gli studenti consumavano 2,41 pasti principali al giorno, 1,73 spuntini e 7,51 bicchieri d’acqua da 200 ml al giorno. Una malattia cronica era riferita da 31 partecipanti, pari al 9,4% del campione.
Questi dettagli sono utili perché ricordano che non stiamo parlando della popolazione generale. Si tratta di studenti universitari di una sola università, in una sola città, reclutati con campionamento di convenienza. I risultati non possono essere trasferiti automaticamente a tutti i giovani, né a tutte le persone che cercano informazioni alimentari online.
Perché non si può parlare di causa-effetto
Il limite principale dello studio è il disegno trasversale. Tutte le informazioni sono state raccolte nello stesso momento. Questo permette di osservare associazioni, ma non consente di stabilire cosa venga prima e cosa venga dopo.
È possibile che una migliore alfabetizzazione alimentare digitale favorisca scelte più attente e un maggiore senso di controllo. Ma è anche possibile il contrario: studenti con abitudini più sane o maggiore benessere potrebbero essere più interessati a cercare informazioni affidabili. Oppure entrambe le cose potrebbero dipendere da fattori non misurati, come livello socioeconomico, sostegno familiare, motivazione personale, tempo passato online o qualità dell’ambiente universitario.
Gli autori lo indicano chiaramente: le associazioni sono modeste e non bastano per formulare raccomandazioni pratiche specifiche. Lo studio serve piuttosto a generare nuove ipotesi e a suggerire che la qualità delle competenze digitali in ambito alimentare merita più attenzione.
Il problema delle informazioni alimentari online
Uno degli aspetti più interessanti dello studio riguarda il contesto in cui si inserisce. Le piattaforme digitali sono ormai una delle principali fonti di informazione su cibo, peso, salute e dieta. Questo può essere positivo, perché permette un accesso rapido e a basso costo a contenuti utili. Ma può anche esporre a messaggi imprecisi, estremi o presentati senza le necessarie sfumature.
Per uno studente universitario, spesso lontano da casa, con ritmi variabili, pasti fuori, stress da esami e tempo limitato, la gestione dell’alimentazione può essere difficile. Avere strumenti per capire meglio le informazioni disponibili online può aiutare, ma non sostituisce l’educazione alimentare, l’accesso a servizi di supporto e un ambiente che renda più semplici le scelte sane.
Il punto non è colpevolizzare chi segue consigli online, ma rendere le persone più capaci di orientarsi. Una dieta sana non dovrebbe dipendere dalla capacità di resistere a ogni contenuto ambiguo, ma da informazioni chiare, accessibili e verificabili.
Cosa suggerisce lo studio
La ricerca suggerisce che l’alfabetizzazione alimentare digitale potrebbe essere un fattore modificabile, cioè una competenza su cui si può lavorare. Nelle università, per esempio, programmi di educazione alla salute potrebbero non limitarsi a dire cosa mangiare, ma insegnare anche come valutare una fonte, come riconoscere un consiglio troppo generico e come distinguere dati scientifici da opinioni personali.
Questo sarebbe particolarmente utile perché molti contenuti alimentari online hanno un tono sicuro, immediato, persuasivo. Parlano di regole semplici, alimenti da evitare, combinazioni “giuste” o errori da correggere. In realtà, l’alimentazione dipende da bisogni individuali, abitudini, contesto sociale, salute, cultura e disponibilità economica.
Una maggiore alfabetizzazione non significa sapere tutto sulla nutrizione. Significa avere abbastanza strumenti per non affidarsi alla prima risposta trovata online e per capire quando è meglio rivolgersi a un professionista.
Fonti:
Nature - E-healthy diet literacy is associated with psychological well-being and diet-related risk behaviors among university students in Türkiye: a cross-sectional study