Alzheimer: scoperta la causa, andiamo ora verso la diagnosi precoce e nuovi trattamenti

Camilla Mantegazza | Web Editor e Social Media Manager a Pazienti.it

Ultimo aggiornamento – 28 Marzo, 2018

morbo di alzheimer: le cause della perdita di memoria

La notizia tanto attesa è finalmente arrivata. Per la prima volta in uno studio su pazienti (eseguito proprio in Italia!) è stato identificato il ruolo chiave di una regione cerebrale – l’area tegumentale ventrale, detta anche VTA – nella malattia di Alzheimer, una patologia che colpisce oltre 600mila persone in Italia e 47 milioni in tutto il mondo, destinate però a triplicarsi entro il 2050.

Stando a quanto pubblicato sull’autorevole Journal of Alzheimer’s Disease, se quest’area deputata al rilascio della dopamina funziona poco e male, ne risente l’ippocampo – il centro della memoria, dunque la capacità di apprendere e di ricordare.

Insomma, se davvero confermata, la scoperta potrebbe davvero rivoluzionare sia la diagnosi precoce sia i trattamenti per questa forma di demenza così diffusa. Cerchiamo di capirne di più.

Il ruolo della dopamina: lo studio su esseri umani

La scoperta arriva a un anno dai risultati di esperimenti di laboratorio condotti presso l’Ircss Santa Lucia e l’Università Campus Bio-Medico di Roma e coordinati dal dr. Marcello D’Amelio. “Questo è il primo studio al mondo che è riuscito a dimostrare questo collegamento negli esseri umani” – ha dichiarato la dr. Annalena Venneri, dello Sheffield Institute for Translational Neuroscience, e autrice dello studio.

Per arrivare a questa conclusione, sono stati eseguiti test cognitivi e risonanze magnetiche – con il doppio della potenza delle normali scansioni Rmn, in grado di produrre immagini della migliore qualità possibile – su 29 pazienti con Alzheimer, 30 soggetti con declino cognitivo lieve e 51 persone perfettamente sane.

Dalle analisi, è stata trovata una correlazione tra le dimensioni e le funzioni della VTA con le dimensioni dell’ippocampo, dunque con le funzioni cognitive dell’individuo. Più piccola risulta la VTA, minori sono le dimensioni dell’ippocampo e, di conseguenza, vi è maggior compromissione della capacità del soggetto di apprendere e ricordare.

La dopamina è necessaria a tutto il cervello – spiega D’Amelio, professore associato di Fisiologia Umana e Neurofisiologia al Campus Bio-Medico, il primo a capire davvero l’importanza di questo neurotrasmettitore nell’Alzheimer – Assolve funzioni diverse a seconda di dove rilasciata, nell’ippocampo è collegata alla memoria. Viene prodotta da neuroni che si trovano nel mesencefalo. In questo caso viene rilasciata in aree del cervello coinvolte in funzioni non motorie che vanno dalla regolazione dell’umore alla memoria. Se il meccanismo non funziona, il paziente non riesce più a ricordare quello che accada e si ammala”.

I benefici della scoperta: diagnosi precoce e farmaci efficaci

Come sempre, è inutile negare come siano necessari nuovi studi prima di poter affermare con certezza il meccanismo che causa la perdita della memoria nei malati di Alzheimer.

Nonostante ciò, “questa scoperta potrebbe condurre a un nuovo modo di intendere gli screening per la popolazione anziana in caso di primissimi segnali di Alzheimer, cambiando la modalità in cui vengono acquisite e interpretate le scansioni diagnostiche del cervello e utilizzando differenti test per la memoria” – ha dichiarato il dr. Venneri.

Vi è poi la possibilità, grazie a questo studio, di andare a creare un’opzione di trattamento differente della malattia, con la possibilità di cambiarne o fermarne il corso molto precocemente, prima che si manifestino i principali sintomi. “Adesso vogliamo stabilire quanto precocemente possono essere osservate le alterazioni nell’area tegmentale-ventrale e verificare anche se queste alterazioni possono essere contrastate con trattamenti già disponibili” – ha concluso.

L’obiettivo sembra essere abbastanza vicino. Entro la fine sono infatti attesi i risultati di una sperimentazione farmacologica completamente made in Italy contro il morbo di Alzheimer.

Come ha spiegato il dr. Giacomo Koch, direttore del Laboratorio di Neuropsicofisiologia Sperimentale dell’IRCCS di Roma, si stanno somministrando farmaci ‘agonisti-dopaminergici’ a pazienti con malattia di Alzheimer per osservare se potrebbero davvero stimolano la plasticità cerebrale e quindi la conservazione delle facoltà cognitive. Attendiamo (con ansia) i risultati.

Camilla Mantegazza | Web Editor e Social Media Manager a Pazienti.it
Scritto da Camilla Mantegazza | Web Editor e Social Media Manager a Pazienti.it

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a cura di Dr.ssa Elisabetta Ciccolella
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