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INSIDE-OUT: quando si formano le emozioni e come agiscono sul nostro equilibrio psichico

INSIDE-OUT: quando si formano le emozioni e come agiscono sul nostro equilibrio psichico

Il termine emozioni deriva dal verbo latino emovere, muovere da, allontanare. In senso traslato significa anche scuotere, sconvolgere.

Una definizione più completa e, dal punto di vista scientifico, più esaustiva è quella che si trova nel celebre trattato di psicologia di Don e Sandra Hockenbury: “Un’emozione è uno stato psicologico complesso che coinvolge tre componenti distinte: un’esperienza soggettiva, una risposta fisiologica, e una risposta comportamentale o espressiva“.

In altre parole, le emozioni sono definibili come momenti transitori del nostro essere associati a modificazioni psico-fisiologiche dovute a stimoli sia interni che esterni, tanto naturali che frutto dell’ambiente, dell’educazione e delle abitudini di vita.

Per quanto definibili come stati momentanei, tuttavia le emozioni sembrano governare le nostre scelte di vita ed influenzare le nostre decisioni. Le emozioni, in ultima analisi, ci portano ad agire senza utilizzare le nostre capacità di elaborazione razionale. La definizione più semplice delle emozioni è che non sono altro che impulsi ad agire.

Ogni impulso è una manifestazione biologica e, quindi, anche le emozioni sono reazioni biologiche che vengono vissute da ciascun essere umano in modo diverso e che, in base alle caratteristiche personali ed ambientali della persona attraverso il livello culturale, l’elaborazione simbolica, il linguaggio e la coscienza, si esteriorizzano manifestandosi sotto forma di passioni, affetti e sentimenti.

I ricercatori hanno classificato le emozioni catalogando per prime le cosidette famiglie primarie, vale a dire quelle indipendenti dai diversi stimoli ambientali e quindi ugualmente rintracciabili in tutte culture umane. Nel 1972 lo psicologo Paul Eckman ha suggerito sei emozioni primarie:

  1. paura
  2. disgusto
  3. rabbia
  4. sorpresa
  5. felicità
  6. tristezza

Nel 1999 ha poi ampliato l’elenco per includere una serie di altre emozioni primarie tra cui l’imbarazzo, l’eccitazione, il disprezzo, la vergogna, l’orgoglio, la soddisfazione ed il divertimento.

Nel 1980, il dr. Robert Plutchik ha introdotto un altro sistema di classificazione delle emozioni conosciuto come la “ruota delle emozioni”. Questo modello ha dimostrato come diverse emozioni possono combinarsi tra loro, più o meno come un artista mescola colori primari per creare altri colori.

Plutchik ha suggerito che ci sono 8 dimensioni emotive primarie definite a coppie: la felicità contro la tristezza, la rabbia contro la paura, la fiducia contro il disgusto, e la sorpresa contro l’aspettativa o anticipazione. Queste emozioni possono essere combinate in una varietà di modi ed ognuna può variare di intensità creandosi così delle sfumature diverse che si distribuiscono secondo un continuum di tipo verticale.

La ruota delle emozioni di Plutchick, o il successivo e più definito “fiore” evidenzia gli opposti e l’intensità delle emozioni, via via decrescente verso l’esterno. Decrescendo di intensità le emozioni si mescolano più facilmente.

Come originano le emozioni?

Secondo l’evoluzionismo darwinista la funzione primaria delle emozioni consiste nel favorire la reazione dell’individuo di fronte a situazioni in cui si rende necessaria una risposta immediata ai fini della sopravvivenza. In altri termini, una reazione che non utilizza processi cognitivi ed elaborazione cosciente. La teoria evoluzionistica non è però del tutto soddisfacente perché le emozioni hanno anche una funzione relazionale, in quanto fungono da strumento di comunicazione e una funzione di comprensione delle modificazioni del proprio stato psicofisico.

Sono pertanto differenti dai sentimenti e dagli stati d’animo che sono categorie che restano al nostro interno finchè non siamo noi, razionalmente, a decidere manifestare all’esterno. I primi studi sull’origine delle emozioni sono abbastanza recenti, risalgono alla fine del XIXesimo secolo.

Il più conosciuto ed accreditato resta la teoria di James-Lange, psicologo americano il primo, fisiologo danese il secondo.

