C’è un paradosso nel glaucoma: è una delle principali cause di cecità irreversibile al mondo, eppure nella sua fase iniziale non si sente, non fa male, non offusca la vista centrale e non manda segnali evidenti. Lavora ai margini, letteralmente, erodendo lentamente il campo visivo periferico mentre la persona continua a leggere, guidare, vivere.
Nel mondo si stima che oltre 76 milioni di persone siano affette da glaucoma, e i numeri sono destinati a crescere con l’invecchiamento della popolazione. In Italia si parla di circa un milione di pazienti, ma almeno la metà non sa di avere la malattia. Una quota sommersa che rende il glaucoma non solo una questione clinica, ma anche un problema di sanità pubblica.
Un recente studio inglese ha stimato una prevalenza quasi del 50% superiore rispetto alle valutazioni precedenti. Un dato che cambia prospettiva: stiamo parlando di un fenomeno sanitario in crescita, legato sì all’invecchiamento, ma anche a una revisione più accurata dei modelli epidemiologici.
Ne parliamo con Francesco Oddone, medico chirurgo specialista in Oculistica e responsabile dell’Unità Operativa Glaucoma della Fondazione G.B. Bietti, centro di riferimento nazionale per le malattie oculari.
Dott. Francesco Oddone
Dottor Oddone, un recente studio inglese indica che la prevalenza del glaucoma nel Regno Unito sarebbe significativamente più elevata rispetto alle stime precedenti. Che cosa cambia, concretamente?
Si tratta di uno studio molto interessante perché aggiorna in modo realistico le stime sulla diffusione del glaucoma. I ricercatori stimano che oggi nel Regno Unito oltre un milione di persone sopra i 40 anni abbia il glaucoma, circa il 50% in più rispetto alle valutazioni precedenti, e che questo numero possa superare 1,6 milioni entro il 2060. L’aumento è legato in gran parte all’invecchiamento della popolazione, ma anche a una maggiore attenzione nel ricalcolare la prevalenza in base a età, sesso ed etnia.
Il dato più preoccupante, però, è che una quota molto elevata di questi casi non è diagnosticata. Il glaucoma, soprattutto nelle sue forme più comuni, è una malattia silenziosa: nelle fasi iniziali non provoca sintomi evidenti e la perdita visiva interessa inizialmente la periferia del campo visivo, che il paziente non percepisce. Inoltre, non esiste un esame che consenta di fare diagnosi da solo: servono valutazioni integrate e controlli mirati. Anche nei sistemi sanitari più avanzati, quindi, molte persone arrivano all’osservazione quando il danno è già presente.
Facciamo un passo indietro: cos’è il glaucoma e perché è una delle principali cause di cecità irreversibile?
Il glaucoma è un insieme di malattie caratterizzate dal danno progressivo del nervo ottico, la struttura che trasmette le informazioni visive dall’occhio al cervello. Quando questo danno si verifica, la perdita visiva è irreversibile.
Il principale fattore di rischio è l’aumento della pressione intraoculare, ma si tratta di una patologia complessa e multifattoriale: può svilupparsi anche con pressioni apparentemente normali e dipende da fattori genetici, vascolari e dall’età. La sua pericolosità sta soprattutto nel fatto che nella maggior parte dei casi non dà sintomi nelle fasi iniziali. I disturbi compaiono spesso solo quando la malattia è già avanzata. Esiste anche una forma acuta, più rara ma urgente, che si manifesta con dolore oculare intenso, arrossamento e visione improvvisamente annebbiata.
Il glaucoma non va “aspettato”, ma cercato con controlli regolari, soprattutto in presenza di fattori di rischio.
Quanto riusciamo oggi, con le terapie disponibili, a rallentare o stabilizzare la malattia se diagnosticata in tempo?
Se il glaucoma viene scoperto nelle fasi iniziali, oggi le possibilità di rallentare in modo significativo la malattia sono elevate. In molti casi, con una diagnosi precoce e controlli regolari, la perdita visiva può essere contenuta al punto da non compromettere la qualità della vita per decenni.
È però importante chiarire un aspetto spesso frainteso: il glaucoma non si può guarire, perché il danno al nervo ottico è irreversibile. Le terapie servono a fermare o rallentare la progressione, non a recuperare la vista già persa.
Il trattamento si basa principalmente sull’abbassamento della pressione dell’occhio, che rappresenta il principale fattore di rischio modificabile. Ridurre la pressione significa diminuire lo stress sul nervo ottico e rallentare l’evoluzione della malattia. È un principio ormai ben consolidato e supportato da decenni di studi clinici.
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Oggi i medici dispongono di diverse opzioni terapeutiche: colliri, trattamenti laser e, quando necessario, interventi chirurgici. La scelta dipende dallo stadio della malattia e dalla risposta del singolo paziente. Non esiste una soluzione valida per tutti: la terapia viene calibrata nel tempo, con un approccio sempre più personalizzato.
Un altro punto chiave è che non esiste una pressione “normale” universale. Ciò che è sicuro per un paziente può non esserlo per un altro. Per questo il follow-up è fondamentale: controlli regolari permettono di capire se la malattia è stabile o se è necessario intervenire in modo più deciso.
Quando il glaucoma viene diagnosticato precocemente, molti pazienti non svilupperanno mai una disabilità visiva rilevante. Il problema è che troppo spesso la diagnosi arriva tardi.
