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Agrammatismo

Agrammatismo
Curatore scientifico
Dr. Paola Valenzano
Specialità del contenuto
Logopedia Neurologia

Cos’è l’agrammatismo?

L’agrammatismo è una forma di afasia espressiva che si riferisce all’incapacità di parlare in maniera grammaticalmente corretta.

Le persone che soffrono di questo distrubo parlano per mezzo di discorsi telegrafici, usando lo stesso schema discorsivo e semplificando notevolmente la formazione delle frasi (in cui molte o tutte le funzioni delle parole sono omesse). I deficit nell’agrammatismo sono spesso specifici per ogni lingua, tuttavia, l’agrammatismo, per chi parla un idioma può presentarsi in modo differente rispetto a quello di un’altra lingua.

Dal punto di vista dell'eloquio, le frasi appaiono brevi e prive di elementi subordinati. La frase principale è ridotta alla struttura essenziale con frequente omissione dei funtori grammaticali (articoli, pronomi, congiunzioni e ausiliari). Essi sostituiscono i suffissi marcati con forme meno marcate: i verbi appaiono in forma non finita, i nomi al singolare, gli aggettivi e i participi al maschile singolare. Infine si può osservare un deficit della produzione di verbi ad esempio nella descrizione dell'azione.

Da dove deriva il termine "agrammatismo"?

Il termine "agrammatismo" è stato coniato da Adolf Kussmaul nel 1987, per spiegare l’incapacità di utilizzare le parole correttamente nella formazione di una frase, ordinandole grammaticalmente e sintatticamente.

Più tardi, Harold Goodglass definisce il termine come l’omissione di parole di congiunzione, ausiliari o morfemi flessionali, mancanza che genera un discorso grammaticalmente rudimentale. L’agrammatismo è oggi visto come un sintomo della sindrome di Broca (Tesak & Code, 2008); è stato indicato anche come “afasia motore” (Goldstein, 1948), “afasia sintattica” (Wepman & Jones, 1964), “afasia efferente” (Luria, 1970) e “afasia non fluente” (Goodglass, 1964).

I primi rapporti sull’agrammatismo coinvolsero dei partecipanti tedeschi e francesi. La maggior rilevanza delle scuole tedesche, risalenti agli inizi del Ventesimo secolo, unita al fatto che sia la lingua tedesca che quella francese sono linguaggi molto accentati, potrebbe aver attirato l’attenzione degli studiosi originari di quei paesi.

Al giorno d’oggi, la situazione è un po’ cambiata: l’impoverimento grammaticale porta ad una selezione del linguaggio, con uno slittamento della morfosintassi alla morfosemantica. Ora, lo studio dell’agrammatismo abbraccia tutte le lingue naturali e le idiosincrasie pensate per uno specifico linguaggio sono messe in relazione ad altre lingue, in modo da capire meglio l’agrammatismo, agevolare il suo trattamento, analizzandolo attentamente.

Che cos’è l’inflessione verbale?

Molti studiosi hanno messo a punto diverse teorie per spiegare l’agrammatismo collegato all’inflessione verbale: Friedman & Grodzinksy hanno introdotto la cosiddetta “Ipotesi della potatura”, studiando l’ebraico, l’arabo e l’inglese; la stessa ipotesi è stata dimostrata da Gavarro & Martinez-Ferreiro, per quelle che loro chiamano lingue ibero-romanze (cioè il catalano, il galiziano e il castigliano); Lee e Faroqui-Shah & Dickey hanno introdotto un’ipotesi morfosemantica, sostenendo che gli agrammatici inglesi sono affetti da afasie diacritiche.

È interessante notare che Bastiaanse non ha trovato tale dissociazione nell’olandese, ma piuttosto che, riferendosi al passato, è più ridotta, indipendentemente dalla flessione o dalla concordanza verbale. La sua ricerca ha portato a scoprire che i verbi finiti sono più difficili dei verbi non finiti, ma sia negli uni che negli altri le forme passate (passato della terza persona singolare e participio passato) sono più difficili rispetto ai loro omologhi al presente (terza persona singolare presente indicativo ed infinito). Nessuna delle ipotesi sulle forme verbali di cui sopra può spiegare questi risultati, dato che i participi in olandese non sono flessi. Risultati simili sono riscontrabili anche nel greco e nell’inglese, attraverso una rianalisi di Nanousi e Lee e anche nel greco, grazie e Yarbay, Duman & Bastiaanse. In ogni caso, le conclusioni di Bastiaanse portarono ad un’ipotesi aggiuntiva, ovvero che gli agrammatici hanno difficoltà a riferirsi al passato, quando necessario. Nello stesso studio si è giunti a due possibili risposte:

  • Questo potrebbe accadere perché il riferimento al passato è semanticamente più complesso, forse perché ci sono due periodi di pertinenza;
  • Potrebbe anche essere che non sia tanto il riferimento al passato, quanto la difficoltà per gli agrammatici ad esprimersi coniugando il verbo.

