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Autismo: come affrontare il disturbo

Vincenzo Russo | Blogger

Ultimo aggiornamento – 17 Dicembre, 2014

Autismo: come affrontare il disturbo

L’autismo potrebbe essere definito come un modo personale di relazionarsi con l’ambiente circostante, costruendosi una propria realtà.
Dal punto vista medico, mentre fino ad alcuni anni fa si parlava soltanto di due tipi di autismo, quello propriamente detto e la sindrome di Asperger o autismo intelligente, oggi è più corretto parlare di autismi, termine a cui fanno riferimento diverse patologie classificate come Disordini dello Spettro Autistico (ASD).

La malattia, che comporta un disturbo pervasivo dello sviluppo, è a eziologia ignota e ancora oggi le ipotesi sono molte e molto diverse tra loro. Si va da possibili cause organiche a cause genetiche. La stessa ereditarietà è ancora discussa e complessa da motivare e si parla, preferibilmente, di fattori di rischio legati al gruppo familiare.

Chi è affetto da autismo?

L’autismo e i disordini dello spettro autistico colpiscono i bambini prima dei 3 anni e sono diffusi in tutto il mondo e tra tutti i gruppi razziali, etnici e socio-economici. Secondo i Centers for Disease Control and Prevention (CDC) americani, la diffusione media negli USA è di 1 a 150 bambini, con un trend di crescita annuale del 15-18%.

Il disturbo si verifica quattro volte più spesso nei maschi (di solito il primogenito) che nelle femmine, con incidenza pari a 1/ 94 maschi con diagnosi di autismo o altro ASD. Tuttavia, le ragazze colpite da questo disturbo hanno generalmente sintomi più gravi e un maggiore deficit cognitivo. L’aumento dell’incidenza dell’autismo, come per altre malattie, è giustificato con le tecniche diagnostiche più sofisticate introdotte negli ultimi anni ma, secondo altri, non si tratterebbe di aumenti reali ma soprattutto di spostamenti di patologie prima classificate più genericamente come disturbi comportamentali o intellettivi, all’interno del vasto settore dei disturbi dello spettro autistico.

Quali sono i sintomi dell’autismo e come diagnosticarli sin dall’infanzia?

Riconoscere in tempo alcuni segnali che possono portare a una diagnosi precoce dell’autismo è di estrema importanza. La precocità della diagnosi e del trattamento sono, infatti, direttamente proporzionali alle possibilità di successo terapeutico. E’ soprattutto in famiglia che è possibile effettuare una diagnosi precoce, prestando la giusta attenzione ad alcuni sintomi che, in molti casi, vengono sottovalutati dai genitori.

La sintomatologia compare fin dai primissimi mesi con comportamenti insoliti del bambino entro i 12 mesi di vita. Tra i sintomi:

  • Non rispondere al proprio nome
  • Assenza di gestualità
  • Assenza di lallazione (fonazione pre-linguistica dei bambini di 5-7 mesi con articolazioni di parole bisillabe ben comprensibili anche se prive di significato)
  • Non rispondere agli stimoli e non seguire le indicazioni dei genitori
  • Assenza di sorrisi

Dopo i 12 mesi:

  • Ritardi nel linguaggio e a volte piccole regressioni (parole conosciute che non vengono più pronunciate)
  • Isolamento
  • Particolare attaccamento ad alcuni oggetti
  • Occhi espressivi

Crescendo, ma sempre nei primissimi anni, la tendenza all’isolamento aumenta e il comportamento verso chi tende a interromperlo, ad esempio altri bambini, può diventare aggressivo e violento.

Altri sintomi potrebbero addirittura essere fraintesi dai genitori; i bambini autistici, infatti, a volte tendono a essere precoci, sia nel conquistare i propri spazi di autonomia che nel fare o capire alcune cose. Si dimostrano sia iperattivi che con tendenze maniacali, ad esempio tendono a ordinare in fila, ossessivamente, gli oggetti che hanno di fronte. Un altro sintomo caratteristico è l’adozione di un proprio modello di movimento e deambulazione, così come non è raro che i bimbi autistici vengano colti da crisi di violenza rivolte essenzialmente contro se stessi.

Si teme tanto che i vaccini possano essere causa di autismo. Quali sono i rischi e quanto è invece non provato?