In sintesi, secondo i due scienziati, un avvenimento rilevante da un punto di vista emotivo provoca direttamente una attivazione fisiologica a livello periferico, che si manifesta con una serie di reazioni esterne quali tremore, sudorazione, aumento del battito cardiaco, contrazioni della muscolatura liscia viscerale o contrazioni della muscolatura volontaria, come le modifiche dell’espressione facciale. L’emozione ha origine quando la persona percepisce l’attivazione periferica.

In base a questa teoria, quindi, prima si comincia a piangere, poi si realizza lo stato di tristezza.

Il neuroscienziato e saggista portoghese Antonio Rosa Damasio, direttore del Brain and Creativity Institute della University of Southern California, ancora oggi ritiene parzialmente valida questa teoria, a cui le basi biologiche che vedono l’origine delle emozioni a livello cerebrale nell’amigdala e nell’ippocampo, e sostiene infatti che “…le emozioni sono i cambiamenti fisici che avvengono nel nostro corpo, solo successivamente il sistema nervoso li interpreta ed è allora che sperimentiamo un sentimento. Questo significa che i termini “emozione” e “sensazioni” sono utilizzati per illustrare azioni diverse e separate, mentre comunemente usiamo le due parole come sinonimi”.

Secondo il prof. Damasio però la teoria di James-Lange non è esaustiva in quanto non tutti i sentimenti, frutto di emozioni, hanno obbligatoriamente bisogno di uno stimolo fisico. Damasio ha introdotto le emozioni originate per simpatia, ad esempio il dolore che si prova venendo a sapere che un evento luttuoso ha colpito una persona che sentiamo molto vicina.

La teoria di James-Lange non menziona nulla circa l’espressione esterna delle emozioni, soprattutto quelle facciali, e come questa possa influenzarci.

Conoscere le nostre emozioni

Il dr. Antonio Rosa Damasio, ritenuto oggi tra i più illustri esperti del settore a livello mondiale, si è sempre più interessato al ruolo che le emozioni giocano nei nostri processi decisionali e nella nostra auto-immagine. Noto anche come saggista e divulgatore, in diversi libri di successo ha dichiarato sia che alcune delle nostre sensazioni sono i pilastri della nostra stessa sopravvivenza sia che i nostri processi interni di regolazione emozionale siano alla base dei nostri maggiori successi.

Il concetto è stato ampiamente spiegato dallo stesso scienziato durante un’intervista concessa all’autorevole Scientific American: “All’inizio ero interessato a tutti i tipi di lesioni neurologiche. Se una zona del cervello perde la sua capacità di funzionare, il comportamento del paziente potrebbe cambiare tanto radicalmente che solo leggermente. Un giorno mi sono chiesto: cosa è che manca in una persona che può passare un test di intelligenza a pieni voti, ma è incapace di organizzare la propria vita? Tali pazienti possono eccellere in argomentazioni completamente razionali ma non riescono, ad esempio, ad evitare una situazione che comporta rischi inutili. Si è trovato che questi problemi si verificano soprattutto dopo un trauma al prosencefalo (parte dell’encefalo che contiene il telencefalo ed il diencefalo, che costituiscono il cervello. Ndr). Come i nostri test dimostrano, il risultato è una mancanza di normali reazioni emotive. Io continuo ad essere affascinato dal fatto che i sentimenti non siano solo il lato in ombra della ragione, ma anche che siano in grado di aiutarci a prendere decisioni”.

Cosa è l’inconscio e cosa il subconscio?

Platone riteneva l’inconscio “un sapere nascosto dell’anima umana” dimenticato dopo la sua rinascita in un corpo, una conoscenza latente che la filosofia può risvegliare con la reminiscenza o «anamnesi».

Carl Gustav Jung riteneva che una psicologia dell’inconscio fosse presente sin dagli albori dell’umanità, collegata alle antiche pratiche sciamaniche dei popoli primitivi. Tutto questo per dire che l’inconscio ha sempre affascinato l’essere umano, ben prima di Freud, che ne ha poi fatto il cardine della psicoanalisi. L’inconscio è, in definitiva,quella parte della mente responsabile dei pensieri e delle azioni involontarie, prime tra tutte quindi, le emozioni. Ma non solo le emozioni, all’inconscio dobbiamo intuito, sogni,impulsi, pensiero creativo, tutte componenti involontarie della nostra vita che risiedono nel nostro inconscio.

Nell’era digitale il subconscio è facilmente definibile come la nostra riserva, illimitata, di memoria. Una specie di hard disk praticamente infinito e, poiché parliamo comunque di una struttura cerebrale, seppur teorica, dotata di intelligenza. Archiviamo informazioni fino dal momento della nascita, ad un ritmo e con una capacità di archiviazione non ancora raggiunto da nessuna macchina.

