IA e adolescenti: 5 cose da sapere sul nuovo studio

Dr. Christian Raddato Medico Chirurgo
Redatto scientificamente da Dr. Christian Raddato, Medico Generale |
A cura di Salvatore Privitera
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Data articolo – 06 Settembre, 2026

Dei ragazzi che guardano il telefono

L’intelligenza artificiale generativa è entrata nella vita quotidiana di molti adolescenti in modo rapido, spesso silenzioso. Non viene usata solo per fare ricerche, scrivere testi, studiare o risolvere compiti scolastici, ma per una parte dei più giovani può diventare anche uno spazio in cui raccontare pensieri, chiedere conforto, cercare consigli o mettere ordine in emozioni difficili da condividere con un adulto o con un coetaneo.

È proprio questa forma di utilizzo, più intima e personale, al centro di uno studio pubblicato su JAMA Pediatrics. I ricercatori hanno distinto tra uso “funzionale” dell’IA, legato per esempio alla scuola, e uso “affettivo”, cioè rivolto alla ricerca di supporto emotivo o consigli. Chiedere aiuto per un compito non è la stessa cosa che rivolgersi a un algoritmo quando ci si sente soli, tristi o in difficoltà.

Lo studio suggerisce che l’uso dell’IA come sostegno emotivo può essere un segnale di disagio psicologico nei bambini e negli adolescenti. Il dato va letto con prudenza: chi sta già attraversando una fase difficile potrebbe essere più portato a cercare ascolto in uno strumento sempre disponibile, anonimo e privo del timore del giudizio.

Lo studio su quasi 40 mila studenti

La ricerca ha utilizzato i dati dell’Ontario Health and Peer Relations Study, raccolti tra maggio 2025 e marzo 2026 in 4 consigli scolastici dell’Ontario, in Canada. L’analisi è stata condotta nel maggio 2026 e ha coinvolto studenti dalla quarta alla dodicesima classe, quindi bambini e adolescenti in una fascia d’età ampia.

Il campione finale comprendeva 39.761 studenti, con un’età media di 12,8 anni. Le ragazze erano 19.291, pari al 48,5% del totale. Tra tutti i partecipanti, 8.408 studenti, cioè il 21,1%, hanno dichiarato di aver usato l’intelligenza artificiale generativa per finalità affettive, quindi per ricevere supporto emotivo o consigli.


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I problemi emotivi sono stati valutati attraverso le Ontario Child Health Study Emotional Behavioral Scales, usando una soglia clinica validata. I ricercatori hanno poi tenuto conto di diversi fattori, tra cui caratteristiche demografiche, solitudine e “mattering”, un termine che indica quanto una persona sente di contare e di essere importante per gli altri.

Il dato principale: più problemi emotivi tra chi cerca supporto nell’IA

Nei modelli non aggiustati, gli studenti che usavano l’IA per supporto emotivo avevano punteggi più alti di problemi emotivi rispetto a chi non la usava in questo modo. Il punteggio medio era 1,04 tra chi riferiva uso affettivo dell’IA, contro 0,67 tra chi non lo riferiva. La differenza stimata era pari a B = 0,37, con intervallo di confidenza al 95% tra 0,36 e 0,39.

Il dato più immediato riguarda la prevalenza di problemi emotivi clinicamente significativi. Tra gli studenti che usavano l’IA per finalità affettive, la percentuale era 57,7%. Tra gli altri studenti era 29,2%. In termini statistici, il rapporto di prevalenza era 1,98, con intervallo di confidenza al 95% tra 1,91 e 2,04. In parole semplici, nel campione osservato i ragazzi che cercavano supporto emotivo nell’IA avevano quasi il doppio della probabilità di rientrare nella soglia clinica per problemi emotivi.

Questo non autorizza conclusioni allarmistiche. Lo studio non dimostra che parlare con un sistema di IA provochi ansia, tristezza o disagio. Mostra però che l’uso emotivo dell’IA non è neutro sul piano osservazionale: può funzionare come un indicatore da non trascurare, soprattutto quando riguarda bambini e adolescenti.

Il risultato resta anche dopo gli aggiustamenti

Uno degli aspetti più importanti della ricerca è che l’associazione tra uso affettivo dell’IA e problemi emotivi è rimasta significativa anche nei modelli completamente aggiustati. Dopo aver considerato solitudine, mattering e caratteristiche demografiche, l’uso dell’IA per supporto emotivo risultava ancora associato a maggiori problemi emotivi, con B = 0,14 e intervallo di confidenza al 95% tra 0,13 e 0,15.

Questo passaggio è rilevante perché la solitudine avrebbe potuto spiegare da sola una parte del fenomeno. Invece, secondo gli autori, cercare sostegno emotivo nell’IA appare come un marcatore distinto di difficoltà psicologica. Non si sovrappone completamente al sentirsi soli, né al sentirsi poco importanti per gli altri.

L’uso funzionale dell’IA, quello legato alle attività scolastiche, mostrava invece un’associazione più modesta con i problemi emotivi. Lo studio descrive una relazione dose-risposta lieve: da B = 0,01 per l’uso raro a B = 0,04 per un uso frequente. Anche questo dato va letto con cautela, ma conferma che non tutti gli usi dell’IA hanno lo stesso significato.