E’ una preoccupazione ancora molto viva e, recentemente, riproposta anche in Italia grazie a una discussa e discutibile sentenza del tribunale di Bari che ha accordato un risarcimento ai genitori di un bambino diventato autistico, dopo la vaccinazione trivalente morbillo-parotite-rosolia.
In realtà, la querelle è iniziata dieci anni addietro dopo la pubblicazione su The Lancet di uno studio che metteva in relazione la comparsa di autismo, detto regressivo, dopo la vaccinazione trivalente (MMR) o a causa dell’utilizzo di vaccini contenenti Thimerosal, un conservante ritenuto tossico perché a base di mercurio.

Nonostante il fatto che la prestigiosa rivista abbia ritirato successivamente l’articolo, perché si è scoperto che l’autore aveva volontariamente falsato i risultati, alcuni medici e genitori di bambini a cui è stata diagnosticata una forma di autismo dopo le vaccinazioni hanno iniziato una dura campagna contro le vaccinazioni condotta sia a livello giudiziario che politico.

Tutte le principali organizzazioni mediche nazionali ed internazionali, sulla base di decine di studi che hanno coinvolto milioni di bambini, hanno sempre negato qualsiasi associazione tra il rischio di autismo e i vaccini.
Sono stati forniti dati, internazionali, relativi all’incidenza dell’autismo nei bambini vaccinati e in quelli non vaccinati che non mostrano variazioni significative e, per evitare qualunque forma di contrasto, il Thimerosal è stato bloccato e non viene più utilizzato nei vaccini dal 2001.
Dall’altra parte, i contrari si basano ancora sullo studio dei dr. Mark e David Geier, che hanno pubblicato diverse indagini in cui dimostrano legami molto forti tra vaccini e autismo.

Gli studi, come sempre avviene, sono stati analizzati e controllati dagli organismi scientifici e tutti, nessuno escluso, hanno trovato incongruenze nella tipologia dei modelli interpretativi o veri e propri errori procedurali, ritenendo pertanto questi studi privi di validità scientifica.
Anche questo, tuttavia, non è bastato per allontanare dubbi e preoccupazione in una parte, abbastanza vasta, dell’opinione pubblica e in una parte, molto piccola, della classe medica.

Alcuni gruppi di pressione contrari alle vaccinazioni insistono nel ritenere che i vaccini siano possibili fonti di avvelenamento da mercurio, perchà la sintomatologia presenta similitudini con quella dell’autismo. Sotto accusa, in questo caso, è soprattutto il Thimerosal. In realtà, come detto, questa sostanza è stata bloccata fin dal 2001 e diversi studi prospettici compiuti su gruppi di bambini vaccinanti con prodotti contenenti o privi di Thimerosal non hanno mostrato alcuna variazione significativa.

La quantità di conferme scientifiche dovrebbero essere sufficienti a rassicurare i genitori e rasserenare gli animi, ma aver classificato come “coincidenze” i casi di autismo diagnosticati dopo le vaccinazioni e l’impossibilità, ad oggi, di fornire spiegazioni certe, mantengono alto il livello di attenzione e danno corpo alle preoccupazioni.

Probabilmente, bisognerà attendere l’esito positivo di degli studi sulle cause dell’autismo, alcuni dei quali, come il CHARGE californiano che coinvolge oltre 600 bambini autistici con le loro famiglie, vengono monitorati con particolare interesse.

Come rapportarsi con un ragazzo che soffre di autismo anche a scuola?

Ecco il decalogo compilato dagli esperti, per insegnanti e genitori di bambini autistici
Il bambino autistico non deve essere trattato come un caso di ritardo mentale. Le persone con autismo possono impiegare più tempo nelle attività scolastiche e possono avere bisogno di aiuto, ma sono in grado di apprendere. Soprattutto, non devono essere considerate vittime e, per questo, essere portati a giustificarne gli atteggiamenti negativi e gli eventuali rifiuti.

