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Problemi di orientamento: un primo segno di Alzheimer

Ultimo aggiornamento – 13 Giugno, 2016

Alzheimer e problemi di orientamento.

Ancora prima che la malattia di Alzheimer si presenti, è possibile che si verifichino problematiche nella costruzione di mappe cognitive di nuovi ambienti. Questo è emerso dagli studi della Washington University di St. Louis.

La seconda autrice dello studio, Denise Head, professore associato di Physiological and Brain Science, sostiene che questo studio permette di rilevare i primissimi segni che la malattia porta al sistema cognitivo.

Problemi di orientamento: un primo segno di Alzheimer

Lo studio, che è apparso sul numero di aprile della rivista Journal of Alzheimer, conferma come la malattia vada a colpire le aree superficiali del cervello, prima di espandersi anche in altre regioni.

I problemi di orientamento legati al morbo di Alzheimer possono essere associati all’accumulo di placche di amiloidi e alla presenza di grovigli, ma anche da altri segni di deterioramento e di ritrazione presenti nella parte prefrontale della corteccia, nell’ippocampo e nel caudato.

È proprio l’ippocampo, quella zona connessa con la memoria a lungo termine, il riconoscimento di nuovi ambienti e la creazione di mappe cognitive, la prima area che viene colpita dalla malattia di Alzheimer. Il caudato, colpito successivamente, è associato con l’apprendimento e il movimento volontario. Samantha Allison, il primo autore dello studio, afferma come le sue ricerche abbiano evidenziato che la malattia di Alzheimer, nella sua fase preclinica, si presenti con atrofia dell’ippocampo con relativa difficoltà nella redazione di mappe cognitive, specialmente in fase di apprendimento.

Infatti se sono chiare queste difficoltà in chi soffre della malattia, non sono stati studiati in soggetti apparentemente sani.

Lo studio

Lo studio si basava su di un esperimento di navigazione in un labirinto virtuale, per verificare se i problemi connessi con il processo di apprendimento e la relativa creazione di una mappa cognitiva possano essere interpretati come sintomi preclinici del morbo di Alzheimer.

L’esperimento si basava sul fatto che normalmente l’uomo, per orientarsi, usa una rappresentazione spaziale e una di navigazione. Con la navigazione egocentrica si fissa un punto di riferimento e si passa poi a un altro, fino all’arrivo a destinazione. In quella allocentrica, le persone acquistano familiarità con l’ambiente e si arriva alla creazione di una mappa mentale che permette di creare nuovi percorsi e collegamenti con nuove destinazioni.

La ricerca è partita suddividendo i partecipanti in 3 gruppi, in base a precedenti analisi, per verificare se siano presenti i biomarcatori correlati con l’Alzheimer. Lo studio ha coinvolto 42 soggetti che sono risultati negativi ai marcatori, 13 che erano risultati positivi e presentavano una malattia preclinica di Alzheimer e 16 soggetti con Alzheimer in fase precoce.

Tutti i 71 i partecipanti allo studio hanno passato circa due ore al pc per fare un test di navigazione in un labirinto virtuale, costruito con corridoi interconnessi, con venti punti di riferimento e dove erano usati quattro diversi modelli di carta da parati. Il test aveva il compito di valutare quanto bene si riuscisse a seguire un percorso preimpostato e quanto fossero in grado di creare e utilizzare una mappa cognitiva dell’ambiente.

Ai partecipanti sono stati dati 20 minuti per imparare un preciso percorso, ma anche per esplorare e studiare il labirinto con l’uso di un joystick. Si è poi passati al test vero e proprio, dove si andava a verificare la capacità di ricreare un percorso, o trovare riferimenti specifici nell’ambiente.

I risultati dello studio

 

La dottoressa Head afferma che chi era positivo ai marcatori cerebrospinali per la malattia di Alzheimer aveva avuto grosse difficoltà solo quando aveva dovuto ricreare una mappa dell’ambiente, mentre non ne aveva mostrate sull’apprendimento del percorso.

Quando i loro valori sono stati confrontati con quelli di coloro che non avevano i marcatori, si è notato come ci fossero difficoltà anche nella capacità di imparare le posizioni degli oggetti nell’ambiente. Nonostante queste problematiche, chi è risultato positivo alla fase preclinica dell’Alzheimer ha comunque superato queste carenze, riuscendo a ricreare il percorso.

Si può quindi evincere che il problema fondamentale di chi presenta la malattia in fase preclinica sia legato solo in parte alla difficoltà di acquisire informazioni ambientali. Questi soggetti possono infatti aver bisogno di informazioni aggiuntive per imparare nuovi ambienti, ma riescono comunque a usare la mappa cognitiva, come i soggetti normali.

Il campione studiato è ancora ridotto e mancano informazioni dirette sulle regioni e reti del cervello coinvolte, anche se la dottoressa Allison informa che adesso le ricerche sono riprese con un campione più vasto.

Il team evidenzia come chi presenta marcatori del morbo di Alzheimer nel liquido cerebrospinale non necessariamente andrà a sviluppare la malattia in futuro. Proprio per questo, lo studio sarà utile per esaminare se i deficit cognitivi di mappatura nello stadio preclinico dell’Alzheimer siano associati al rischio di sviluppare la malattia in modo sintomatico.

 

 

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