Controlli regolari ma il tumore non emerge: il caso della 47enne di Lecce

Arianna Bordi | Autrice e divulgatrice con un focus su salute femminile, psicologia e salute del cervello
A cura di Arianna Bordi
Autrice e divulgatrice con un focus su salute femminile, psicologia e salute del cervello

Data articolo – 09 Marzo, 2026

Scienziati medici preparano vetrini citologici per i patologi che devono effettuare diagnosi in ospedale.

Una vicenda giudiziaria e medica conclusasi a Lecce pone l'accento sulla gravità dell'errore diagnostico e sulle sue conseguenze irreversibili.

Al centro del caso il mancato riconoscimento di un tumore all'utero in una donna di 47 anni, nonostante la regolare esecuzione di esami preventivi.

Approfondiamo la vicenda nel dettaglio e vediamo una panoramica delle possibilità legate alla prevenzione.

La cronologia del mancato screening

Tra il 2016 e il 2019 una paziente residente nel Salento si è sottoposta a tre successivi Pap test presso un laboratorio diagnostico privato.

Nonostante la donna lamentasse sintomi persistenti, come abbondanti perdite ematiche vaginali emerse già da un'ecografia del novembre 2016, i referti dei test citologici sono risultati costantemente negativi.

In questo arco di tempo il quadro clinico è stato erroneamente attribuito a una fibromatosi uterina non sintomatica, portando a una sottovalutazione della patologia sottostante.

Anche i successivi controlli del 2017 e del 2018, inclusi ricoveri in day hospital, non hanno prodotto approfondimenti diagnostici risolutivi, mantenendo la terapia invariata.

La diagnosi tardiva e l'epilogo

La reale natura del malessere è emersa solo nell'aprile 2019, a seguito di una biopsia effettuata dopo un consulto con altri specialisti: l’esito ha rivelato un carcinoma squamocellulare già in fase avanzata.

Nonostante il trasferimento presso il Policlinico Gemelli di Roma e il ricorso a cicli di chemioterapia tradizionali e sperimentali, la progressione della malattia non è stata arrestata, conducendo al decesso della donna nel novembre 2023.

Responsabilità e risarcimento

La prova dell'errore è giunta dalla rivalutazione dei vetrini: un secondo laboratorio ha confermato che i tre Pap test effettuati anni prima erano stati refertati in modo errato.

All'epoca dei fatti i protocolli prevedevano approfondimenti solo in caso di positività al test; in seguito a episodi analoghi, le Asl pugliesi hanno aggiornato le linee guida, rendendo obbligatori accertamenti ulteriori in presenza di sintomi sospetti, indipendentemente dall'esito del Pap test.

Per evitare il percorso giudiziario e chiudere il contenzioso il laboratorio coinvolto ha versato ai familiari della vittima un risarcimento pari a 300mila euro.

Carcinoma all’utero: le azioni possibili per la prevenzione

Ecco una panoramica delle possibilità:

Prevenzione primaria: vaccinazione anti-HPV

Il primo e più efficace strumento di prevenzione è la vaccinazione contro il Papillomavirus umano (HPV), causa della quasi totalità dei tumori della cervice.

Infatti, il Piano Nazionale della Prevenzione ha recepito le raccomandazioni europee che prevedono la vaccinazione anti-HPV nelle adolescenti come pilastro della prevenzione primaria.


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Inoltre, le linee guida italiane condivise (GISCi) esprimono una raccomandazione forte in favore della vaccinazione anti-HPV anche nelle donne già trattate per lesioni CIN2/3, considerando i rilevanti benefici attesi a fronte di trascurabili effetti indesiderati. Siapec

Screening di primo livello: Pap test o HPV test?

Il Pap test è l'esame tradizionale, in uso dagli anni '40, che rileva alterazioni cellulari già presenti sulla cervice e il suo limite principale è ben documentato: ha una sensibilità di circa il 50-70%, il che significa che potrebbe non rilevare il 30–50% delle anomalie cervicali.

L'HPV test è il test molecolare oggi raccomandato come esame primario per le donne over 30, perché identifica la presenza del DNA del Papillomavirus, permettendo di individuare infezioni potenzialmente pericolose ben prima che causino alterazioni cellulari visibili. Ha una sensibilità di circa il 90-95%, rendendolo più efficace nel rilevare potenziali casi di cancro cervicale.

Il protocollo attuale del SSN italiano prevede: Pap test ogni 3 anni per le donne tra i 25 e i 30 anni (non vaccinate o vaccinate dopo i 15 anni); HPV test ogni 5 anni per le donne tra i 30 e i 64 anni, indipendentemente dallo status vaccinale.

La transizione verso l'HPV test è in corso ma non ancora completata su tutto il territorio: nel 2023 il 71,3% delle donne è stato invitato allo screening con HPV test su scala nazionale, con importanti differenze tra aree geografiche.


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In generale, è bene aderire con regolarità ai programmi di screening organizzati dal SSN, in caso di sintomi sospetti (come sanguinamenti anomali, dolore pelvico persistente) è necessario rivolgersi al proprio ginecologo senza attendere il prossimo invito di screening.

Secondo livello: Pap test di triage e colposcopia

In caso di HPV test positivo il percorso non si ferma lì: il materiale prelevato per l'HPV test viene esaminato al microscopio (Pap test di triage) e, se emergono alterazioni cellulari, si procede con la colposcopia; se la citologia non evidenzia atipie, la paziente ripete l'HPV test a un anno di distanza.

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La colposcopia è l'esame di secondo livello che consente di visualizzare direttamente la cervice e, se necessario, prelevare biopsie per una diagnosi istologica definitiva.

Fonti:

  • Osservatorio Nazionale Screening - Lo screening cervicale. Dati di attività dal 2019 al 2023;
  • AIRC - Screening per il tumore della cervice uterina;
  • ISS - Linee guida condivise per la prevenzione del carcinoma della cervice uterina
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