Aspettare i sintomi significa spesso arrivare tardi; cercarlo attivamente, invece, può fare la differenza tra conservare la vista e perderla gradualmente.
A che età dovrebbe iniziare un controllo mirato per il glaucoma, anche in assenza di sintomi?
In assenza di fattori di rischio particolari, un primo controllo mirato per il glaucoma dovrebbe essere effettuato intorno ai 40 anni. È un’età chiave, perché a partire da questo periodo della vita il rischio inizia lentamente ad aumentare e perché consente di avere un punto di riferimento utile per i controlli successivi.
In presenza di fattori di rischio, il controllo dovrebbe iniziare prima. Familiarità per glaucoma, pressione oculare elevata, miopia medio-elevata, diabete, ipertensione, uso prolungato di cortisonici o alcune caratteristiche anatomiche dell’occhio rendono opportuno anticipare la valutazione anche ai 30–35 anni, o prima in casi selezionati.
Il controllo mirato non consiste in una semplice misurazione della vista: comprende la misurazione della pressione oculare, l’osservazione del nervo ottico e, quando indicato, esami strumentali che permettono di individuare segni molto precoci di sofferenza, ancora prima che il paziente se ne accorga.
Un aspetto spesso sottovalutato è che un singolo controllo non basta. Il glaucoma è una malattia che evolve lentamente nel tempo, e solo attraverso visite periodiche è possibile cogliere cambiamenti sottili ma significativi. La frequenza dei controlli viene stabilita dall’oculista in base al profilo di rischio individuale.
Non esiste un’età “troppo giovane” per escludere il glaucoma, ma esiste un’età in cui iniziare a cercarlo in modo consapevole. Inserire un controllo mirato nei programmi di prevenzione, anche in assenza di disturbi visivi, è oggi una delle strategie più efficaci per ridurre il rischio di perdita visiva evitabile.
Diagnosi precoce e screening, perché non sono la stessa cosa?
Oggi siamo in grado di fare una diagnosi precoce del glaucoma grazie a esami clinici e strumentali sempre più accurati, che permettono di individuare la malattia prima che compaiano i sintomi. Questo consente di iniziare il trattamento in tempo e rallentare in modo significativo la progressione.
Diverso è il concetto di screening di massa. Per il glaucoma non esiste ancora uno screening universale realmente efficace, perché la diagnosi non si basa su un solo test semplice e perché il rischio nella popolazione generale non è sufficientemente alto da rendere sostenibile uno screening indiscriminato. L’approccio più efficace oggi è individuare attivamente la malattia nei soggetti a rischio, come le persone più anziane, chi ha familiarità o altri fattori predisponenti.
Liste d'attesa e accesso alle cure: quanto rallenta la diagnosi del glaucoma?
L’accesso agli ambulatori specialistici rappresenta una delle principali criticità nella gestione del glaucoma. Si tratta di una malattia cronica che richiede controlli regolari e monitoraggi nel tempo. Liste d’attesa, percorsi complessi e una distribuzione non uniforme dei servizi possono ritardare sia la diagnosi sia gli interventi terapeutici necessari.
I dati più recenti mostrano che l’aumento dei casi di glaucoma non è una sfida dei prossimi decenni, ma una realtà già attuale. Questo rende urgente rendere i percorsi assistenziali più efficienti, migliorare l’integrazione tra territorio e centri specialistici e rafforzare le strategie di prevenzione. Informare i cittadini e aumentare la consapevolezza rimane oggi uno degli strumenti più efficaci per ridurre il rischio di perdita visiva evitabile.
Il glaucoma è silenzioso. Ma il sistema sanitario non può permettersi di esserlo.
Che ruolo possono avere il territorio e la medicina di prossimità nel migliorare la diagnosi precoce del glaucoma?
Nel glaucoma, più che in molte altre malattie oculari, il problema non è solo curare, ma intercettare. Ed è qui che il territorio e la medicina di prossimità possono giocare un ruolo decisivo. Perché una patologia silenziosa non si scopre nei pronto soccorso o quando compaiono i sintomi, ma nei percorsi di prevenzione quotidiana.
Medici di medicina generale, farmacisti, ottici e servizi sanitari territoriali possono contribuire in modo concreto a identificare i soggetti a rischio, indirizzandoli verso una valutazione specialistica prima che il danno si manifesti. Non si tratta di fare diagnosi, ma di attivare il sospetto giusto al momento giusto.
Un altro aspetto fondamentale è l’accessibilità. La medicina di prossimità riduce le barriere: geografiche, culturali e organizzative. Ambulatori territoriali ben integrati con i centri specialistici consentono di intercettare pazienti che altrimenti rimarrebbero esclusi dai percorsi di prevenzione, in particolare anziani e persone fragili.
Anche la condivisione dei dati clinici e l’uso di strumenti diagnostici di primo livello sul territorio possono fare la differenza. Un percorso strutturato, in cui il territorio dialoga in modo fluido con i centri di riferimento, permette di selezionare meglio chi deve essere approfondito e chi può essere semplicemente monitorato nel tempo.
In prospettiva, il glaucoma rappresenta una delle sfide più emblematiche per i sistemi sanitari moderni: una malattia cronica, in crescita, che richiede un’organizzazione intelligente delle cure, non solo terapie efficaci. Rafforzare la medicina di prossimità significa passare da una sanità che reagisce a una sanità che previene.
Per saperne di più - Settimana Mondiale del Glaucoma