Si calcola, per dare una vaga idea delle capacità di memoria, che all’età di 21 anni, un individuo abbia già memorizzato permanentemente più di cento volte il contenuto di tutta l’Enciclopedia Britannica.

Pur essendo dotato di una sua di intelligenza, il subconscio non ha alcuna autonomia, limitandosi a eseguire gli ordini che provengono dalla nostra mente conscia, proprio come un hard disk mette a disposizione i dati che contiene ogni volta che le elaborazioni effettuate dalla CPU del computer lo richiedono. Se questa funzione vi sembra poco importante, provate a pensare che il nostro subconscio non solo non perde mai alcuna informazione me è in grado di trovarla, trasmetterla istantaneamente ad ogni richiesta mantenendola “on-line” finché la richiesta non viene, per così dire, revocata.

Questa capacità gli consente di svolgere un compito fondamentale per la fisiologia del nostro corpo e della stessa mente, quello di regolatore omeostatico.

In altre parole, per mantenere il paragone con i computer, se la mente conscia è la CPU, il subconscio è la memoria di massa che contiene il sistema operativo, il programma master che una volta attivato resta sempre in memoria, riconosce gli altri programmi e permette l’esecuzione di ogni tipo di programma.

Il subconscio, tra l’altro, mantiene la temperatura del corpo nei valori ottimali, controlla il regolare battito cardiaco, la respirazione e tutte le funzioni vitali in azione 24 ore su 24 senza bisogno di ripetere alcun comando cosciente.

Una sorta di controllo omeostatico esiste anche per la mente. E’ grazie al subconscio che il nostro modo di agire resta coerente al nostro modo di pensare e che le reazioni di fronte agli imprevisti avvengono in coerenza con il consueto modo di fare. Questo è possibile perché il subconscio memorizza anche le nostre abitudini ed il nostro modo di pensare ed è in grado di rilasciare queste informazioni ogni volta che può esserci utile.

Il subconscio può essere “risvegliato” anche dall’esterno, è quello che succede nella terapia dell’ipnosi, utilizzata per portare alla luce eventi traumatici, per questo custoditi molto in profondità con un atteggiamento protettivo e difensivo del subconscio, che hanno provocato gravi disagi che il terapista prova a risvegliare per rimuoverli.

Come le mamme stressano i bambini

Se è vero che lo stress dipende anche dall’ambiente in cui si vive, allora hanno fondamento alcuni recenti studi che fanno risalire stress ed alcuni disturbi dei bambini al primo ambiente in cui hanno vissuto, la pancia della mamma.

Lo sostiene soprattutto il dr. David Code, medico canadese con laurea a YALE ed esperienze in tutto il mondo, autore del best seller “Kids pick up on everything”. Secondo il dr. Code, che ha analizzato i dati di laboratorio provenienti da diverse nazioni per molti anni, la gravidanza di mamme affette da elevati livelli di stress, cronico o per lunghi periodi, ha impatto sull’embrione e sul feto su cui produrrà disturbi anche importanti che si manifesteranno dopo la nascita e durante l’infanzia, come l’ADHD, il disturbo da deficit di attenzione o alcuni disturbi della sfera autistica (ASD).

I dati emersi dalla ricerca hanno infatti collegato lo stress in una donna incinta, clinicamente conosciuto come stress prenatale definito, a diversi tipi di problemi di sviluppo nei bambini, tra cui l’ansia e, appunto l’ADHD. Altri studi hanno anche trovato collegamenti tra lo stress prenatale e il rischio di disturbi dello spettro autistico (ASD). Ed anche se i disturbi dello sviluppo e quelli neurologici sono quasi certamente dovuti a fattori genetici, i ricercatori ritengono possibile che stress ambientali (come l’ambiente in utero) possano costituire un fattore di rischio.

A questi risultati si è arrivati analizzando i livelli materni di cortisolo, l’ormone dello stress. Questo ormone, che viene trasmesso al feto tramite la placenta, potrebbe innescare un meccanismo difensivo portando il cervello del feto a svilupparsi in modo diverso, e cioè innescando un meccanismo adattativo di tipo difensivo nei confronti delle apparenti ed imminenti “minacce”. Questo meccanismo è noto come Risposta Predittiva Adattativa.