Supporto pratico e supporto emotivo non sono la stessa cosa

Il cuore dello studio è proprio questa distinzione. Usare l’IA generativa per riassumere un testo, spiegare un argomento scolastico o organizzare le idee può rientrare in un uso pratico dello strumento. Usarla invece per parlare di emozioni, chiedere consigli personali o cercare conforto apre un terreno più delicato.

Gli autori suggeriscono che i programmi di alfabetizzazione digitale e i percorsi clinici dovrebbero distinguere meglio tra assistenza funzionale e uso dell’algoritmo come rifugio emotivo. Questa espressione non va intesa in modo moralistico. Un adolescente può rivolgersi all’IA perché è sempre disponibile, perché non giudica, perché risponde subito o perché sembra offrire uno spazio sicuro. Ma proprio questa disponibilità continua può rendere meno visibile un bisogno reale di ascolto umano.

La questione non è demonizzare la tecnologia. È capire quando l’uso di uno strumento digitale sta aiutando a gestire un compito e quando invece sta segnalando una difficoltà più profonda, che merita attenzione da parte di adulti, scuola, famiglia o professionisti della salute mentale.

Chi usa di più l’IA per supporto emotivo

Lo studio ha osservato che l’uso affettivo dell’IA era più frequente tra studentesse, studenti con identità di genere diverse e studenti neri, indigeni o appartenenti ad altri gruppi razziali ed etnici diversi dai bianchi. Anche gli studenti più grandi e quelli che usavano l’IA per la scuola tendevano a riportare un uso affettivo più elevato.

Questi dati non vanno letti come etichette sui singoli gruppi, ma indicano piuttosto che l’uso emotivo dell’IA può distribuirsi in modo diverso tra gli studenti, forse anche in relazione a bisogni, contesti sociali, accesso al supporto, esperienze scolastiche e disponibilità di spazi sicuri in cui parlare. Lo studio, però, non permette di spiegare da solo tutte queste differenze.

È stata osservata anche un’interazione significativa tra uso affettivo dell’IA e identità di genere. L’associazione risultava attenuata per gli studenti con identità di genere diverse rispetto ai ragazzi, con B = -0,07, e rispetto alle ragazze, con B = -0,08. Non è stata invece osservata un’interazione significativa con il livello scolastico.

Perché non bisogna parlare di causa-effetto

Il disegno dello studio è trasversale. Questo significa che i dati sono stati osservati in un determinato arco temporale, ma non permettono di stabilire cosa venga prima e cosa venga dopo. Non sappiamo se usare l’IA per supporto emotivo contribuisca ad aumentare i problemi emotivi, se siano i ragazzi già in difficoltà a usare di più l’IA in questo modo, oppure se entrambe le cose dipendano da altri fattori non misurati.

In ambito salute mentale, trasformare un’associazione in una causa può generare messaggi fuorvianti. Il dato non dice ai genitori di vietare automaticamente ogni chatbot, né dice che l’IA sia innocua in qualunque contesto. Dice qualcosa di più preciso: quando un bambino o un adolescente cerca sostegno emotivo in un sistema generativo, quel comportamento può essere un segnale da osservare.

La tecnologia, da sola, non racconta tutta la storia. Conta il motivo per cui viene usata, quanto spesso, in quali momenti, con quali aspettative e se sostituisce o affianca relazioni reali.

Cosa significa per genitori, scuola e medici

Per i genitori, il messaggio non dovrebbe essere il controllo ossessivo, ma la curiosità attenta. Chiedere a un ragazzo come usa l’IA può essere più utile che limitarsi a chiedere quanto tempo passa online. La domanda importante non è solo “la usi?”, ma “per cosa la usi?”. Compiti, curiosità, organizzazione dello studio, consigli personali e conforto emotivo non sono la stessa cosa.

Per la scuola, il tema entra nella più ampia educazione digitale. Non basta insegnare agli studenti a verificare le informazioni generate dall’IA. Serve anche aiutarli a capire che un algoritmo può simulare ascolto e vicinanza, ma non sostituisce il rapporto con una persona affidabile quando c’è un disagio importante.

Per medici, psicologi e pediatri, l’uso affettivo dell’IA potrebbe diventare una domanda in più da porre, soprattutto davanti a segnali di ansia, tristezza, isolamento o difficoltà relazionali. Non come giudizio, ma come indizio: uno degli elementi che aiutano a capire come un ragazzo cerca aiuto quando non sta bene.

Fonti:

JAMA Network - Affective Generative Artificial Intelligence Use and Youth Mental Health

Ultimo aggiornamento – 01 Settembre, 2026

Le informazioni proposte in questo sito non sono un consulto medico. In nessun caso, queste informazioni sostituiscono un consulto, una visita o una diagnosi formulata dal medico. Non si devono considerare le informazioni disponibili come suggerimenti per la formulazione di una diagnosi, la determinazione di un trattamento o l’assunzione o sospensione di un farmaco senza prima consultare un medico di medicina generale o uno specialista.
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