Probabilmente Bastiaanse trovò la chiave di questo enigma. Nei suoi studi, si legge che il riferimento al passato è selettivamente menomato, sia usando semplici forme verbali (come il presente semplice in inglese), sia usando forme verbali perifrastiche (come il passato prossimo in inglese). Bastiaanse sostenne che il riferimento al passato è legato al presente, mentre non lo è con il futuro.

La nozione di collegamento al discorso è originariamente dovuta a Pesetsky e deve essere vista in relazione alla presupposizione di un discorso, che è un concetto di base in linguistica e, più concretamente, in semantica e in pragmatica. Il discorso di collegamento va considerato in contrasto con la relazione vincolante. Un chiaro esempio di una relazione vincolante può essere trovato in una frase come “Il ragazzo sta lavando se stesso”, dove il pronome “se stesso” si riferisce a “il ragazzo”, all’interno della stessa frase. Un esempio di collegamento discorsivo si trova in una frase come “Il ragazzo sta lavando lui”, dove il pronome “lui” si riferisce a qualcuno non menzionato nella frase, e, di conseguenza, per capire a chi si riferisce il pronome, bisogna aver accesso a delle informazioni precedentemente fornite. Esempi simili di tali relazioni si possono trovare in alcune domande specifiche. Avrutin sostiene che la corrispondenza è un sistema puramente morfosintattico, senza operazioni discorsive coinvolte e, quindi, stabilisce una relazione vincolante che richiede la formazione del discorso e crea un collegamento con il discorso stesso. Zagona capì che il tempo presente indica la simultaneità tra il tempo di valutazione e il tempo dell’evento (relazione vincolante). Il tempo passato, invece, è privo della simultaneità e indica la necessità di stabilire una relazione tra il tempo del parlato e l’evento precedente.

Sebbene le conclusioni di Bastiaanse non siano consistenti come quelle di Avrutin, e non siano strettamente collegate alla forma verbale, ma a quella temporale, sono comunque supportate da diverse scoperte: Bastiaanse e Faroqui-Shah & Dickey hanno riscontrato maggiori problemi con le forme verbali e con gli avverbi riferiti al passato, nei soggetti affetti da agrammatismo afasico; Jonkers e Faroqui-Shah & Dickey si soffermarono a lungo sugli individui affetti da danni cerebrali; e Dragoy è in procinto di presentare un esperimento sulle anomalie riscontrate nell’olandese, dove sono stati raccolti tassi di errore più elevati e tempi di reazione più lunghi nell’uso dei verbi al passato, rispetto a quelli usati al tempo presente.

Bastiaanse formulò l’ipotesi del discorso al passato, con l’obiettivo di testare tre intuizioni:

  • La compromissione selettiva della morfologia grammaticale viene utilizzata in riferimento al passato, mentre riferendosi al presente e al futuro è relativamente contenuta;
  • Questa menomazione è indipendente dal linguaggio;
  • Si verifica nella formazione del discorso e nella sua fase comprensiva.

Per arrivare a questo, la sua ricerca fa uso di test per la valutazione del riferimento temporale negli agrammatici cinesi, inglesi e turchi. I risultati dimostrano che sia gli agrammatici inglesi che quelli turchi denotano un deficit selettivo riferito al passato, nonostante la grande diversità dei linguaggi. Gli agrammatici di lingua cinese sono scarsi sia nella formazione delle frasi al passato che nella morfologia grammaticale, ma sono comunque affetti da agrammatismo per la formazione di frasi al presente e al futuro. I risultati dei test di comprensione sono sorprendentemente simili per le tre lingue, la menomazione è maggiore nel passato. Questi esiti dimostrano che il discorso legato al passato e, di conseguenza, la sua morfologia grammaticale, è molto ridotto nell’afasia agrammatica.

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