  1. Atteggiamenti positivi: essere gratificato per i propri lavori e per il proprio comportamento è molto importante, anche per il bambino autistico. Ma non si tratta solo di gratificazioni, l’atteggiamento deve sempre tendere a essere positivo, a valorizzare e mai a negare. Mai dire, ad esempio, “non fare questo”, ma sempre dire “fai quest’altro”. Per esempio mai dire “non alzarti”, ma dire “rimani seduto”.
  2. Richiedere una risposta: ottenere una risposta è molto importante. La risposta a una domanda non va chiesta ma va “pretesa” ed è opportuno adottare atteggiamenti che tendano comunque a ottenerla. Può essere necessario attendere più tempo così come può essere necessario un aiuto, ad esempio con suggerimenti parziali. Se è impossibile una risposta verbale, va stimolata almeno una gestuale.
  3. Ignorare i comportamenti inadeguati: voler marcare i comportamenti sbagliati, come si fa con gli altri bambini, nel caso del bambino autistico è inutile e controproducente. L’attenzione ottenuta spingerà il bambino a ripetere i comportamenti provocatori.
  4. Usare un linguaggio chiaro, lento e specifico: questo per venire incontro alle difficoltà di decodificazione dei bambini autistici.
  5. Preparare i cambiamenti ambientali: i bambini autistici hanno difficoltà di concentrazione e fanno fatica a recepire le variazioni dell’ambiente circostante. Tendono a essere concentrati su se stessi e a ripetere monotonamente le stesse azioni. I cambiamenti, quindi, devono essere percepibili dall’autistico ed è bene annunciarli più volte, anche con stimoli particolari e riconoscibili.
  6. Non usare mai linguaggi o comportamenti aggressivi: piuttosto cercare di ottenere attenzione, aiutando il bambino a eseguire il compito impartito.
  7. Non arrendersi: spesso è difficile, ma non bisogna mai arrendersi di fronte ai dinieghi e ai rifiuti del bambino. E’ necessario e possibile arrivare a ottenere la risposta desiderata.
  8. Le manie del bambino autistico: spesso i bambini con autismo hanno particolari manie che esprimono con comportamenti rituali, ripetuti anche più volte. Questi comportamenti, proprio perché assumono un significato rituale, non vanno ostacolati, se non compromettono la sicurezza altrui. Tuttavia, spesso tendono a coinvolgere anche gli altri nei loro riti e questo, al contrario, non deve essere consentito.
  9. Protocollo apprendimento/partecipazione: per poter insegnare al bambino è necessario ottenere la sua attenzione. E’ quindi molto importante che l’atteggiamento del docente sia adeguato: rimanere fermi in un punto ben individuabile della stanza, meglio se seduti, evitare gestualità che distraggono, guardare sempre negli occhi il bambino e approfittare di ogni contatto visivo, impartire comandi chiari e semplici e, nel caso non vengano eseguiti, aiutare fisicamente il bambino a svolgerli, fino a farlo al suo posto (ad esempio: apri il libro), mantenendo comunque un atteggiamento gratificante.
  10. Essere attenti a ogni mutamento: cercare di valutare i cambiamenti di atteggiamento, per stargli vicino e scoprire cosa non va.

Cosa prevede il metodo Aba per il trattamento dell’autismo?

ABA è l’acronimo di Applied Behavior Analysis, ovvero analisi comportamentale applicata, che deriva dall’analisi del comportamento di Skinner.
Nel trattamento dell’autismo il metodo ABA prevede un lavoro effettuato in team da analisti, terapisti e familiari. Al team può aggiungersi lo staff scolastico.
Il team manager è l’analista comportamentale, responsabile sia del team che del programma di lavoro. Terapisti e familiari hanno il compito di interagire con il bambino rapportandosi con il team manger.

Il programma è l’aspetto più importante della terapia ABA e deve stabilire quali esercizi di apprendimento il bambino deve eseguire, in rapporto 1:1, con il terapista. Gli esercizi vengono effettuati in più sessioni, da 10 a 40 ore settimanali con terapisti dotati di competenze diverse e specifiche.

La tipologia degli esercizi prevede:

  • frequenza scolastica, dove l’insegnate di sostegno è un terapista;
  • sessioni di gioco con un terapista e, quando possibile, con un altro bambino;
  • attività casalinga con familiari-terapisti;
  • incontri periodici con l’analista che permetteranno di valutare i progressi e, nel caso, riposizionare il programma.

Il metodo ABA è il trattamento terapeutico per l’autismo che ha ottenuto i maggiori risultati, sia con bambini molto piccoli che con quelli già scolarizzati e più grandi.

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