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Sai che esiste un vaccino contro il fuoco di Sant’Antonio?

Ultimo aggiornamento – 19 settembre, 2017

Fuoco di sant'antonio (Herpes Zoster): il vaccino per prevenirlo
Indice

Secondo un’indagine di DoxaPharma, i pazienti con nevralgia post-erpetica, la principale complicanza del fuoco di Sant’Antonio (o Herpes Zoster), vivono un’esperienza drammatica: è come entrare in un tunnel in cui non si vede la fine.

Sebbene le complicanze siano piuttosto gravi e dolorose, sono pochi gli italiani che si sottopongono alla vaccinazione anti Herpes Zoster, prevista dal nuovo Piano nazionale di prevenzione vaccinale. Eppure, nel nostro Paese si registrano 157 mila nuovi casi ogni anno, 18 casi ogni ora. Vediamo insieme di cosa si tratta.

Fuoco di Sant’Antonio: cos’è

L’Herpes Zoster – più comunemente conosciuto come fuoco di Sant’Antonio – è spesso definito come un “ritorno all’infanzia”: il disturbo, infatti, è dovuto alla riattivazione del virus della varicella, che si annida nei gangli nervosi e nel midollo spinale e lì rimane.

Dopo la guarigione dalla varicella, infatti, il virus rimane “nascosto” grazie al costante lavoro del sistema immunitario, che ne impedisce la riattivazione. Ma il naturale declino delle nostre difese, generalmente a partire dai 50 anni di età, può determinarne una ricomparsa, causando un’infiammazione del nervo sensitivo e della cute circostante.

Secondo i dati Doxa, in Europa oltre il 95% della popolazione ha contratto la varicella durante la tenera età, ed è dunque a rischio di sviluppare l’Herpes Zoster. Sono circa 1,7 milioni i nuovi casi registrati ogni anno e due casi su tre si manifestano dopo i 50 anni. E le complicanze possono essere assai deleterie per il nostro organismo.

Le complicanze dell’Herpes Zoster negli adulti

In circa la metà dei pazienti colpiti da adulti, l’Herpes Zoster si associa a numerose complicazioni, con un grande impatto sulla qualità della vita stessa dei pazienti colpiti da questo virus.

Tra queste, la più comune è la nevralgia post-erpica, un dolore neuropatico prolungato e di intensità severa dovuto ai danni causati dalla riattivazione del virus lungo i nervi. Nei casi più gravi, la nevralgia può persistere per mesi e durare addirittura per anni.

Fuoco di sant'antonio e virus Herpes Zoster: di cosa si tratta

Secondo quanto riferito da Sandro Giuffrida, direttore della U.O.C di Igiene e Sanità Pubblica dell’Azienda Sanitaria di Reggio Calabria, i dolori provocati dalla nevralgia post-erpica risultano resistenti alle più comuni terapie antalgiche: solo un paziente su due, infatti, riferisce un’attenuazione del dolore a seguito dell’utilizzo di farmaci.

Ma non solo. Chi contrae il virus in età adulta, può andare incontro alla perdita dell’udito, ad infezioni cutanee, celebrali e viscerali. La prevenzione, dunque, si presenta come l’unica arma di difesa. Stando ai dati resi noti da DoxaPharma, però, tre intervistati su quattro non sanno che queste complicanze si possono prevenire con un vaccino per il Fuoco di Sant’Antonio, previsto oggi in forma totalmente gratuita per gli over 65 dal nuovo Piano nazionale di prevenzione vaccinale.

Il vaccino per il fuoco di Sant’Antonio

Sebbene gran parte della popolazione non ne sia al corrente, la vaccinazione anti Herpes Zoster è prevista dal nuovo Piano nazionale di prevenzione vaccinale, inserito nei Livelli essenziali d’assistenza (Lea).

In particolare, risulta indicato per i soggetti di età superiore ai 50 anni di età e viene somministrato in un’unica dose, risparmiando notevole dolore a chi soffre di questo brutto disturbo. L’efficacia è assicurata, così come la sua alta tollerabilità.

Tante persone, però, non conoscono il vaccino e tante, invece, decidono di non sottoporsi a nessuna terapia preventiva. Perché vi è questo tipo di resistenza? Forse, come si sostiene da più parti, il problema di fondo è di tipo comunicativo: il rischio di ammalarsi viene percepito in maniera concreto solamente da coloro che già si sono ammalati in passato. Chi ha conosciuto il fuoco di Sant’Antonio, però, non può che parlarne con un verso e proprio senso di terrore: il 40 per cento ha dichiarato che il dolore provato ha compromesso la propria vita professionale con una perdita di circa 13 giorni lavorativi, mentre il 55 per cento ha sottolineato che nella fase più acuta addirittura non è stato più in grado di gestire autonomamente molte delle normali attività quotidiane.

Sabrina Nardi, invece, direttore del Coordinamento nazionale delle associazioni di malati cronici presso Cittadinanzattiva Onlus, individua la “resistenza vaccinale” in una sorta di “retaggio culturale riguardo al dolore, considerato come parte ineludibile della malattia, da sopportare”, nonostante questo possa “limitare fortemente le attività quotidiane della persona e la sua indipendenza, soprattutto nei casi in cui il dolore è considerato insopportabile“.

Insomma, una soluzione c’è. E non dite che non ve l’avevamo detto!

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