Il dr. Code offre la seguente spiegazione: “Se una donna vive uno stress significativo, mentre è incinta, attraverso la placenta viene trasmessa, molto velocemente, una forte carica ormonale. Il cervello del feto riceve il segnale e lo interpreta nel senso che ci siano fondate minacce di stress nell’ambiente. Come risultato, si prepara per quello che pensa saranno le minacce future. In altre parole, gli ormoni dello stress trasmessi dalla madre inducono il feto, il cui cervello è in fase di sviluppo, a pensare di dover vivere sempre e solo in un ambiente caratterizzato da stress. Questo potrebbe essere un elevato fattore di rischio per disturbi come l’ADHD e ASD”.

I disturbi mentali nei bambini

Bambini e adolescenti possono essere colpiti da una forma di disagio mentale in genere classificata come disturbi dell’umore, perché i sintomi più evidenti prevedono sempre comportamenti incoerenti e improvvisi ed ingiustificati sbalzi di umore.

Clinicamente, i disturbi dell’umore comprendono le diverse forme di depressione, il disturbo bipolare ed i disturbi dell’affettività.

Sono disturbi che possono colpire anche gli adulti che non ne erano affetti da bambini e che nei bambini e negli adolescenti presentano una sintomatologia diversa e, quasi sempre, molto personale. Non sono ancora del tutto chiare le cause scatenanti ma le teorie più accreditate parlano sia di disturbi dovuti a squilibri nella chimica dei neuro-trasmettitori cerebrali che di disturbi intervenuti come conseguenza di prolungati stati di stress.

Anche la familiarietà è considerata un fattore di rischio, mentre non sono esclusi problemi di natura genetica.

Alcuni tra i più comuni disturbi dell’umore che colpiscono i bambini e gli adolescenti sono:

  • Grave depressione. Viene diagnosticata in caso si manifestino irritabilità non giustificata e o una diminuzione notevole di interesse per le attività abituali per un periodo di almeno 2 settimane
  • Disturbo depressivo persistente (distimia). Indicata da umore depresso o irritabilità che si protrae da almeno 1 anno.
  • Bipolarismo. E’ l’insorgere di episodi maniacali, intervallati da periodi di depressione con risposta emotiva scarsa o assente.
  • Comportamento dirompente. Una irritabilità persistente ed una aggressività estrema con manifesta incapacità di controllare il comportamento.
  • Disordine dismorfico premestruale. Include sintomi depressivi, irritabilità e tensione prima delle mestruazioni.
  • Disturbo dell’umore dovuto ad una condizione medica generale. Molte malattie, gravi o percepite come tali, possono scatenare i sintomi della depressione.

Quali sono i sintomi dei disturbi dell’umore?

Bambini ed adolescenti, a seconda della loro età e del tipo di disturbo dell’umore presente, possono mostrare diversi sintomi di depressione. I sintomi più comuni includono: persistenti sentimenti di tristezza, senso di inutilità ed inadeguatezza, scarsa autostima, senso di colpa eccessivo e immotivato, perdita di interesse nelle attività o attività abituali, difficoltà di relazione con coetanei, inappetenza o bulimia, stanchezza e debolezza, irritabilità e aggressività, incapacità di accettare il rifiuto, comportamenti ribelli, difficoltà di concentrazione, frequenti riferimenti alla morte o pensieri di suicidio.

Sono tutti sintomi che non devono mai essere sottovalutati e, in caso di pensieri di suicidio è indispensabile una immediata valutazione clinica ed è bene aver presente che i disturbi dell’umore nei bambini sono patologie reali che non possono essere superate “crescendo”.

Uno psichiatra specialista dei bambini può effettuare una diagnosi precisa indicando la migliore terapia dopo una valutazione psichiatrica completa ed una valutazione della famiglia. E’ utile, quando possibile, un colloquio con insegnati e personale della scuola.

Fonti

1) http://psychology.about.com/od/emotion/f/what-are-emotions.htm

2) http://serendip.brynmawr.edu/exchange/node/6338

3) http://www.scientificamerican.com/article/feeling-our-emotions/

4) https://www.nlm.nih.gov/medlineplus/ency/article/000022.htm

5) http://www.briantracy.com/blog/general/understanding-your-subconscious-mind/

6) http://www.forbes.com/sites/alicegwalton/2012/07/25/how-parents-stress-can-hurt-a-child-from-the-inside-out/

7) https://www.urmc.rochester.edu/encyclopedia/content.aspx?ContentTypeID=90&ContentID=P01634

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