Il nome hantavirus è tornato sulle prime pagine di tutto il mondo nelle ultime settimane, complice il focolaio emerso a bordo di una nave da crociera nell'Atlantico.
Ma di questa famiglia di virus si sapeva già: nel 2025 aveva fatto notizia la morte di Betsy Arakawa, moglie dell'attore Gene Hackman, deceduta proprio per la sindrome polmonare da hantavirus nella sua abitazione in New Mexico, probabilmente infestata da roditori.
Eppure, per la maggior parte delle persone, l'hantavirus resta qualcosa di vago e misterioso. Vale la pena capirlo bene.
Cos'è l'hantavirus: non uno, ma una famiglia
Gli hantavirus prendono il nome dal fiume Hantan, in Corea del Sud, dove una specie di questo gruppo fu isolata e descritta per la prima volta nel 1970. Esistono almeno 38 specie conosciute, 24 delle quali sono in grado di causare malattia nell'uomo.
Alcune specie sono presenti anche in Europa, dove si stanno espandendo sia in nuove aree geografiche sia aumentando nelle zone già endemiche. Le malattie da hantavirus si diffondono, in Europa, sia per numero di casi che per estensione delle aree coinvolte. Non è quindi un problema esclusivamente esotico o tropicale.
Il serbatoio naturale di questi virus sono i roditori, topi, ratti, arvicole, nei quali il virus sopravvive senza causare alcun sintomo. Il problema sorge quando l'uomo entra in contatto con loro.
Come ci si infetta: il ruolo degli escrementi
La via di trasmissione più comune non è il morso, come molti pensano. L'uomo si infetta principalmente inalando particelle aerodisperse provenienti da urina, feci o saliva di roditori infetti, una circostanza tipica in luoghi poco ventilati e infestati da roditori.
Basta disturbare un nido, spazzare un locale abbandonato o lavorare in un fienile contaminato per inalare, senza saperlo, particelle virali invisibili.
Le comunità agricole sono quelle statisticamente più esposte, perché più frequentemente a contatto con roditori in ambienti chiusi. Ma chiunque frequenti cantine, baite di montagna, depositi rurali o aree boschive infestate è potenzialmente esposto.
La trasmissione diretta tra persone è considerata eccezionale per quasi tutte le varianti conosciute. L'OMS ricorda che, sebbene raro, il virus Andes, diffuso in Sud America, è l'unica variante per cui sono stati documentati casi limitati di contagio interumano. Per tutte le altre specie, il rischio di prendere l'hantavirus da un'altra persona è praticamente nullo.
Sintomi: quando l'influenza non è influenza
Il problema clinico più insidioso dell'hantavirus è che all'esordio assomiglia moltissimo a una normale influenza. Febbre, dolori muscolari, cefalea e affaticamento caratterizzano la fase iniziale, rendendo difficile una diagnosi certa, tanto che eseguire il test prima delle 72 ore dall'insorgenza dei sintomi spesso non consente di rilevare il virus.
Poi, a seconda della variante e dell'area geografica, la malattia può evolvere in due direzioni clinicamente molto diverse:
- febbre emorragica con sindrome renale (HFRS): è la forma prevalente in Europa e Asia. Colpisce i reni e può causare danno renale acuto, emorragie, calo di pressione e shock. La mortalità stimata varia tra l'1% e il 15% a seconda della variante.
- sindrome polmonare da hantavirus (HCPS): è la forma tipica delle Americhe ed è la più aggressiva. Dopo i sintomi iniziali simil-influenzali, si sviluppa un grave accumulo di liquido nei polmoni che porta a insufficienza respiratoria acuta. La mortalità in questa forma può avvicinarsi al 40%.
In entrambi i casi, il denominatore comune è lo stesso meccanismo biologico: una volta penetrato nell'organismo, il virus attacca l'endotelio vascolare, provocando un aumento della permeabilità dei vasi che può sfociare in ipotensione, emorragie e shock.
Diagnosi: una sfida per i medici
Diagnosticare l'hantavirus in una persona infetta da meno di 72 ore è difficile. Se il test iniziale viene eseguito troppo presto, spesso si ripete a distanza di tre giorni dall'insorgenza dei sintomi. Il rischio concreto è che, nel frattempo, la malattia avanzi silenziosamente.
Ciò che orienta il medico verso questa diagnosi, al di là degli esami di laboratorio, è soprattutto l'anamnesi: l'esposizione recente a roditori o ad ambienti potenzialmente contaminati è un elemento chiave.
Chi ha frequentato aree rurali, spazi insoliti o zone endemiche e presenta febbre con dolori muscolari intensi dovrebbe segnalarlo esplicitamente al medico.
Cura: niente antivirali specifici, conta la velocità
Su questo punto la medicina è ancora ferma a una risposta parziale: non esiste un farmaco antivirale specifico approvato per l'hantavirus. Le opzioni terapeutiche sono limitate, ma la prognosi migliora sensibilmente con il riconoscimento precoce, il ricovero immediato in terapia intensiva e un adeguato supporto respiratorio.
La prevenzione rimane quindi lo strumento principale. Evitare il contatto con roditori, non disturbare nidi senza protezioni adeguate, arieggiare i locali prima di entrarvi dopo una lunga chiusura e usare mascherine e guanti quando si puliscono ambienti potenzialmente infestati sono le misure raccomandate dalle autorità sanitarie.
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Il rischio per chi vive in Italia
Fabrizio Pregliasco, direttore della scuola di specializzazione in Igiene e medicina preventiva dell'Università Statale di Milano, ha chiarito che l'hantavirus è un'infezione rara in Europa e non ha caratteristiche pandemiche, perché non si trasmette facilmente tra persone. Il rischio per la popolazione generale resta basso e legato quasi esclusivamente al contatto con roditori in ambienti specifici.
In Italia alcune specie di hantavirus circolano soprattutto nelle aree rurali del Nord, ma i casi clinicamente rilevanti sono sporadici. La notizia della nave è un campanello d'allarme utile, non per fare allarmismo, ma per conoscere un virus che, seppur raro, quando colpisce può farlo con forza.
Fonti
- Ministero della Salute – Hantavirus (malattie da)
- OMS - Hantavirus